"...immergetevi in quest'Oceano nelle cui profondita sono
celate le perle della saggezza e della parola..."
Bahá’u’lláh
Ricerca
Ricerca dettagliata

Kategorie
  Bahá’í
   Scritture Bahá’í
 

Testimonianze di fedeltà


I

TESTIMONIANZE

DI FEDELTÁ

di

'Abdu’l-Bahá

Traduzione italiana della versione inglese

di Marzieh Gail

Casa Editrice Bahá'í

1999

II

© Copyright 1999 Casa Editrice Bahá'í

Titolo Originale: "Memorials of the Faithful"

Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, Illinois

1° edizione italiana 1999

CASA EDITRICE BAHÁ'Í

align=left>Sede Legale: 00197 Roma - Via Stoppani, 10

Tel. 06-8079647

Deposito e amm.ne: 00040 Ariccia (Roma)

Via Turati, 9 - Tel. 06-9334334

ISBN 88-7214-070-6

III

Questa traduzione è dedicata a

Shoghi Effendi

Custode della Fede Bahá’í

L’amore non muta nelle sue brevi ore

IV

INDICE

Nabíl-i-Akbar…………………………………….….….1

align=left>Ismu'lláhu'l-Asdaq……………………………….….…..5

Mullá ‘Alí-Akbar……………………………….….……8

Shaykh Salmán face=TimesNewRomanPSMT>………………………………….….….12

Mírzá Muhammad-’Alí, l’Afnán……..………..….…...15

Hájí Mírzá Hasan, l'Afnán face=TimesNewRomanPSMT>…………………………..…19

Muhammad-‘Alíy-i-Isfáhání…………………….….….22

'Abdu's-Sálih, il Giardiniere…………………….….…..24

Ustád Ismá'íl………………………………..……….….27

align=left>Nabíl-i-Zarandí………………………………….……...30

Darvísh Sidq-‘Alí……………………………….……....34

Áqá Mírzá Mahmúd e Áqá Ridá………………….….…36

Pidar-Ján di Qazvín……………………………….….…39

Shaykh Sádiq-i-Yazdí face=TimesNewRomanPSMT>…………………………….….…40

Sháh-Muhammad-Amín……………………….…….…42

Mashhadí Fattáh……………………………….…….….44

Nabíl di Qá'in………………………………….………..45

Siyyid Muhammad-Taqí Manshádí……………….…....50

Muhammad-’Alí Sabbáq di Yazd………………….…...53

'Abdu'l-Ghaffár di Isfáhán……………………….……..55

'Alí Najaf-Ábádí face=TimesNewRomanPSMT>………………………………….…….57

Mashhadí Husayn

e Mashhadí Muhammad-i-Ádhirbáyjání………...……..58

Hájí 'Abdu'r-Rahím-i-Yazdí face=TimesNewRomanPSMT>…………………….……...60

Hájí 'Abdu’lláh Najaf-Ábádí…………………………...62

Muhammad-Hádíy-i-Sahháf……………………….…...63

Mírzá Muhammad-Qulí……………………….….…….65

V

Ustád Báqir e Ustád Ahmad…………………………..67

Muhammad Haná-Sáb………………………………...68

Hájí Faraju'lláh Tafríshí……………………………….70

Áqá Ibráhím-i-Isfáhání e i suoi fratelli………………..71

Áqá Muhammad-Ibráhím face=TimesNewRomanPSMT>……………………………..75

Zaynu'l-'Ábidín Yazdí ………………………………...76

Hájí Mullá Mihdíy-i-Yazdí……………………………78

Sua Eminenza Kalím (Mírzá Músá)…………………..80

Hájí Muhammad Khán………………………………..84

Áqá Muhammad-Ibráhím Amír……………………….87

Mírzá Mihdíy-i-Káshání………………………………88

Mishkín-Qalam face=TimesNewRomanPSMT>………………………………………..90

Ustád 'Alí-Akbar-i-Najjár……………………………..94

Shaykh 'Alí-Akbar-i-Mázgání ………………………...96

Mírzá Muhammad, Servitore

nell'Ostello dei Viaggiatori…………………………..98

Mírzá Muhammad-i-Vakíl…………………………...100

Hájí Muhammad-Ridáy-i-Shírází……………………108

Husayn Effendi Tabrízí………………………………109

Jamshíd-i-Gurjí……………………………………….111

Hájí Ja'far-i-Tabrízí e i suoi fratelli…………………..113

Hájí Mírzá Muhammad-Taqí, l'Afnán face=TimesNewRomanPSMT>………………..116

'Abdu'lláh-i-Baghdádí………………………………...119

Muhammad-Mustafá Baghdádí………………………121

Sulaymán Khán-i-Tunukábání………………………..124

'Abdu'r-Rahmán, il Calderaio………………………...128

align=left>Muhammad-Ibráhím-i-Tabrízí…………………….….129

Muhammad-'Alíy-i-Ardikání…………………………130

Hájí Áqáy-i-Tabrízí face=TimesNewRomanPSMT>……………………………….…..131

Ustád Qulám-'Alí-y-i-Najjár………………………….132

Jináb-i-Muníb…………………………………………133

Mírzá Mustafá Naráqí………………………………...136

Zaynu'l-Muqarribín………………………………...…138

VI

'Azím-i-Tafríshí………………………………………..141

Mírzá Ja'far-i-Yazdí……………………………………143

Husayn-Áqáy-i-Tabrízí………………………………...146

Hájí 'Alí-'Askar-i-Tabrízí………………………………148

Áqá 'Alíy-i-Qazvíní face=TimesNewRomanPSMT>…………………………………….151

Áqá Muhammad-Báqir

e Áqá Muhammad-Ismá'íl, il Sarto…………………...153

Áqá Abu'l-Qásim di Sultán-Ábád face=TimesNewRomanPSMT>……………………...156

Áqá Faraj……………………………………………….157

La consorte del Re dei martiri ………………………….158

Shams-i-Duhá…………………………………………..161

Táhirih ………………………………………………….174

align=left>Guida alla pronuncia persiana …………….……………187

Glossario………………………………….…………….189

VII

RINGRAZIAMENTI

Si ringraziano vivamente Ali-Kuli Khan, Nabílu'd-Dawlih, la

signora Bahia Gulick e Allah K. Kalantar per i loro consigli

su alcuni termini persiani e arabi, nonché il dottor Amín

Bánaní per aver confrontato l'originale persiano con questo

testo.

VIII

Citazioni dal Corano

La numerazione delle sure e dei versetti è quella di Il Corano,

Introduzione, traduzione e commento di Alessandro Bausani,

Sansoni, Firenze 1961, di cui si è altresí di solito seguito

anche il testo.

IX

PREFAZIONE DELL'EDIZIONE INGLESE

Questo libro parla di uomini e donne che cercarono di andare

in prigione invece che di fuggirne, perché erano prigionieri di

un grande amore. Amavano Bahá'u'lláh, Che il mondo del

XIX secolo mise in catene e cercò di far tacere relegandoLo,

alla fine, nella roccaforte crociata di 'Akká. Come l'occhio del

ciclone, Egli è il centro di questi racconti, ma vi appare a mala

pena, rimanendo, come il Custode Lo descrisse, "trascendente

nella Sua maestá, sereno, soggiogante, inarrivabilmente

glorioso

Il lettore potrebbe riconoscersi, in queste pagine, nel gioielliere

di Baghdád, o in uno degli sguatteri, o nel professore che

non riuscí a sopportare l'arroganza dei suoi pari. V’incontrerá

mistici, femministe, preti, artigiani, mercanti, principi. Vi

troverá anche i giovani occidentali moderni, per esempio nel

capitolo sui dervisci. Perché questa è più che una breve storia

dei primi discepoli bahá'í; è, per cosí dire, un libro di prototipi

ed è una sorta di testamento di valori sottoscritta e lasciataci

in ereditá dall'Esemplare Bahá’í, valori ora derisi, ma indispensabili,

se vogliamo che il pianeta sia sicuro per l'umanitá.

Sono racconti semplici e brevi, ma costituiscono un manuale

su come vivere e morire.

Il compito di tradurre in inglese queste biografie mi fu affidato

dal Custode molti anni fa, mentre mi trovavo in pellegrinaggio

al centro mondiale bahá'í a Haifa. Poco dopo il

Custode mi inviò a Tihrán il volume che ho poi utilizzato per

la traduzione. Secondo il frontespizio del testo persiano, si

tratta del primo libro bahá'í stampato a Haifa durante il

Custodiato. L'introduzione in persiano dice che 'Abdu’l-Bahá

scrisse il libro nel 1915 e dette a M.A. Kahrubá'í il permesso

di pubblicarlo. Il testo datato 1924 porta il sigillo dell'AssemX

blea Bahá’í di Haifa. Un secondo frontespizio in inglese

descrive l'opera come "Il racconto, scritto da 'Abdu’l-Bahá,

align=left>della vita di alcuni dei primi credenti bahá'í che morirono nel

corso della Sua vita", ma in realtá l'opera è una trascrizione

delle Sue parole.

Ecco dunque che, quasi mezzo secolo dopo il Suo trapasso,

'Abdu’l-Bahá dona al mondo un altro libro.

Ci chiediamo quanti di noi, alla fine di un periodo incredibilmente

doloroso e difficile, dedicherebbero il tempo fuggente

non alle proprie memorie ma alla vita di settanta compagni,

molti dei quali defunti da lungo tempo, per salvarli dall'oblio.

'Abdu’l-Bahá fu personalmente presente a molti di

questi episodi, eppure più di una volta Egli Si cancella per

concentrarSi su un compagno, spesso tanto modesto che il trascorrere

degli anni gli avrebbe sicuramente negato un cenno

storico. E se ai cinici, questi credenti sembrano migliori di

uomini comuni, dobbiamo ricordare che tali li rende la presenza

della Manifestazione e che li guardiamo attraverso gli

occhi del Maestro, il Quale disse che l'occhio imperfetto vede

le imperfezioni e che è più facile piacere a Dio che agli uomini.

Perciò questo libro è un ulteriore segno della predilezione

di 'Abdu’l-Bahá per la razza umana. L'amore che Egli

personificò non era cieco ma osservatore, non impersonale ma

caldo e tenero; era un continuo atteggiamento di sollecitudine

discreta. Un simile amore, da siffatto Essere, non finisce con

la vita. Egli ha lasciato il mondo mezzo secolo fa e molti di

coloro che Lo amavano tanto che gli ostili dissero non erano

Bahá’í ma 'Abdu'l-Bahá'í, sono ora scomparsi. Ma il Suo

amore è ancora qui fra noi, perché altri milioni di persone lo

possano trovare.

LA TRADUTTRICE

Keene, New Hampshire, dicembre 1969

1

NABÍL-I-AKBAR

Nella città di Najaf , tra i discepoli del celebre mujtahid

Shaykh Murtadá, c'era un uomo unico e impareggiabile. Il suo

nome era Áqá Muhammad-i-Qá'iní, ma poi ricevette dalla

Manifestazione il titolo di Nabíl-i-Akbar1 Quest'anima illustre

divenne il primo nella schiera dei discepoli del mujtahid. A lui

solo, prescelto fra tutti, fu concesso il rango di mujtahid e

infatti il defunto Shaykh Murtadá non era avvezzo a conferire

quel titolo.

Nabíl eccelleva non solo in teologia, ma anche in altri rami

del sapere, come le discipline umanistiche, la filosofia illuminativa,

gli insegnamenti dei mistici e della Scuola Shaykhí.

Era un uomo universale, già di per sé una prova convincente.

Quando aprì gli occhi alla luce della guida divina e respirò le

fragranze del Cielo, divenne una fiamma di Dio. Poi il cuore

gli balzò nel petto e, in un'estasi di gioia e d'amore, ruggì

come il leviatano degli abissi.

Ricevette dal mujtahid il nuovo rango, con una profusione

di elogi. Poi lasciò Najaf e venne a Baghdád. Qui ebbe l'onore

d'incontrare Bahá'u'lláh, qui mirò la luce che rifulse sul Sinai

nell'Albero Santo. Ben presto si ritrovò in uno stato tale che

non riusciva a riposare né di giorno né di notte.

1 Per l’autore degli Araldi dell’Aurora, vedi Nabíl-i-Zarandí

2

Un giorno l'onorato Nabíl stava genuflettendosi con reverenza

alla presenza di Bahá'u'lláh, sul pavimento degli appartamenti

esterni riservati agli uomini. In quel momento entrò

Hájí Mirzá Hasan-'Amú, stimato confratello dei mujtahid di

Karbilá, assieme a Zaynu'l-Ábidín Khán il Fakhru'd-Dawlih.

Lo Hájí rimase attonito nel vedere con quali umiltà e deferenza

Nabíl si inginocchiava.

"Signore! Cosa fate in questo luogo?" sussurrò.

"Sono venuto per la stessa ragione per cui siete venuto voi

rispose Nabíl.

I due visitatori non riuscivano a riprendersi dalla sorpresa,

perché era risaputo che quel personaggio era unico fra i mujtahid,

discepolo prediletto del famoso Shaykh Murtadá.

In seguito, Nabíl-i-Akbar partì per la Persia e andò nel

Khurásán. All'inizio l'Amír di Qá’in, Mír 'Alam Khán lo

colmò di gentilezze e apprezzò molto la sua compagnia. Tutto

ciò era così palese che la gente capì che Nabíl l'aveva

conquistato; e in verità l'Amír era soggiogato dall'eloquenza,

dal sapere e dalle doti di quel sapiente. Da questo si può

giudicare quali onori gli altri gli accordassero, perché "gli

uomini seguono la fede dei sovrani".

Nabíl visse così per qualche tempo stimato e molto considerato;

ma il suo amore per Dio era al di là di ogni dissimulazione.

Eruppe dal suo cuore, divampò e ne consumò gli involucri.

In mille modi cercai

l'amor mio di celare,

ma come non avvampare

su quel rogo infocato!

Egli portò luce nella zona di Qá’in e convertì un gran

numero di persone. E quando fu conosciuto dappertutto con

align=left>questo nuovo nome, il clero, invidioso e malevolo, insorse a

denunziarlo, inoltrando le sue calunnie fino a Tihrán, cosicché

3

Násiri’d-Dín Sháh andò in collera. Atterrito dallo Sciá,

l'Amír attaccò Nabíl con tutta la sua forza. Ben presto l'intera

città fu in tumulto e la popolazione infuriata si scagliò contro

di lui.

Quel rapito amante di Dio non cedette mai, resistette a

tutti. Ma alla fine lo cacciarono via, cacciarono via quell'uomo

che vedeva ciò che essi non vedevano ed egli andò a Tihrán,

fuggiasco e senza tetto.

Qui i suoi nemici cercarono ancora di distruggerlo. Le

guardie lo inseguirono, i gendarmi lo cercarono dappertutto,

chiesero di lui in ogni strada e in ogni vicolo, dandogli la caccia

per catturarlo e torturarlo. Ma egli passava furtivo accanto

a loro e, come il sospiro dell'oppresso, saliva su per le colline

o, come le lagrime del perseguitato, scendeva lungo le vallate.

Non poté più portare il turbante, insegna del suo rango; si

travestì, indossando un cappello da laico, perché non lo

riconoscessero e lo lasciassero in pace.

Continuò in segreto a diffondere la Fede e a esporre le sue

prove con tutte le sue forze e fu lampada di guida per molte

anime. Continuamente esposto al pericolo, fu sempre prudente

e circospetto. Il Governo non rinunziò mai a ricercarlo, né mai

la gente cessò di discutere il suo caso.

Poi, partì per Bukhárá e 'Ishqábád, seguitando a insegnare

la Fede in quelle regioni. Consumava la vita come un cero;

tuttavia, nonostante le sofferenze, non si perse mai d'animo,

anzi, con l'andar del tempo, il suo ardore e la sua gioia

crebbero. Uomo eloquente, fu medico provetto rimedio per

ogni malanno, balsamo per ogni piaga. Guidava gli Illuminati

per mezzo dei loro principi filosofici e ai mistici dimostrava

l'Avvento Divino in termini di “ispirazione” e “visione

celeste”. Convinceva i maestri shaykhí citando le parole dei

loro defunti Capiscuola, Shaykh Ahmad e Siyyid Kázim, e

convertiva i teologi musulmani citando i testi del Corano e le

tradizioni degli Imám, che guidano l’umanità sulla retta via.

Fu, così, medicamento istantaneo per i sofferenti e, per i

poveri, ricca elargizione.

4

A Bukhárá rimase senza un soldo e fu vittima di molte

sventure, finché da ultimo morì lontano dalla sua terra,

involandosi verso quel Regno in cui non esiste povertà.

Nabíl-i-Akbar è autore di un saggio magistrale che dimostra

la verità della Causa, ma per il momento non è a disposizione

degli amici. Spero che venga alla luce e serva da

monito ai sapienti. È vero che in questo mondo effimero fu

bersagliato da un’infinità di pene, eppure tutte quelle generazioni

di potenti prelati, quegli Shaykh come Murtadá e

Mírzá Habíbu'lláh e Áyatu'lláh-i-Khurásání e Mullá

Asadu'lláh-i-Mázandarání, scompariranno tutti senza lasciare

traccia. Non lasceranno dietro di sé né nome, né segno, né

frutto. Nessuno ne tramanderà sia pure una parola; nessuno

più ne parlerà. Ma la stella di Nabíl risplenderà per sempre

dall'orizzonte della luce eterna, perché restò incrollabile in

questa santa Fede, guidò le anime, servì questa Causa e ne

sparse la fama.

È chiaro che qualunque gloria conquistata al di fuori della

Causa di Dio alla fine si trasforma in umiliazione e qualsiasi

agio e benessere non s’incontri sul sentiero di Dio è da ultimo

solamente affanno e dolore, tutta quella ricchezza è miseria e

nulla più.

Egli fu segnacolo di guida, emblema di timor di Dio.

Sacrificò la vita per la Fede e, morendo, trionfò. Passò incurante

accanto al mondo e alle sue ricompense; distolse lo

align=left>sguardo da rango e ricchezza; si liberò da tutte queste catene e

questi ceppi e rinunciò a ogni pensiero mondano. Uomo di

vasta cultura, mujtahid, filosofo e mistico ad un tempo, dotato

d'intuito, fu anche uomo di lettere e oratore senza pari. Aveva

una mente grande e universale.

Sia lodato Iddio, alla fine divenne ricettacolo della grazia

celeste. Su di lui sia la gloria di Dio, il Gloriosissimo. Iddio

effonda il fulgore del Regno di Abhá sulla sua tomba. Lo

accolga Iddio nel Paradiso del ricongiungimento e lo ospiti

per sempre nel regno dei giusti, sommerso in un oceano di

align=left>luci.

5

ISMU'LLÁHU'L-ASDAQ

Tra le Mani della Causa di Dio che hanno abbandonato

questa vita e sono ascesi al Supremo Orizzonte, vi è Jináb-i-

Ismu'lláhu'l-Asdaq. Un altro è Jináb-i-Nabil-i-Akbar. Altri

ancora sono Jináb-i-Mullá 'Alí-Akbar e Jináb-i-Shaykh

Muhammad-Ridáy-i-Yazdí. E, fra gli altri, vi è anche il

venerato martire, Áqá Mírzá Varqá.

Dall'inizio dei suoi giorni fino all'ultimo respiro,

Ismu’lláhu’l-Asdaq fu un vero servo del Signore. Da giovane,

align=left>aderì al cenacolo del defunto Siyyid Kázim e divenne suo

discepolo. Ben noto in Persia per la purezza di vita, acquistò

fama come Mullá Sádiq, il pio. Era un uomo benedetto, raffinato,

colto e molto onorato. La gente del Khurásán gli era

molto devota, perché era un grande studioso, uno dei più rinomati

tra gli ineguagliabili e incomparabili teologi. Come insegnante

della Fede, parlava con tale eloquenza, con forza tanto

straordinaria che i suoi ascoltatori ne venivano molto facilmente

conquistati.

Giunto a Baghdád e pervenuto alla presenza di Bahá’u’lláh,

sedeva, un giorno, nel cortile degli appartamenti degli uomini,

vicino al giardinetto. Io mi trovavo di sopra in una delle

stanze prospicienti sul cortile. In quel momento arrivò a casa

un principe persiano, nipote di Fath-'Alí Sháh. Il principe gli

chiese: "Chi sei?". "Un servo di questa Soglia, uno dei guar6

diani di questa porta" rispose Ismu'lláh. E incominciò a

insegnare la Fede, mentre io ascoltavo da sopra. All'inizio il

Principe sollevò violente obiezioni; ma in un quarto d'ora, con

gentilezza e benignità, Jináb-i-Ismu'lláh lo aveva ammansito.

Da principio il principe aveva smentito seccamente quello

ch'egli diceva e il suo volto rispecchiava chiaramente la sua

furia; ora, trasformatasi l'ira in un sorriso, esprimeva la

massima soddisfazione per aver incontrato Ismu'lláh e sentito

ciò che aveva da dire.

Anche se il suo interlocutore lo aggrediva con rabbia veemente,

egli insegnava sempre con letizia e allegria e rispondeva

con arguzia e garbo. Il suo modo d'insegnare era eccellente.

Era veramente Ismu'lláh, il Nome di Dio, non per la sua

fama, ma perché era uno spirito eletto.

Ismu'lláh aveva imparato a memoria numerose tradizioni

islamiche e aveva appreso perfettamente le dottrine di Shaykh

Ahmad e Siyyid Kázim. Divenne credente a Shiráz nei primi

giorni della Fede e come tale fu ben presto largamente conosciuto.

E poiché incominciò a insegnare apertamente e coraggiosamente,

gli legarono una corda al collo e lo trascinarono

per le strade e i bazar della città. Ma anche in quello stato continuò,

composto e sorridente, a parlare alla gente. Non cedette,

non fu messo a tacere. Quando lo liberarono lasciò Shiráz e

andò nel Khurásán, e anche lì incominciò a divulgare la Fede.

Dopo di che si recò al Forte Tabarsí in compagnia del Bábu'l-

Báb. Qui, come componente di quella schiera di vittime

espiatorie, patì grandi sofferenze. Lo fecero prigioniero nel

Forte e lo consegnarono ai notabili del Mázindarán, perché lo

portassero attorno e infine lo uccidessero in un certo distretto

della provincia. Ma quando Ismu'lláh, incatenato, fu condotto

nel luogo stabilito, Iddio infuse nel cuore di un uomo l'idea di

liberarlo dalla prigione nel bel mezzo della notte e di condurlo

in un luogo dove fosse al sicuro. In tutte queste angosciose

prove egli rimase incrollabile nella sua fede.

Pensate per esempio che i nemici avevano completamente

7

accerchiato il Forte e lo martellavano incessantemente con

colpi di mortaio dei loro cannoni d'assedio. Per diciotto giorni

i credenti, e tra loro anche Ismu'lláh, rimasero senza cibo.

Vissero nutrendosi del cuoio delle scarpe. Anche questo fu

ben presto consumato e non rimase altro che acqua. Ne bevevano

un sorso ogni mattina e languivano nel Forte esausti e

affamati. Ma quando venivano attaccati, balzavano

immediatamente in piedi e, davanti al nemico, mostravano un

magnifico coraggio e una straordinaria resistenza e

respingevano l'esercito dalle mura. La fame durò diciotto

giorni. Fu una terribile ordalia. Tanto per incominciare, erano

lontani da casa, assediati dal nemico e isolati da tutto; inoltre

stavano morendo di fame e infine c’erano i repentini attacchi

dell'esercito e le palle di cannone che piovevano esplodendo

nel cuore del Forte. In simili circostanze mantenere fede e

pazienza incrollabili è estremamente difficile e sopportare

afflizioni così terribili è un raro fenomeno.2

Ismu'lláh non si perse d'animo sotto il fuoco. Una volta

libero, insegnò più che mai. Spese ogni attimo di veglia per

invitare la gente al Regno di Dio. Fu ammesso alla presenza

di Bahá’u’lláh in 'Iráq e poi nella Più Grande Prigione,

ricevendo da Lui grazia e favore.

Era come un mare spumeggiante, come un falco che si

libra alto nel cielo. Il suo volto risplendeva, la sua lingua era

eloquente, la sua forza e fermezza erano strabilianti. Quando

apriva bocca per insegnare, ne scaturivano le prove; allorché

cantava o pregava, i suoi occhi versavano lacrime come

nuvola di primavera. Il suo viso era luminoso, spirituale la sua

vita; la sua sapienza, acquisita e innata, e celestiali il suo

ardore, il suo distacco dal mondo, la sua giustizia, la sua

devozione e il suo timor di Dio.

La tomba di Ismu'lláh si trova in Hamadán. Molte sono le

Tavole che la Penna Suprema di Bahá’u’lláh rivelò per lui,

2 Cfr. Nabíl, Gli Araldi dell’Aurora, p.373, nota 27.

align=left>8

compresa, dopo il suo trapasso, una speciale Tavola di

Visitazione. Fu un grande personaggio, perfetto in ogni cosa.

Questi esseri benedetti hanno ora lasciato questo mondo.

Grazie a Dio non si sono soffermati tanto da vedere i dolori, le

intense afflizioni, che seguirono l'ascensione di Bahá’u’lláh,

perché a causa loro solide montagne vacilleranno e tremeranno

e alture torreggianti si piegheranno.

Fu veramente Ismu'lláh, il Nome di Dio. Fortunato chi

cammina attorno a quella tomba, chi si segna con le polveri di

quel sepolcro. A lui saluti e lode nel Regno di Abhá.

MULLÁ ‘ALÍ-AKBAR

Un'altra Mano della Causa fu il riverito Mullá 'Alí-Akbar,

su di lui sia la gloria di Dio, il Gloriosissimo. Presto nella vita,

quest'illustre uomo frequentò istituti di istruzione superiore e

lavorò diligentemente, giorno e notte, finché non divenne

profondamente versato nel sapere del tempo, negli studi secolari,

nella filosofia e nella giurisprudenza religiosa. Frequentò

i convegni dei filosofi, dei mistici e degli shaykhí percorrendo

pensosamente quelle regioni del sapere, della saggezza intuitiva

e dell'illuminazione; ma aveva sete della fonte della verità

e fame del pane che discende dal Cielo. Per quanto si

sforzasse di perfezionarsi in quelle branche della mente, non

fu mai soddisfatto, né mai raggiunse la meta dei suoi desideri;

le sue labbra rimasero asciutte; era confuso e perplesso e

9

capiva di aver smarrito la strada. Il motivo era che in tutti quei

cenacoli non aveva rinvenuto né passione, né gioia, né estasi,

né la più vaga fragranza d'amore. E mentre si approfondiva

nell'essenza di quelle svariate credenze, scoprì che dal giorno

dell'avvento del profeta Muhammad fino ai nostri giorni erano

sorte un’infinità di sette: credi differenti, opinioni disparate,

mete divergenti, innumerevoli vie e strade. E trovò che

ciascuna, con un pretesto o con l'altro, pretendeva di rivelare

la verità spirituale, che ciascuna credeva d'essere la sola a

seguire la retta via, benché il mare di Muhammad potesse

sollevarsi in un'unica grande ondata e mandarle tutte a fondo.

"Ne senti tu ancora un sol uomo, ne puoi udire un bisbiglio".3

Chiunque rifletta sulle lezioni della storia impara che questo

mare si è sollevato in un’infinità di onde, ma tutte alla fine

si sono dissolte e sono svanite come ombra fugace. Le onde

sono morte, ma il mare sopravvive. Ecco perché 'Alí Qabl-i-

Akbar non placò mai la sua sete, fino al giorno in cui arrivato

sulla spiaggia della Verità, esclamò:

Ecco un mare rigurgitante tesori;

sotto la sferza del grande vento, perle depongono i suoi

flutti. Getta via la veste e immergiti, ma non cercar di

nuotare, se nuoti, non dartene vanto - tuffati a capofitto.

Il suo cuore sprizzò e zampillò come una fonte; come limpide

acque dolcemente scorrenti, significato e verità presero a

fluire dalle sue labbra. Dapprima raccolse la nuova luce con

umiltà e povertà di spirito e solo in seguito si accinse a diffonderla

tutt'intorno. Ben fu detto:

Potrà mai ad altri il dono della vita porgere

chi della vita il dono non ha mai posseduto?

3 Cfr. Corano XIX, 98.

10

Il maestro così deve fare: ammaestrare prima se stesso e

dopo gli altri. Se ancora percorre la via degli appetiti e dei

desideri carnali come potrà guidare un altro ai "segni evidenti"

4 di Dio?

Quest'uomo onorato riuscì a convertire una moltitudine.

Per amor di Dio trascurò ogni prudenza, mentre s'affrettava

sulle vie dell'amore. Divenne come un forsennato, un vagabondo,

un pazzo riconosciuto. Nobili e plebei a Tihrán lo

schernirono a causa della sua nuova Fede. Quando camminava

per le strade e i bazar, la gente lo mostrava a dito, chiamandolo

bahá’í. Ogni qual volta scoppiava un tumulto, era il

primo a essere arrestato. Perciò si teneva sempre pronto e

aspettava, perché ciò avveniva immancabilmente.

Più volte fu messo in catene, imprigionato e minacciato

con la spada. La fotografia di quest'uomo benedetto, assieme a

quella del grande Amín, fatta mentre erano in catene, servirà

da esempio a chiunque abbia occhi per vedere. Eccoli quei

due uomini illustri, legati, incatenati, eppure composti, rassegnati,

imperturbati.

Le cose giunsero a tal punto che alla fine, ogni qual volta

v'era una sommossa, Mullá 'Alí metteva il turbante, si

avvolgeva nell’abá, si sedeva e aspettava che i suoi nemici si

muovessero, i farrásh facessero irruzione e i gendarmi lo

portassero in prigione. Ma pensate al potere di Dio!

Nonostante tutto, egli si salvò. "Segno del saggio e

dell'amante è che lo trovi arido nel mare". Ecco com'era: la

vita appesa a un filo da un momento all'altro, i malevoli in

agguato, conosciuto dappertutto come bahá’í, eppure protetto

da ogni danno. Fino al giorno in cui morì, rimase arido negli

abissi del mare, freddo e incolume in mezzo al fuoco.

Dopo l'ascensione di Bahá’u’lláh, Mullá 'Alí perseverò,

leale al Testamento della Luce del Mondo, fermo nel Patto

che servì e proclamò. Durante la vita della Manifestazione, la

4 Corano III, 97.

11

sua brama lo spinse a correre da Bahá’u’lláh, Che lo accolse

align=left>con benevolenza e favore e lo coprì di benedizioni. Quindi

ritornò in Írán, dove dedicò tutto il suo tempo al servizio della

Causa. In aperto contrasto con i suoi dispotici oppressori, per

quanto spesso essi lo minacciassero, li sconfisse sempre. Non

fu mai battuto. Tutto quello che aveva da dire, lo disse. Fu una

delle Mani della Causa di Dio, saldo, incrollabile,

inamovibile.

Lo amavo moltissimo, perché conversare con lui era una

gioia e come compagno non era secondo a nessuno. Non

molto tempo fa, una notte lo vidi nel mondo dei sogni. Benché

fosse di corporatura massiccia, nel sogno mi apparve ancor

più grosso e corpulento. Pareva che fosse ritornato da un

viaggio. “Jináb" gli dissi "siete diventato sano e robusto". "Si,

grazie a Dio!" rispose. "Sono stato in luoghi dove l'aria era

fresca e dolce, l'acqua pura cristallina, i paesaggi ameni e i

cibi deliziosi. Tutto mi si confaceva, naturalmente, e per

questo ora sono più forte che mai e ho riacquistato il vigore

della prima giovinezza. Le brezze del Misericordiosissimo

hanno spirato su di me e ho trascorso tutto il tempo a parlare

di Dio. Ho esposto le Sue prove e insegnato la Sua Fede".

align=left>(Nell'altro mondo, insegnare la Fede significa esalare i dolci

aromi della santità: ciò equivale all'insegnamento).

Conversammo ancora un po', poi sopraggiunsero altre persone

ed egli disparve.

La sua estrema dimora è a Tihrán. Anche se il suo corpo

giace sotto terra, il suo spirito puro sopravvive "in seggio di

verità presso un Re potentissimo.5 Se solo fosse possibile,

desidererei molto visitare le tombe degli amici di Dio. Essi

sono i servitori della Bellezza Benedetta; sulla Sua via furono

afflitti, incontrarono fatiche e dolori, patirono oltraggi e

subirono danno. Su loro sia la gloria di Dio, il Gloriosissimo.

A loro salute e lode. Su loro siano la tenera misericordia e il

perdono di Dio.

5 Corano LIV, 55.

12

SHAYKH SALMÁN

Nel 1266 A.H.6 il fido messaggero, Shaykh Salmán, udì per

la prima volta l'appello divino e il suo cuore palpitò di gioia.

Si trovava allora a Hindíyán. Irresistibilmente attratto,

percorse a piedi il lungo cammino fino a Tihrán, dove con

amore ardente si unì segretamente ai credenti. Un giorno,

mentre passava per il bazar con Áqá Muhammad Taqíy-i-

Káshání, i farrásh lo pedinarono e scoprirono il luogo dove

abitava. L'indomani, polizia e farrásh andarono a prenderlo e

lo condussero davanti al capo della polizia.

"Chi sei?" chiese costui.

"Sono di Hindíyán" ripose Salmán. "Sono venuto a Tihrán

e sono diretto nel Khurásán, per un pellegrinaggio al

Santuario dell’Imám Ridá".

"Che cosa facevi ieri con quell'uomo dalla veste bianca?"

l'interrogò il capo.

Salmán rispose: "Il giorno prima gli avevo venduto un 'abá

e ieri doveva pagarmi.

"Sei forestiero qui" disse l'altro. "Come mai ti sei fidato di

lui?".

"Ha fatto da garante un cambiavalute" ribatté Salmán.

Pensava allo stimato credente, Áqá Muhammad-i-Sarráf

(cambiavalute).

6 1849-1850.

13

Il capo si rivolse a uno dei farrásh e gli ordinò: "Conducilo

dal cambiavalute e fa' un'indagine".

Quando furono arrivati il farrásh andò avanti. "Cos'è questa

storia che un ' abá è stato venduto e che tu ne hai garantito il

pagamento? Spiegati" disse.

"Non ne so niente" protestò il cambiavalute.

"Andiamo" disse allora il farrásh rivolgendosi a Salmán "è

tutto chiaro finalmente; tu sei bábí".

Accadde che il turbante che Salmán aveva in testa assomigliasse

a quelli che si usavano a Shúshtar. Mentre

attraversavano un crocevia, un uomo di Shúshtar uscì dalla

sua bottega. Abbracciò Salmán esclamando: "Dove sei stato

Khájih Muhammad-'Alí? Quando sei arrivato? Benvenuto!".

Salmán rispose: "Sono arrivato pochi giorni fa e ora la

polizia mi ha arrestato".

"Che cosa vuoi da lui?" il mercante chiese al farrásh. "Che

cosa vai cercando?".

"È bábí" fu la risposta.

align=left>"Dio ce ne guardi!" gridò l'uomo di Shúshtar "Lo conosco

bene. Khájih Muhammad-'Alí è un musulmano timorato di

Dio, sciita, devoto seguace dell’Imám 'Alí". Detto questo,

offrì al farrásh una somma di denaro e Salmán fu liberato.

Entrarono in negozio e il mercante incominciò a chiedere a

Salmán come gli andavano le cose. Salmán gli disse: "Io non

sono Khájih Muhammad-'Alí".

L'uomo di Shúshtar rimase di stucco. "Sembri proprio lui!"

esclamò. "Siete identici. Ma se non sei lui, restituiscimi i soldi

che ho pagato al farrásh".

Salmán gli porse subito il denaro, se ne andò, uscì dalla

porta della città e s'incammino verso Hindíyán.

Quando Bahá’u’lláh arrivò in 'Iráq, il primo messo che

giunse alla sua santa presenza fu Salmán, il quale tornò poi

indietro con alcune Tavole indirizzate agli amici di Hindíyán.

Una volta l'anno quell'uomo benedetto si metteva in marcia

per andare dal suo Benamato; dopo di che ritornava sui suoi

14

passi, portando Tavole in molte città: Isfáhán, Shiráz Káshán

Tihrán e altre.

Dall'anno '69 fino all'ascensione di Bahá’u’lláh nel 1309

A.H.,7 una volta l'anno Salmán arrivava carico di posta, ripartendone

poi con le Tavole, che consegnava fedelmente, una

per una, ai rispettivi destinatari. Tutti gli anni, durante tutto

quel lungo periodo, egli venne a piedi dalla Persia fino in 'Iráq

o Adrianopoli o la Più Grande Prigione ad 'Akká; giungeva

con grandissimo entusiasmo e amore e poi tornava indietro.

Era dotato di straordinaria capacità di resistenza. Viaggiava

a piedi e di regola non mangiava altro che pane e cipolla, e in

tutto quel periodo fece la spola senza che mai nulla lo facesse

ritardare, senza mai perdere una lettera o una Tavola. Ogni

missiva fu debitamente recapitata, ogni Tavola arrivò al destinatario.

A Isfáhán, fu sottoposto ripetutamente ad ardue

prove, ma, sempre paziente e grato, si guadagnò dai non

bahá’í il titolo di "angelo Gabriele dei bábí".

Per tutta la vita, Salmán rese alla Causa di Dio questo

importantissimo servigio, diventando strumento per la sua

diffusione; e contribuì alla felicità dei credenti, recando ogni

anno nelle città e nei villaggi di Persia le liete novelle di Dio.

Era vicino al cuore di Bahá’u’lláh, Che lo guardava con

favore e grazia speciali. Nelle Sacre Scritture vi sono alcune

Tavole rivelate in suo nome.

Dopo l'ascensione di Bahá’u’lláh, Salmán rimase fedele al

Patto, servendo la Causa con tutte le sue forze. Anche allora,

come in passato, ogni anno veniva nella Più Grande Prigione,

consegnava la posta che i credenti gli avevano affidato e poi

ritornava in Persia con le risposte. Alla fine, a Shíráz, spiccò il

volo verso il Regno della gloria.

Dagli albori della storia fino ad oggi, non è mai esistito

messaggero così degno di fiducia, né mai è vissuto corriere

paragonabile a Salmán. Ha lasciato a Isfáhán onorati supersti-

7 1853-1892.

15

ti, che si trovano attualmente in ristrettezze a causa delle

difficoltà esistenti in Persia. È certo che gli amici

provvederanno alle loro necessità. A lui la gloria di Dio, il

Gloriosissimo; a lui salute e lode.

MÍRZÁ MUHAMMAD-‘ALÍ, L’AFNÁN

Ai tempi di Bahá’u’lláh, nei peggiori momenti nella Più

Grande Prigione, nessuno degli amici aveva il permesso di

lasciare la Fortezza o di entrarvi dall'esterno. "Berretta

Sghemba"8 e il Siyyid,9 che abitavano nei pressi della seconda

porta della città, erano sempre lì a spiare, giorno e notte. Non

appena scoprivano un viaggiatore bahá’í, si precipitavano dal

Governatore e gli dicevano che portava lettere e sarebbe ripartito

con le risposte. Il Governatore allora lo arrestava, requisiva

gli incartamenti, lo gettava in prigione e lo cacciava via.

Questa pratica divenne abituale per le autorità e durò a lungo,

precisamente per nove anni, finché a poco a poco fu abbandonata.

Fu in quel periodo che l'Afnán, Hájí Mirzá

Muhammad’Alí, quel grande ramo dell'Albero Santo,10 si

mise in viaggio verso 'Akká: dall'India andò in Egitto e

dall'Egitto a Marsiglia.

8 Áqá Ján. Cfr. Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, p. 195.

9 Siyyid Muhammad, l’Anticristo della Rivelazione Bahá’í. Cfr. ivi,

p. 168,195.

10 Gli Afnán sono i familiari del Báb. Ivi, p. 245, 238.

16

Mi trovavo un giorno sul tetto del caravanserraglio. Con me

c'era un gruppo di amici e stavo passeggiando avanti e indietro.

Era il tramonto. In quel momento, guardando verso la

spiaggia in lontananza, scorsi un veicolo che si avvicinava.

"Signori" dissi "sento che su quella carrozza c'è un sant'uomo".

Era ancora così distante, che si vedeva a malapena.

"Andiamo alla porta" soggiunsi. "Certo, non ci lasceranno

passare, ma possiamo almeno star lì finché non arriva". Presi

con me una o due persone e c'incamminammo.

Alla porta andai dalla sentinella e, presala in disparte, le

detti qualcosa e dissi: "Sta arrivando una carrozza e penso che

porti un nostro amico. Quando sarà qui, non fermarla e non

riferire la cosa al Governatore". Egli mi porse una sedia e io

mi misi a sedere.

Nel frattempo era calato il sole. Avevano chiuso il portone

principale, ma il portello era aperto. Il custode era all'esterno;

la carrozza si fermò: l'amico era arrivato. Che volto radioso!

Era tutto luce da capo a piedi. Il solo vedere quel viso rendeva

felici; era così fiducioso, sicuro, radicato nella fede e aveva

un'aria così gioiosa. Era davvero un essere benedetto, un

uomo che migliorava giorno dopo giorno e ogni giorno cresceva

in certezza, fede, qualità luminose e amore ardente. Nel

breve periodo che trascorse nella Più Grande Prigione, fece

progressi straordinari. Pensate: la sua carrozza aveva percorso

solo una parte della strada fra Haifa e 'Akká e già se ne potevano

percepire lo spirito e la luce.

Dopo che ebbe ricevuto gl'infiniti favori elargitigli da

Bahá’u’lláh, ebbe licenza di partire e andò in Cina. Là per

lungo tempo trascorse i suoi giorni memore di Dio e conformandosi

al compiacimento divino. In seguito si trasferì in

India, dove morì.

L'altro riverito Afnán e gli amici in India ritennero opportuno

mandare le sue spoglie benedette in 'Iráq, ostensibilmente

a Najaf, per tumularle vicino alla Città Santa, perché i

Musulmani si erano rifiutati di accoglierle nel cimitero e la

17

salma era stata provvisoriamente custodita in un deposito.

Áqá Siyyid Asadu'lláh, che a quel tempo si trovava a

Bombay, fu incaricato di trasportare quei resti in 'Iráq con la

dovuta reverenza. Sul piroscafo c'erano alcuni Persiani ostili, i

quali, giunti a Búshihr riferirono che si stava portando il

feretro di Mírzá Muhammad-’Alí, il bábí, a Najaf, per

seppellirlo nella Valle della Pace, presso i sacri recinti del

Santuario, e che una cosa del genere era intollerabile.

Tentarono di far sbarcare i sacri resti, ma non ci riuscirono;

guardate cosa possono fare i misteriosi decreti di Dio.

La salma arrivò a Basra. Ma essendo quello un periodo nel

quale gli amici erano costretti a restare nascosti, Siyyid

Asadu’lláh fu obbligato a proseguire come se dovesse veramente

tumulare la bara a Najaf, pur sperando nel frattempo di

riuscire in un modo o nell'altro a inumarla vicino a Baghdád.

Infatti, per quanto Najaf sia e sempre sarà una città santa, tuttavia

gli amici avevano scelto un altro luogo. Perciò Iddio

istigò i nostri nemici affinché impedissero la sepoltura a Najaf

align=left>Arrivarono a frotte, attaccarono il lazzaretto per impadronirsi

della salma e sotterrarla a Basra, o gettarla in mare, o abbandonarla

fra le sabbie del deserto.

Il caso assunse tali proporzioni che alla fine fu impossibile

trasportare le spoglie a Najaf e Siyyid Asadu'lláh dovette trasferirle

a Baghdád. Ma anche qui non c'era luogo dove il

corpo dell'Afnán potesse essere sepolto al sicuro da molestie

di mani nemiche. Alla fine il Siyyid decise di portarlo al santuario

del persiano Salmán, il Puro,11 circa cinque farsakh

align=left>fuori Baghdád e di tumularle a Ctesifonte, vicino alla tomba

di Salmán, nei pressi della reggia dei sovrani sasanidi. Fu trasportato

lì e quel pegno di Dio fu deposto con grande reverenza

in una tomba sicura vicino al palazzo di Nawshíraván.

Era destino che mille trecento anni dopo che la città del

trono degli antichi re persiani era stata calpestata, ora che,

11 Araldo del profeta Muhammad.

18

oltre a ruderi e a cumuli di sabbia, non ne restava traccia e

perfino il tetto della reggia era diroccato e per metà crollato al

suolo, questo edificio dovesse riacquistare il fasto e lo splendore

regale dei giorni passati. È davvero un'arcata possente.

La sua luce è di cinquantadue passi e torreggia altissima.

Così, la grazia e il favore di Dio si riversarono sui Persiani

di un'epoca da lungo tempo trascorsa, affinché la loro capitale

diroccata fosse ricostruita e rifiorisse. Per questo scopo, con

l'aiuto di Dio, le cose si misero in modo che l'Afnán vi fosse

sepolto; e in quel luogo sorgerà sicuramente una superba città.

Scrissi molte lettere a questo proposito, finché da ultimo si

poté tumularvi le sacre ceneri. Siyyid Asadu'lláh mi scriveva

da Basra e io gli rispondevo. Un funzionario pubblico del

luogo ci era completamente devoto e lo sollecitai a fare tutto il

possibile. Siyyid Asadu'lláh mi informò da Baghdád che non

sapeva più cosa fare e che non aveva la minima idea sul luogo

in cui dare sepoltura a quella salma. "Dovunque la sotterri" mi

comunicò "la disseppelliranno".

Alla fine, sia lodato Iddio, fu deposta proprio là dove più

volte la Bellezza Benedetta Si era rifugiata, in quel sito onorato

dai Suoi passi, dove aveva rivelato tante Tavole e i credenti

di Baghdád erano stati in Sua compagnia, proprio là dove il

Più Grande Nome soleva recarSi a passeggiare. Come mai

avvenne tutto questo? Per la purezza di cuore dell'Afnán;

senza di essa, tutti questi mezzi e queste strade non sarebbero

mai stati disponibili. In verità, Dio muove la terra e i cieli.

Amavo moltissimo l'Afnán. A causa sua, gioivo. Composi

per lui una lunga Tavola di visitazione che inviai in Persia

assieme ad altre carte. La sua sepoltura è uno dei sacri luoghi

dove si dovrà erigere un magnifico Mashriqu'l-Adhkár.

Potendo, l'attuale arcata della reggia dovrà essere restaurata e

diventare un Tempio. Sarebbe anche opportuno costruirvi gli

edifici ausiliari: l'ospedale, le scuole e l’università, la scuola

elementare, il ricovero per i poveri e i bisognosi, l'asilo per gli

orfani e i derelitti, l'ostello dei viaggiatori.

align=left>19

Benevolo Iddio! Un tempo quella reggia era bella e splendidamente

decorata. Ma là dove pendevano tendaggi di broccato

d'oro, oggi vi sono ragnatele e dove rullavano i tamburi

del re e i suoi musici suonavano, l'unico suono è uno sgraziato

crocidare di corvi e di cornacchie. "In verità, questa è la

capitale del regno dei gufi, dove non udrai altro suono, fuorché

l'eco delle loro incessanti strida". Così era la caserma

quando giungemmo ad 'Akká. Dentro le mura c'erano solo

pochi alberi e sui loro rami, come sui bastioni, tutta la notte

gemevano i gufi. Com'è desolante il loro grido! Come stringe

il cuore!

Dalla prima giovinezza fino a quando non divenne debole e

vecchio, quel sacro ramo dell'Albero Santo, col suo volto sorridente,

brillò come una lampada in mezzo a tutti. Poi si lanciò

e spiccò il volo verso la gloria imperitura e si tuffò nell'oceano

di luce. Su di lui siano le brezze del suo Signore, il

Misericordiosissimo. Su di lui, avvolto dalle acque della

grazia e del perdono, siano la misericordia e il favore di Dio.

HÁJÍ MÍRZÁ HASAN, L’AFNÁN

Uno dei più eminenti fra coloro che abbandonarono la

terra natale per raggiungere Bahá’u’lláh fu Mírzá Hasan, il

grande Afnán, che negli ultimi tempi ebbe l'onore di emigrare

e di essere favorito e compagno del suo Signore. L'Afnán,

che era imparentato con il Báb, fu chiamato specificamente

20

dalla Penna Suprema germoglio dell'Albero Santo. Ancor

bambino, ricevette dal Báb la sua porzione di grazia e dette

prova di straordinario attaccamento a quell'abbagliante Beltà.

Non ancora adolescente, frequentò la compagnia dei dotti e

incominciò a studiare scienze e arti. Rifletteva giorno e notte

sui problemi spirituali più difficili e guardava con stupore i

possenti segni di Dio scritti nel Libro della Vita. Divenne

profondamente versato anche nelle scienze materiali, come la

matematica, la geometria e la geografia: in breve, era assai

colto in molti campi, conosceva bene il pensiero dei tempi

antichi e moderni.

Mercante di professione, si occupava di affari solo durante

un breve periodo del giorno e della sera, dedicando la maggior

parte del suo tempo alla discussione e alla ricerca. Era un vero

erudito, motivo di grande vanto per la Causa di Dio fra i più

eminenti uomini di cultura. Con poche succinte frasi,

risolveva intricati problemi; il suo eloquio era conciso, ma in

sé quasi un miracolo.

Sebbene fosse divenuto credente ai tempi del Báb, s'infiammò

davvero durante i giorni di Bahá’u’lláh. Fu allora che

il suo amor di Dio bruciò ogni ingombrante velo e ogni futile

pensiero. Fece tutto il possibile per divulgare la Fede di Dio,

acquistando fama dappertutto per il suo amore ardente verso

Bahá’u’lláh.

O Amore, smarrito Son io, abbagliato e posseduto

align=left>zimbello d'Amore in tutte le contrade,

Principe dei folli, mi chiamano,

ma un tempo primeggiavo per meriti ed ingegno...

Dopo l'ascensione del Báb, ebbe l'altissimo onore di servire

e vegliare sulla riverita e santa consorte del Signore benedetto.

Si trovava in Persia, desolato per la separazione da

Bahá’u’lláh, quando il suo illustre figlio, sposandosi, divenne

membro della Sacra Famiglia. L'Afnán se ne rallegrò. Lasciò

21

la Persia e corse a rifugiarsi al riparo del favore del suo

Benamato. Era uomo di aspetto straordinario, il volto così

luminoso che perfino i non credenti solevano dire che dalla

sua fronte emanava una luce celestiale.

Per un certo periodo, andò ad abitare a Beirut, dove incontrò

il noto studioso Khájih Findík. Questa importante persona

in vari circoli lodò calorosamente l'erudizione del grande

Afnán, affermando che individui di così profondo e vasto

sapere erano rari in tutto l'oriente. In seguito l'Afnán ritornò in

Terra Santa, sistemandosi nei pressi della magione di Bahjí e

concentrando ogni pensiero sugli aspetti della cultura umana.

Dedicava quasi tutto il tempo a svelare i segreti dei cieli, a

osservare nei dettagli i moti delle stelle. Aveva un telescopio

con cui ogni notte eseguiva i suoi rilevamenti. Viveva una vita

felice, spensierata e gaia. Vicino a Bahá’u’lláh, i suoi giorni

erano beati e le sue notti chiare come il far del mattino in primavera.

Ma poi l'Amato Si dipartì da questo mondo. La pace

dell'Afnán ne fu infranta e trasformata in dolore la sua gioia.

La Suprema Afflizione ci sopravvenne, la separazione ci consunse,

i giorni un tempo luminosi si fecero cupi come notte:

ormai tutte le rose delle ore trascorse erano macerie e polvere.

align=left>Sopravvisse per qualche tempo, il cuore bruciante, inondati di

lacrime gli occhi. Ma non poté sopportare la nostalgia per il

Benamato e ben presto la sua anima rinunziò a questa vita e si

rifugiò in quella eterna; passò nel Cielo del perenne ricongiungimento

e fu immersa in un oceano di luce. A lui somma

misericordia, abbondante munificenza e ogni benedizione nel

trascorrere dei cicli e delle età. La sua tomba onorata è ad

'Akká nel Manshíyyih.

22

MUHAMMAD-‘ALÍY-I-ISFÁHÁNÍ

align=left>Muhammad-’Alí di Isfáhán fu tra quei primissimi credenti

che vennero guidati alla Fede fin dal suo esordio. Era un

mistico e la sua casa era luogo di riunione per mistici e

filosofi. Nobile e magnanimo, era uno dei più onorati cittadini

di Isfáhán, ospite e santuario per ogni forestiero, ricco o

align=left>povero. Uomo brioso, di indole eccellente, tollerante, affabile,

generoso e gioviale, nella sua città tutti sapevano che gli

piaceva divertirsi.

Poi, fu spinto ad abbracciare la Fede e s'infiammò

dall'Albero Sinaico. La sua casa divenne un centro d'insegnamento,

dedicato alla gloria di Dio. I fedeli vi affluivano notte

e giorno, come a una lampada accesa da celestiale amore. Per

lungo tempo, in quella casa si cantarono i sacri versetti e si

esposero le chiare prove. Sebbene ciò fosse risaputo,

Muhammad-’Alí non fu molestato, essendo parente

dell'Imám-Jum'ih di Isfáhán. Alla fine, però, le cose giunsero

a un punto tale che lo stesso Imám-Jum'ih lo allontanò dicendogli:

"Non posso proteggerti oltre. Sei in grave pericolo. È

meglio che tu lasci la città e ti metta in viaggio".

Egli abbandonò allora la sua casa, si recò in 'Iráq e giunse

alla presenza del Desiato del mondo. Vi s'intrattenne per qualche

tempo, facendo progressi quotidiani; aveva ben poco per

vivere, ma era felice e contento. Uomo di indole eccellente,

23

andava ugualmente a genio tanto ai credenti quanto agli altri.

Allorché Bahá’u’lláh lasciò col Suo seguito Baghdád

diretto a Costantinopoli, Muhammad-’Alí Lo accompagnò e

proseguì con Lui fino alla Terra del Mistero, Adrianopoli.

Non avvezzo all'incostanza, sempre conservò la sua tipica

immutabilità di cuore. Qualsiasi cosa accadesse, rimaneva

imperturbato. Anche in Adrianopoli i suoi giorni trascorsero

felicemente, sotto la protezione di Bahá’u’lláh. Si occupava di

affari dai quali, per quanto insignificanti fossero, traeva

sempre frutti sorprendentemente generosi.

Da Adrianopoli, Muhammad-’Alí accompagnò Bahá’u’lláh

fino alla fortezza di 'Akká, dove fu rinchiuso in carcere e

rimase tra i Suoi compagni di prigionia per il resto dei suoi

giorni, conseguendo così il sommo fra tutti gli onori: essere in

align=left>prigione con la Bellezza Benedetta.

Trascorse i suoi giorni in perfetta beatitudine. Anche qui

aveva il suo piccolo giro d'affari, che lo teneva occupato dalla

mattina fino a mezzogiorno. Nel pomeriggio, prendeva il

samovar, lo riponeva in una borsa scura ricavata da una bisaccia

e usciva, recandosi in un giardino, o nei prati, o nei campi,

e lì beveva il tè. Talvolta lo si trovava nella fattoria di

Mazrá'ih, talaltra nel giardino di Ridván, oppure nella

Magione, dove aveva l'onore di servire Bahá'u'lláh.

Muhammad-’Alí teneva accuratamente conto di ogni benedizione

nella quale s'imbatteva. "Com'è delizioso oggi il mio

tè!" esclamava. "Che aroma, che colore! Ameno davvero questo

prato e che fiori variopinti!". Diceva sempre che ogni cosa

ha un profumo speciale, persino l'aria e l'acqua. Per lui i giorni

trascorrevano in indescrivibile letizia. Neppure i sovrani

align=left>erano felici come questo vecchio, commentava la gente. "È

completamente libero dal mondo" dicevano "vive nella gioia".

Si dava il caso che il suo cibo fosse sempre fra i migliori e che

la sua casa si trovasse nella parte più bella di 'Akká. Benevolo

Iddio! Era lì prigioniero, eppure si sentiva agiato, tranquillo e

gioioso.

24

Quando alfine s'involò verso l'eterna luce, Muhammad-'Alí

aveva superato gli ottant'anni. Da Bahá’u’lláh aveva ricevuto

molte Tavole e, in ogni circostanza, infinita grazia. Su di lui

sia la gloria di Dio, il Gloriosissimo. Su di lui miriadi di

celesti benedizioni; Iddio gli conceda letizia sempiterna. La

sua luminosa tomba è ad 'Akká.

align=left>‘ABDU’S-SÁLIH, IL GIARDINIERE

Fra coloro che emigrarono e furono compagni nella Più

Grande Prigione, vi fu Áqá 'Abdu's.-Sálih. Questo spirito

eletto, figlio di vecchi credenti, proveniva da Isfáhán. Il suo

magnanimo padre morì e il fanciullo crebbe orfano. Non c'era

nessuno che lo educasse, che si prendesse cura di lui; era alla

mercé di chiunque volesse fargli male. Alfine adolescente,

ormai cresciuto, si mise alla ricerca del suo Benamato.

Emigrò presso la Più Grande Prigione e qui ebbe l'onore di

essere nominato giardiniere del giardino di Ridván. In questo

lavoro non era secondo a nessuno. Incrollabile nella fede,

leale, degno di fiducia, quanto a carattere, incarnava il sacro

versetto "E certo l'indole tua è nobilissima".12 Ecco come

meritò il privilegio di accudire al giardino di Ridván e di

ricevere così la più grande delle grazie: essere ammesso alla

presenza di Bahá’u’lláh quasi tutti i giorni.

12 Corano LXVIII, 4.

25

Il Più Grande Nome fu tenuto prigioniero e relegato nella

cittadella di 'Akká per nove anni; e polizia e farrásh Lo tennero

sempre sotto costante sorveglianza, tanto nella caserma

quanto più tardi dall'esterno della casa. La Bellezza Benedetta

abitava in una casa piccolissima e non metteva mai piede

fuori da quell'angusto alloggio, perché i Suoi oppressori

vigilavano ininterrottamente alla sua porta. Ma quando furono

trascorsi nove anni e il numero dei giorni fissato e destinato fu

compiuto, allora, a dispetto dell'astioso volere del tiranno

'Abdu'l-Hamíd e di tutti i suoi servili cortigiani, Bahá’u’lláh

uscì dalla fortezza con autorità e possanza e Si insediò in una

residenza regale fuori città.

Benché la politica del sultano 'Abdu'l-Hamíd fosse sempre

più intransigente, sebbene egli insistesse incessantemente sul

rigoroso isolamento del Prigioniero, ciò nonostante la

Bellezza Benedetta viveva ora, come tutti sanno, nel pieno del

potere e della gloria. Bahá’u’lláh trascorreva parte del tempo

nella Magione, oppure nel borgo agreste di Mazrá'ih; per

brevi periodi soggiornava a Haifa e occasionalmente la Sua

tenda veniva piantata sulle pendici del monte Carmelo. Amici

di ogni regione si presentavano e ottenevano udienza. Popolo

e autorità governative vedevano tutto, ma nessuno ne fece mai

align=left>parola. Ecco uno dei più grandi prodigi di Bahá’u’lláh: che,

prigioniero, Si circondasse di gloria ed esercitasse il potere.

La prigione divenne una reggia, il carcere un Giardino

dell'Eden. Mai nella storia è accaduto tanto, nessuna èra

trascorsa ha visto una cosa simile: che un uomo relegato in

prigione, abbia potuto muoversi con autorità e potenza e,

costretto in catene, abbia potuto innalzare fino al sommo cielo

la fama della Causa di Dio, riportare splendide vittorie in

oriente e in occidente e soggiogare il mondo con la Sua Penna

onnipossente. Ecco ciò che contraddistingue questa suprema

Teofania.

Un giorno i notabili del governo, colonne del paese, gli

'ulamá della città, i più importanti mistici e intellettuali si

recarono alla Magione. La Bellezza Benedetta non prestò loro

26

attenzione alcuna. Non li ammise alla Sua presenza, non chiese

align=left>notizia di nessuno. Mi misi a sedere e tenni loro compagnia

per qualche ora, dopo di che se ne tornarono là donde erano

venuti. Sebbene il farmán imperiale decretasse specificamente

che Bahá’u’lláh fosse tenuto in solitario confino nella fortezza

di 'Akká, in una cella perennemente sorvegliata, che mai ne

mettesse fuori un piede e mai vedesse un credente, malgrado

questo farmán, questo drastico ordine, la Sua tenda fu drizzata

con maestà sulle pendici del monte Carmelo. Quale manifestazione

di potere maggiore di questa: che proprio da una

prigione il vessillo del Signore sia stato issato e dispiegato al

vento, sì che tutto il mondo lo vedesse! Lode al Possessore di

tale maestà e possanza, lode a Lui, armato di forza e gloria,

lode a Lui Che rinchiuso nella prigione di 'Akká debellò i

nemici!

In conclusione: 'Abdu’s-Sálih visse sotto una buona stella,

align=left>poiché era regolarmente ammesso alla presenza di

Bahá’u’lláh. Ebbe il privilegio di servire per lunghi anni in

qualità di giardiniere e fu sempre leale, sincero e forte nella

fede. Umile dinanzi a ogni credente, in tutto quel tempo non

ferì né offese mai nessuno. E da ultimo abbandonò il suo giardino

e si affrettò verso l'abbraccio della misericordia di Dio.

L'Antica Bellezza era compiaciuta di 'Abdu's-Sálih e, dopo

la sua ascensione, rivelò una Tavola di Visitazione in suo

onore, pronunziando per lui anche un discorso che fu poi trascritto

e pubblicato assieme ad altri Scritti.

Su di lui sia la gloria del Gloriosissimo! Su di lui la

gentilezza e il favore di Dio nell'Eccelso Reame.

27

USTÁD ISMÁ’ÍL

Un altro ancora di quella schiera benedetta fu Ustád

Ismá’íl, il costruttore. Era il sovrintendente edile di Farrukh

Khán (Amínu'd-Dawlih) a Tihrán e viveva ricco e felice,

uomo d'alto rango, onorato da tutti. Ma perse la testa per la

Fede e ne fu estasiato, finché la sua sacra passione non

consumò ogni ingombrante velo. Mise da parte allora ogni

prudenza e divenne noto in tutta Tihrán come una colonna dei

align=left>bahá’í.

Dapprima Farrukh Khán lo difese abilmente. Ma, dopo

qualche tempo, lo convocò e gli disse: "Ustád, mi sei molto

caro, e ti ho dato protezione, e ti sono rimasto accanto, meglio

che ho potuto. Ma lo Sciá ha scoperto tutto sul tuo conto e sai

bene quale sanguinario tiranno sia. Temo che ti catturerà di

sorpresa e t’impiccherà. La cosa migliore che tu possa fare è

partire. Lascia il paese, va' altrove, fuggi da questo pericolo".

Composto e sereno, Ustád abbandonò il lavoro, distolse lo

sguardo dai suoi possedimenti e partì per l'Iráq, dove visse in

povertà. Aveva preso moglie da poco e l'amava moltissimo.

Venne la madre di lei e con un sotterfugio ottenne il suo consenso

a che riconducesse la figlia a Tihrán, apparentemente

per una visita. Ma, appena giunta a Kirmansháh andò dal mujtahid

e gli disse che, avendo il genero rinnegato la propria

religione, sua figlia non poteva più rimanerne la legittima

consorte. Il mujtahid celebrò il divorzio e maritò la fanciulla a

28

un altro uomo. Quando a Baghdád giunse notizia

dell'accaduto, Ismá’íl più incrollabile che mai si limitò a

ridere e disse: "Sia lodato Iddio! Nulla mi resta su questa via.

Ho perduto tutto, anche la sposa. Ho potuto darGli tutto ciò

che possedevo".

Quando Bahá’u’lláh partì da Baghdád, mettendoSi in viaggio

verso la Rumelia, gli amici rimasero indietro. Gli abitanti

della città insorsero contro quegl'inermi credenti, inviandoli

align=left>prigionieri a Mosul. Ustád era vecchio e stanco, ma partì a

piedi senza provviste per il viaggio, valicò monti e deserti,

alture e vallate e alla fine raggiunse la Più Grande Prigione.

Una volta Bahá’u’lláh aveva trascritto per lui un'ode di Rúmí

e gli aveva detto di rivolgere il viso verso il Báb e di cantarne

le parole, secondo una certa melodia. E così Ustád, mentre

vagava nel buio delle lunghe notti, cantava questi versi:

O amore, smarrito son io abbagliato e posseduto

zimbello d'amore, in tutto il mondo.

Principe dei folli mi chiamano

ma un tempo primeggiavo per meriti ed ingegno.

O Amore, che mi vendi questo vino,13

o Amore, per cui sanguino e ardo,

amore, per cui mi struggo e piango

tu sei Sonatore e io zampogna.

Se vuoi ch'io viva

insufflami l'alito Tuo santo.

il tocco di Gesù Tu mi darai

sebbene giacqui una vita nella morte.

13 Questo vino dice altrove Rumi, proviene dalla giara del “Si, lo sei”.

Cioè simboleggia il Patto Primevo stretto fra Dio e l’uomo il giorno del

“Non son Io il vostro Signore?”. Quel giorno il Signore chiamò la

posterità dai lombi di Adamo e disse alle generazioni non ancora nate:

”Non son Io il vostro Signore?”. Al che esse risposero: “Si. In verità, lo

sei”. Cfr. Corano VII, 172.

29

Tu Fine e Principio

Tu Occulto e Palese

Da ogni occhio Ti nascondi

eppure in ogni occhio Tu dimori.

Era come un uccello dalle ali spezzate, ma aveva questo

canto ed esso lo fece proseguire verso il suo unico vero

Amore. Si avvicinò furtivamente alla fortezza e vi entrò, ma

era esausto, sfinito. Vi sostò per alcuni giorni e giunse alla

presenza di Bahá’u’lláh; dopo di che gli fu detto di cercare

alloggio a Haifa. Vi si recò ma non vi trovò rifugio, né nido

né caverna, né acqua né chicco di grano. Finalmente si

sistemò in una grotta fuori città. Comperò un piccolo vassoio

e vi dispose bracciali d'argilla, ditali, spille e altri ninnoli.

Ogni giorno, dal mattino fino a mezzogiorno, girovagava per

vendere questi oggetti. A volte guadagnava venti para,14 altre

align=left>volte trenta, nei giorni migliori quaranta. Poi ritornava a casa

nella sua caverna e si accontentava di un tozzo di pane.

Rendeva sempre grazie, dicendo: "Sia lodato Iddio, ho

ottenuto questo favore e questa grazia; sono stato separato da

conoscenti e sconosciuti e mi sono rifugiato in questa grotta.

Ora sono tra coloro che hanno dato tutto per comperare il

Divino Giuseppe nella piazza del mercato. Esiste grazia più

grande di questa?!".

Così si trovava, allorché morì. Assai sovente udirono

Bahá’u’lláh dirSi soddisfatto di Ustád Ismá’íl. Fu circondato

di benedizioni e l'occhio di Dio era su di lui. Saluti a lui e

lode. A lui la gloria del Gloriosissimo.

14 Il para turco era un nono di centesimo. Cfr. Webster, New International

Dictionary.

30

NABÍL-I-ZARANDÍ

Un altro ancora di coloro che emigrarono dalla patria per

essere vicini a Bahá’u’lláh fu il grande Nabíl.15 Nel fiore della

giovinezza si congedò dalla famiglia a Zarand e, con l'aiuto di

Dio, incominciò a insegnare la Fede. Divenne condottiero dell'esercito

degli amanti e, nella sua ricerca, lasciò l'Iráq persiano

diretto in Mesopotamia, ma non riuscì a trovare Colui Che

cercava. Il Benamato, infatti, Si trovava allora nel Kurdistán e

viveva in una grotta a Sar-Galú; e lì, tutto solo in quelle balze

desolate, senza compagni, senza amici, senza anima che lo

ascoltasse, comunicava con la bellezza che albergava nel Suo

cuore. Di Lui mancava ogni notizia; l'Iráq era oscurato, e in

gramaglie.

Quando Nabíl s'avvide che la fiamma, un tempo lì accesa e

alimentata, era quasi spenta, che ben pochi erano i fedeli, che

Yahyá16 si era rintanato in un covo segreto dove languiva apatico

e inerte e che era sopraggiunto un freddo inverno, con

sommo rammarico, si vide costretto a partire per Karbilá. Qui

s'intrattenne finché la Bellezza Benedetta non ritornò dal

Kurdistán, recandoSi a Baghdád. In quel tempo vi fu

sconfinata gioia; tutti i credenti del paese rinacquero alla vita

e tra loro Nabíl, che accorse alla presenza di Bahá’u’lláh e

divenne oggetto di grandi elargizioni. Trascorreva i suoi

15 Nabíl, l’autore degli Araldi dell’Aurora, è il “poeta laureato di

Bahá’u’lláh. Suo cronista e infaticabile discepolo”. Cfr. Dio passa nel

mondo, p. 132.

16 Mírzá Yahyá, “capo nominale” della comunità, era “il centro

provvisoriamente nominato in attesa della manifestazione del

Promesso”. Ivi, pp. 129-30.

31

giorni in letizia, ora, scrivendo odi per celebrare le lodi del

suo Signore. Era poeta di talento, uomo facondo, di forte

tempra, ardente di appassionato amore.

Dopo qualche tempo si trasferì a Karbilá, poi ritornò a

Baghdád e quindi andò in Persia. Frequentando Siyyid

Muhammad, fu indotto in errore e gravemente afflitto e provato;

ma, a somiglianza delle meteore, sfrecciò come un

dardo, scacciando via le fantasie sataniche,17 respinse i

sussurratori maligni e ritornò a Baghdád, dove trovò riposo

all'ombra dell'Albero Santo. In seguito gli fu ordinato di

visitare Kirmánsháh. Quindi fece nuovamente ritorno e in

ogni viaggio gli fu permesso di rendere un servizio.

Poi, Bahá’u’lláh e il Suo seguito lasciarono Baghdád,

"Dimora della Pace", per Costantinopoli, la "Città dell'Islam".

Dopo la Sua partenza, Nabíl indossò l'abito del derviscio e si

mise in cammino, raggiungendo la carovana per la strada. A

Costantinopoli ebbe l'ordine di ritornare in Persia e di insegnarvi

la Causa di Dio, di viaggiare per il paese e di comunicare

ai credenti nelle città e nei villaggi tutto quello che era

successo. Allorché la missione fu compiuta e rullarono i tamburi

del "Non sono Io il vostro Signore?" - perché era l'anno

ottanta18 - Nabíl accorse ad Adrianopoli, gridando per via: "Sì,

in verità, lo sei! In verità, lo sei!" e "Signore, Signore,

eccomi".

Fu introdotto alla presenza di Bahá’u’lláh e bevve il vino

vermiglio dell'obbedienza e dell'omaggio. Gli furono poi dati

ordini precisi di viaggiare dappertutto e di proclamare in ogni

regione che Dio Si era palesato: divulgare la lieta novella che

il Sole della Verità era sorto. Era veramente infiammato,

17 Riferimento al simbolismo islamico, secondo il quale il bene è protetto

nei confronti del male: gli angeli scacciano gli spiriti maligni che

tentano di spiare il paradiso, scagliando contro di loro meteore. Cfr.

align=left>Corano XV, 18; XXXVII, 10 e LXVII, 5.

18 Riferimento alla dichiarazione dell’avvento di Bahá’u’lláh nel 1863,

come Promesso del Báb. L’avvento del Báb aveva avuto luogo

nell’anno sessanta”, il 1844.

32

trascinato da amore impaziente. Attraversò con grande fervore

i paesi, portando il più bello di tutti i messaggi e vivificando i

cuori. Ardeva come una fiaccola in ogni compagnia, era la

stella di ogni assemblea, a ogni venuto porgeva l'inebriante

coppa. Marciò come guidato da un rullo di tamburi e infine

raggiunse la fortezza di ‘Akká.

In quei giorni le restrizioni erano eccezionalmente

rigorose. Le porte erano sbarrate, chiuse le strade. Nabíl arrivò

travestito alla porta di 'Akká. Ma Siyyid Muhammad e il suo

sciagurato complice si precipitarono immediatamente al

Governatorato a denunziare il viaggiatore. "È un persiano e

non un uomo di Bukhárá, come sembra" riferirono. È venuto

qui per avere notizie di Bahá’u’lláh". Le autorità lo espulsero

all'istante.

Nabíl disperato si rifugiò nella cittadina di Safad. Poi

align=left>venne a Haifa, dove si sistemò in una grotta sul monte

Carmelo. Viveva appartato da estranei e conoscenti, gemendo

notte e giorno, piangendo e cantando preghiere. Qui rimase

come un recluso e aspettò che si aprissero le porte. E quando

fu scaduto il tempo predestinato della cattività, e si

align=left>spalancarono le porte, e il Vilipeso ne uscì in bellezza, maestà

e gloria, Nabíl corse da Lui con cuore gioioso. Poi si consumò

come un cero, lasciandosi bruciare dall'amor di Dio. Giorno e

notte cantò le lodi dell'Amato dei due mondi e di coloro che

stavano presso la sua Soglia, scrivendo esametri e pentametri,

componendo liriche e lunghe odi. Quasi tutti i giorni era

ammesso alla presenza della Manifestazione.19

19 Gli scritti Bahá’í sottolineano che la “divinità attribuita a un essere così

grande e la completa incarnazione dei nomi e degli attributi di Dio in

una Persona così eccelsa non deve, in nessun modo e in nessun caso,

essere mal concepita o fraintesa … quel Dio invisibile eppur razionale

… per quanto si lodi la divinità delle Sue Manifestazioni sulla terra non

può in nessun modo incarnare la Sua infinita, inconoscibile,

incorruttibile Realtà che tutto abbraccia … [in] un essere mortale”. Cfr.

Shoghi Effendi, “La Dispensazione di Bahá’u’lláh”, in L’Ordine

Mondiale di Bahá’u’lláh, p. 118.

33

align=left>Così continuò fino al giorno in cui Bahá’u’lláh ascese. In

quella suprema afflizione, quella devastante calamità, Nabíl

singhiozzò e tremò e levò alte grida al Cielo. Scoprì che il

valore numerico della parola "shidád", l'anno del travaglio, è

309, mostrando così che Bahá’u’lláh aveva predetto ciò che

era accaduto ora.20

Completamente distrutto, disperato per questa separazione

da Bahá’u’lláh, febbricitante, piangente, Nabíl era così angosciato

che tutti coloro che lo vedevano se ne meravigliavano.

Cercò di lottare, ma il suo unico desiderio era quello di abbandonare

la vita. Non poté soffrire oltre; la brama era accesa in

lui; non seppe più resistere al cocente dolore. E così divenne

monarca delle coorti dell'amore e si gettò in mare.

Prima del giorno in cui si immolò, scrisse l'anno della propria

morte in una parola sola: "Annegato".21 Poi gettò via la

vita per il Benamato e, libero dalla disperazione, non fu più

separato.

Quest'uomo illustre era erudito, saggio ed eloquente. Il suo

genio naturale era pura ispirazione, la sua musa un rivo cristallino.

In particolare la sua ode "Bahá! Bahá!" fu scritta in

un momento di pura estasi. Per tutta la vita, dalla prima

giovinezza finché non fu debole e vecchio, dedicò il suo

tempo a servire e adorare il Signore. Sopportò privazioni,

superò sventure, patì afflizioni. Dalle labbra della

Manifestazione udì meraviglie. Gli furono mostrate le luci del

Paradiso; il suo voto più ardente fu appagato. E alla fine,

quando l'Astro del mondo tramontò, non resse più e si lanciò

nel mare. Le acque del sacrificio si richiusero su di lui e,

annegato, finalmente andò presso l'Altissimo.

align=left>20 Secondo il conteggio abjad, le lettere di “shidád” fanno in totale 309. Il

1892, data dell’ascensione di Bahá’u’lláh, corrisponde al 1309 A.H.

21 Gharíq. Le lettere che compongono questa parola ammontano a 1310,

l’anno dell’Egira che ebbe inizio il 26 luglio 1892.

34

A lui copiose benedizioni; a lui tenere misericordie.

Conquisti una grande vittoria e una grazia palese nel Regno di

Dio.

align=left>DARVÍSH SIDQ-‘ALÍ

Áqá Sidq-’Alí fu un altro di coloro che lasciarono la terra

natia, si recarono presso Bahá’u’lláh e furono rinchiusi nella

Prigione. Era derviscio, un uomo che viveva libero e

distaccato da amici e sconosciuti. Apparteneva all'ambiente

dei mistici ed era uomo di lettere. Per un po' di tempo indossò

l'abito della povertà, bevve il vino della Regola e calcò la

Via;22 ma a differenza degli altri súfí non dedicò la vita al sordido

hashish al contrario, si forbì dalle loro vane fantasie e

cercò soltanto Dio, parlò solo di Dio e seguì soltanto la via di

Dio.

Poeta di raffinata vena, scrisse odi per cantare le lodi di

Colui Che il mondo ha vilipeso e respinto. Tra queste un

poema che compose mentre era prigioniero nella caserma di

'Akká, il cui distico principale dice:

Cento cuori irretiscono i Tuoi inanellati ricci

e, allorché scuoti le chiome, piovono cuori.

22 Termini usati dai súfí.

35

A Baghdád quell'anima libera e indipendente scoprì una

traccia dell'introvabile Amico. Vide l'Astro albeggiare all'orizzonte

dell’Iráq e beneficiò della grazia di quell'aurora. Cadde

sotto il fascino di Bahá’u’lláh e fu ammaliato da quel tenero

Compagno. Sebbene fosse un uomo tranquillo e taciturno, le

membra del suo corpo erano come molte bocche che mandavano

messaggi. Quando il seguito di Bahá’u’lláh fu in procinto

di partire da Baghdád, implorò il permesso di farne parte

come stalliere. Tutto il giorno marciava a fianco del convoglio

e, calata la notte, accudiva ai cavalli. Lavorava con tutto il

cuore. Solo passata la mezzanotte andava a letto e si coricava

per riposare. Ma suo giaciglio era un mantello, suo cuscino un

mattone cotto al sole.

Durante il viaggio, traboccante d'amorosa brama, cantava

poemi. Piaceva molto agli amici. In lui il nome23 diceva la

persona: era puro candore e verità, amore personificato, il

cuore casto, innamorato di Bahá’u’lláh. Nel suo alto rango di

stalliere, regnava come un re; anzi, la sua gloria sopravanzava

quella dei sovrani della terra. Era assiduo nel servire

Bahá’u’lláh, in ogni cosa retto e sincero.

La carovana degli amanti proseguì; raggiunse

Costantinopoli, passò ad Adrianopoli e infine alla prigione di

'Akká. Sidq-'Alí, era sempre presente, servendone fedelmente

il Condottiero.

Nella caserma, Bahá’u’lláh scelse una notte speciale e la

dedicò a Darvísh Sidq-’Alí. Scrisse che ogni anno, in quella

notte, i dervisci approntassero un luogo d'incontro, che fosse

in un giardino di fiori, e vi si riunissero per menzionare Iddio.

Proseguì spiegando che "derviscio" non significa chi se ne va

alla ventura, consumando notti e giorni in lotte e follie; ma,

disse, questa parola indica coloro che sono completamente

distaccati da tutto fuorché Dio, si attengono alle Sue leggi,

sono solidi nella Sua Fede, fedeli al Suo Patto e assidui nell'a-

23 Sidq, verità.

36

dorazione. Non è nome per coloro che, come dicono i

Persiani, se ne vanno in giro come vagabondi, confusi, la

mente turbata, un peso per gli altri e, tra tutti gli uomini, i più

rozzi e volgari.

Per tutta la vita questo eminente derviscio visse nell'asilo

del favore di Dio. Era completamente distaccato dalle cose del

mondo. Premuroso nel servire, assistette i credenti con tutto il

cuore. Per tutti loro fu un servitore, fedele alla Santa Soglia.

Poi giunse l'ora in cui, non lontano dal suo Signore, depose

il manto della vita e per gli occhi del corpo entrò nell'ombra,

ma per l'occhio della mente si portò là dove è chiaro come

giorno e là fu insediato su un trono di gloria duratura. Fuggì

dal carcere di questo mondo e piantò la tenda in una vasta e

spaziosa contrada. Iddio lo tenga sempre vicino a Sé e gli

conceda in quel mistico reame la benedizione del perpetuo

ricongiungimento e della visione beatifica; sia ravvolto in cortine

di luce. A lui la gloria di Dio, il Gloriosissimo. La sua

tomba è ad 'Akká.

ÁQÁ MÍRZÁ MAHMÚD E ÁQÁ RIDÁ

Queste due anime benedette, Mírzá Mahmúd di Káshán e

align=left>Áqá Ridá di Shíráz erano come due lampade, accese d'amor di

Dio dall'olio della Sua conoscenza. Circondati, sin dalla

fanciullezza, da divine elargizioni, per cinquantacinque anni

riuscirono a svolgere innumerevoli, indescrivibili servizi

d'ogni sorta.

37

Quando il seguito di Bahá’u’lláh lasciò Baghdád alla volta

di Costantinopoli, lo accompagnò una gran folla di persone.

Lungo il cammino, s'imbatterono in una carestia. Queste due

anime marciavano di buon passo, davanti alla howdah montata

da Bahá’u’lláh, e ogni giorno percorrevano un tragitto di

sette o otto farsakh. Esausti e indeboliti, arrivavano al luogo

della sosta; eppure, stanchi com'erano, si mettevano subito a

preparare e cucinare il cibo e a provvedere al ristoro dei credenti.

Gli sforzi che fecero erano veramente più di quanto la

carne possa sopportare. Talvolta in ventiquattro ore non avevano

più di due o tre ore di sonno, perché, dopo che gli amici

avevano consumato il pasto, toccava loro sparecchiare e rigovernare

i piatti e gli utensili da cucina; questo li teneva occupati

fino a mezzanotte; solo allora andavano a riposare.

All'alba si alzavano, impacchettavano ogni cosa e ripartivano,

davanti all'howdah di Bahá’u’lláh. Ecco l'importantissimo servizio

che poterono svolgere, ecco per quale grazia furono prescelti:

dal principio del viaggio a Baghdád fino all'arrivo a

Costantinopoli, marciarono accanto a Bahá’u’lláh; resero felici

tutti gli amici; procurarono riposo e agio a tutti; prepararono

qualunque cosa chiunque chiedesse.

Áqá Ridá e Mírzá Mahmúd furono la quintessenza dell'amor

di Dio, completamente distaccati da ogni cosa fuorché

Dio. In tutto quel tempo nessuno li udì mai alzare la voce.

Non ferirono né offesero mai nessuno. Furono sempre fidati,

leali, sinceri. Bahá’u’lláh elargì loro copiose grazie. Essi

avevano continuo accesso alla Sua presenza ed Egli esprimeva

loro la Sua soddisfazione.

Quando giunse a Baghdád da Káshán Mírzá Mahmúd era

un giovanotto. Áqá Ridá divenne credente a Baghdád. La condizione

spirituale dei due era indescrivibile. C'era a Baghdád

un gruppo di sette illustri credenti che, essendo poveri, abitavano

in un'unica stanzetta. Si reggevano a malapena in piedi,

ma erano così spirituali, così beati, che pensavano di essere in

Paradiso. Talvolta cantavano preghiere tutta la notte fino al

38

levar del mattino. Di giorno si recavano al lavoro e la sera chi

aveva guadagnato dieci para, chi forse venti, chi quaranta o

cinquanta. L'intera somma veniva spesa per il pasto serale.

Una volta uno di loro racimolò venti para, ma gli altri non

avevano nulla. L'amico che aveva il denaro comperò un po' di

datteri e li condivise con gli altri e quella fu la cena per sette

persone. Eppure erano perfettamente soddisfatti della loro vita

frugale, sommamente felici.

Questi due uomini onorati dedicarono i loro giorni a tutto

ciò che v'è di meglio nella vita umana: avevano occhi veggenti,

erano memori e consapevoli; avevano orecchie attente,

erano equi nel parlare. Il loro unico desiderio era quello di

compiacere Bahá’u’lláh. Nulla era per loro un dono, tranne il

servizio alla Santa Soglia. Dopo il tempo della Suprema

Afflizione, furono consumati dal dolore, come ceri che si van

smorzando; anelarono alla morte e rimasero incrollabili nel

Patto e lavorarono duramente e bene per divulgare la Fede di

quell'Astro. Furono intimi e fidi compagni di 'Abdu’l-Bahá, si

poteva sempre contare su di loro. Furono sempre modesti,

umili, senza pretese, delicati. Per tutto quel lungo periodo non

pronunziarono mai una sola parola che avesse a che fare con

l'io.

E alla fine, durante l'assenza di 'Abdu’l-Bahá spiccarono il

volo verso il Reame di gloria imperitura. Mi rammaricai

molto di non essere con loro, quando morirono. Sia pur

assente nel corpo, nel cuore ero lì e li piansi; ma alle

apparenze non mi congedai da loro; ecco perché mi dolgo.

A entrambi saluti e lode; a loro pietà e gloria. Conceda loro

Iddio una dimora in Paradiso, all'ombra dell'Albero di Loto.

Siano immersi in cortine di luce, vicini al loro Signore, il

Possente, l'Onnipotente.

39

PIDAR-JÁN DI QAZVÍN

Fra i credenti che emigrarono fa Baghdád c'era il defunto

Pidar-Ján. Era un vecchio devoto innamorato del Diletto, nel

giardino del divino amore era come una rosa in pieno fiore.

Giunse a Baghdád e vi trascorse i suoi giorni e le sue notti,

volgendo lo spirito a Dio e cantando preghiere; e sebbene

camminasse sulla terra, si muoveva nelle altezze dei Cieli.

Per obbedire alla legge di Dio, non avendo nulla, si mise

nel commercio. Infagottava alcune paia di calze, le poneva

sotto il braccio e le offriva in vendita mentre girava per le

strade e i bazar e a volte i ladri gli rubavano la merce. Alla

fine fu obbligato a camminare tenendo le calze sulle palme

tese. Ma si mise a recitare preghiere e un giorno ebbe la

sorpresa di accorgersi che gli avevano rubato sotto gli occhi le

calze che teneva stese sulle mani. La sua consapevolezza di

questo mondo era offuscata, perché viaggiava nell'altro. Era in

estasi, un uomo ebbro, abbagliato.

Ecco come visse in 'Iráq per qualche tempo. Quasi tutti i

giorni veniva ammesso alla presenza di Bahá’u’lláh. Il suo

nome era 'Abdu’lláh, ma gli amici lo soprannominarono

Pidar-Ján, Padre Caro, perché, per tutti loro, era un padre

affettuoso. Infine, nella cura protettrice di Bahá’u’lláh, spiccò

il volo verso il "seggio di verità, al cospetto del potente re".24

24 Corano LIV, 55.

40

Iddio renda fragrante il suo sepolcro con le scroscianti

piogge della Sua misericordia e lo guardi con l'occhio della

compassione divina. A lui saluti e lode.

SHAYKH SÁDIQ-I-YAZDÍ

Un altro di coloro che emigrarono a Baghdád fu Shaykh

Sádiq di Yazd, uomo stimato e giusto, proprio come dice il

suo nome Sádiq.25 Era una palma svettante nei boschi del

Cielo, una stella fiammeggiante nei cieli dell'amor di Dio.

Fu durante il periodo iracheno ch'egli corse anelante alla

presenza di Bahá’u’lláh. Il suo distacco dalle cose di questo

mondo e il suo attaccamento alla vita dello spirito sono indescrivibili.

Era amore incarnato, tenerezza personificata. Notte

e giorno celebrava Iddio. Completamente inconsapevole di

questo mondo e di ciò che vi si trova, pensava sempre a Dio,

rimanendo immerso in suppliche e preghiere. Il più delle volte

gli scorrevano lacrime dagli occhi. La Bellezza Benedetta lo

scelse per concedergli una speciale benevolenza e ogni qual

volta rivolgeva la Sua attenzione a Sádiq, la Sua tenerezza era

palese.

Un giorno vennero a dirci che Sádiq era in punto di morte.

Andai al suo capezzale e lo trovai che stava per esalare

l'ultimo respiro. Soffriva di ileo, un tipo di dolore e gonfiore

25 Questo nome ha diversi significati, fra cui verace, leale e giusto.

41

addominale. Corsi da Bahá’u’lláh e Gli descrissi il suo stato.

“ Va’ ” mi disse “ imponi la mano sull'enfiagione e

pronuncia le parole ‘Tu il Sanatore!’ ”.26

Tornai indietro. Vidi che la parte colpita si era tumefatta

assumendo le dimensioni di una mela; dura come pietra, in

continuo movimento, si contorceva e si attorcigliava su se

stessa come una serpe. Imposi la mano, mi rivolsi a Dio e,

supplicandoLo umilmente, ripetei le parole: “ Tu

Risanatore! ”. Immediatamente il malato si rialzò. L'ileo

scomparve, il gonfiore era rimosso.

Quello spirito personificato visse contento in 'Iráq fino al

giorno in cui il corteo di Bahá’u’lláh si mosse da Baghdád.

Com'era stato comandato, Sádiq rimase in città. Ma il desiderio

palpitava in lui tanto appassionato che, dopo l'arrivo di

Bahá’u’lláh a Mosul, egli non fu più capace di sopportare la

separazione. Senza scarpe e copricapo, corse accanto al corriere

diretto a Mosul; corse e corse finché, su quella pianura

align=left>desolata, la misericordia tutto attorno a lui, trovò eterno riposo.

Gli dia da bere Iddio da " una coppa, il cui licore sarà

miscelato di Canfora "27 e riversi sulla sua tomba acque

cristalline; Iddio profumi di muschio le sue ceneri in quel

deserto e vi effonda luce schiera a schiera.

26 Yá Sháfí

27 Corano LXXVI, 4.

42

SHÁH-MUHAMMAD-AMÍN

Sháh-Muhammad, soprannominato Amín, il Fido, fu tra i

primi credenti e tra i più profondamente innamorati. Nel fiore

della giovinezza, aveva udito l'appello divino e volto il viso

verso il Regno. Si era strappato dagli occhi i veli delle vane

supposizioni e aveva ottenuto ciò che il suo cuore desiderava.

Non lo distolsero né le fantasticherie in voga fra la gente né le

rampogne cui fu fatto segno. Imperturbato, resistette e

affrontò un mare di tribolazioni; incrollabile per la forza del

giorno dell'Avvento, affrontò coloro che cercavano di ostacolarlo

e di sbarrargli la via. Più dubbi cercavano d'insinuargli

nella mente, più forte diventava; maggiori i tormenti, maggiore

il suo progresso. Era prigioniero del volto di Dio, asservito

dalla beltà del Gloriosissimo, fiamma d'amor di Dio, fonte

zampillante del Suo sapere.

Nel suo cuore bruciava l'amore, sì che non aveva pace; e

quando non poté sopportare oltre l'assenza dell'Amato, lasciò

la terra natia, la provincia di Yazd. Trovò le sabbie del deserto

quali seta sotto i piedi; lieve come alito di vento, valicò

montagne e attraversò pianure sconfinate, finché non si fermò

alla soglia del suo Amore. Si era liberato dalla trappola della

separazione e, in 'Iráq, ebbe accesso alla presenza di

Bahá’u’lláh.

Una volta giunto nella casa del Diletto dell’umanità, fu

svuotato da ogni pensiero, liberato da ogni cura e divenne

43

oggetto di favori e grazie sconfinati. Trascorse alcuni giorni in

'Iráq e gli fu detto di ritornare in Persia. Vi rimase per un certo

tempo, frequentando i credenti e il suo puro alito li ridestò

tutti uno per uno, sì che ciascuno anelò alla Fede e divenne

sempre più irrequieto e impaziente.

Arrivò poi alla Più Grande Prigione con Mírzá Abu'l-

Hasan, il secondo Amín. Durante il viaggio, incontrò grandi

difficoltà, perché era assai difficile entrare nella prigione. Alla

fine, fu ricevuto da Bahá’u’lláh nei bagni pubblici. Ma Mírzá

Abu’l-Hasan fu così sopraffatto dalla maestosa presenza del

suo Signore, che vacillò, incespicò e stramazzò al suolo, si

ferì al capo e ne uscì sangue.

Amín cioè Sháh-Muhammad, ebbe l'onore d'essere soprannominato

il Fido e gli furono elargiti abbondanti doni. Pieno

di amore e zelo, portando con sé alcune Tavole di

Bahá’u’lláh, fece ritorno in Persia, dove, meritevole sempre di

fiducia, lavorò per la Causa. I suoi servigi furono importanti e

fu una vera consolazione per il cuore dei credenti. Non c'era

nessuno che potesse essergli paragonato per energia,

entusiasmo e ardore e nessuno rese servigi che potessero

eguagliare i suoi. Era porto sicuro fra la gente, noto in ogni

luogo per la sua devozione alla Santa Soglia, acclamato

dappertutto dagli amici.

Non si concesse un solo istante di riposo. Non trascorse

neppure una notte su comodo giaciglio, né pose mai la testa su

un soffice cuscino. Andava sempre di volata veleggiava come

gli uccelli, correva come un daino, dimorava nel deserto

dell’unità, solo e veloce. A tutti i credenti portava gioia, lieta

novella per tutti era il suo arrivo; per ogni ricercatore era

segno e pegno. Era innamorato di Dio, vagabondo nel deserto

dell'amor di Dio. Come il vento sfiorava le pianure e in cima

alle alture era irrequieto. Ogni giorno era in un paese diverso e

al calar della sera in un'altra terra ancora. Non riposò mai, né

mai sostò. Si levò sempre pronto a servire.

Ma poi fu preso prigioniero nell'Ádhirbáyján, nella città di

Míyándu'áb. Cadde nelle mani di certi curdi crudeli, una

44

banda ostile che non fece domande a quell'uomo innocente e

indifeso. Persuasi che quello straniero, come altri forestieri,

osteggiasse il popolo curdo, e non ravvisando in lui valore

alcuno, lo uccisero.

Quando la notizia del suo martirio raggiunse la Prigione,

tutti i prigionieri si dolsero e lo piansero, rassegnato a Dio e

indifeso qual era nella sua ultima ora. Persino sul volto di

Bahá’u’lláh erano evidenti i segni del dolore. Una Tavola

d'infinita tenerezza fu rivelata dalla Penna Suprema, per

commemorare l'uomo che morì su quella pianura funesta e per

lui furono poi inviate molte altre Tavole.

Oggi, egli dimora nei fulgidi Cieli, all'ombra della misericordia

di Dio. Conversa con gli uccelli della santità e nell'assemblea

degli splendori è immerso nella luce. Il ricordo e la

lode di lui rimarranno sino alla fine dei tempi nelle pagine dei

libri e sulle lingue e sulle labbra degli uomini.

A lui saluti e lode, a lui la gloria del Gloriosissimo, a lui la

suprema misericordia di Dio.

MASHHADÍ FATTÁH

Mashhadí Fattáh era spirito personificato, pura devozione.

Fratello di Hájí 'Alí-'Askar, dello stesso puro lignaggio, giunse

alla Fede tramite lui. Come i gemelli, Castore e Polluce, i

due erano sempre assieme, entrambi illuminati dalla luce della

fede.

Erano uniti in tutto come una coppia; condividevano certezza

e fede, la medesima coscienza e lasciarono

45

align=left>l'Ádhirbáyján per Adrianopoli, emigrando contemporaneamente.

In ogni circostanza della loro vita vissero come una

persona sola: indole, mete, religione, carattere, comportamento,

fede, certezza, conoscenza - in tutto erano uniti. Anche

nella Più Grande Prigione stavano sempre assieme.

Mashhadí Fattáh possedeva un po' di merce: era tutto ciò

che aveva al mondo. L'aveva affidata a certe persone di

Adrianopoli; e poi quei malvagi se ne disfecero. Così, sulla

via di Dio, egli perse tutto ciò che aveva. Trascorse i suoi

giorni nella Più Grande Prigione perfettamente soddisfatto.

Era pura abnegazione; da lui nessuno mai udì una sola sillaba

che indicasse ch'esisteva. Se ne stava sempre in un canto della

prigione, a meditare in silenzio, occupato nella rimembranza

di Dio, lo spirito sempre vigile e attento, in atteggiamento di

preghiera.

Poi sopravvenne la Suprema Afflizione. Egli non poté

sopportare l'angoscia della separazione da Bahá’u’lláh e dopo

il Suo trapasso morì di dolore. Benedetto e ancora benedetto.

Liete novelle e ancora liete novelle per lui. A lui la gloria del

Gloriosissimo.

NABÍL DI QÁ’IN

Quest'illustre uomo, Mullá Muhammad-'Alí28 fu di coloro i

cui cuori furono attratti a Bahá’u’lláh prima della

Dichiarazione del Báb; fu allora che bevve il rosso vino del

28 Nabíl di Qá’in era il suo titolo.

46

sapere dalle mani del Coppiere della grazia. Accadde che un

principe, figlio di Mír Asadu'lláh Khán, principe di Qá’in,

ebbe l'ordine di rimanere a Tihrán come ostaggio politico. Era

giovane, lontano dal suo amorevole padre e Mullá

Muhammad-’Alí fu suo tutore e custode. Poiché il giovane era

forestiero a Tihrán, la Bellezza Benedetta gli mostrò una speciale

gentilezza. Molte notti il giovane principe fu ospite di

Bahá’u’lláh nella magione e Mullá Muhammad-'Alí soleva

accompagnarlo. Questo avvenne prima della Dichiarazione

del Báb.

Fu allora che questo monarca di tutti gli amici fidati fu

conquistato da Bahá’u’lláh e, dovunque andasse, Ne tesseva

amorevoli elogi. Secondo il costume dell'Islam, raccontava

anche i grandi miracoli che aveva visto con i suoi stessi occhi

compiere da Bahá’u’lláh e le meraviglie che aveva udito. Era

in estasi, infiammato d'amore. In quella condizione fece

ritorno a Qá’in con il principe.

Successivamente, Áqá Muhammad di Qá’in, l'eminente

studioso, (il cui titolo era Nabíl-i-Akbar) fu fatto mujtahid,

dottore della legge religiosa, dal defunto Shaykh Murtadá; poi

parti per Baghdád, divenne ardente seguace di Bahá’u’lláh e

fece subito ritorno in Persia. I più grandi teologi e mujtahid

conoscevano e riconoscevano i suoi grandi talenti di studioso,

la vastità della sua cultura e il suo alto rango. Giunto a Qá’in,

incominciò a divulgare apertamente la nuova Fede. Appena

udì il nome della Bellezza Benedetta, Mullá Muhammad-’Alí

accettò immediatamente il Báb. "Ho avuto l'onore d'incontrare

la Bellezza Benedetta a Tihrán" disse. "Dall'istante in cui Lo

vidi, Ne divenni schiavo".

Quest'uomo di grande talento e nobili sentimenti incominciò

a insegnare la Fede nel suo villaggio Sar-Cháh. Convertì

la sua famiglia e provvide anche ad altri, portando una grande

moltitudine sotto la legge dell'amor di Dio, conducendo tutti

sulla via della salvezza.

Fino a quel momento era sempre stato intimo amico di Mir

47

'Alam Khán il Governatore di Qá’in, gli aveva reso importanti

servizi e aveva goduto del suo rispetto e della sua fiducia. Ora

quel principe impudente si scagliò furibondo contro di lui a

causa della sua religione, confiscò e depredò le sue proprietà,

perché l'Amír aveva terrore di Násiri’d-Dín Sháh. Bandì

align=left>Nabíl-i-Akbar e mandò in rovina Nabíl di Qá’in. Dopo averlo

gettato in prigione e torturato, lo scacciò, vagabondo e senza

tetto.

Per Nabíl quella calamità improvvisa fu una benedizione, il

saccheggio del suoi beni terreni, l'espulsione nel deserto furono

corona di re e il massimo favore che Dio potesse concedergli.

Per qualche tempo rimase a Tihrán, povero all'apparenza,

senza fissa dimora, ma gioioso nell'intimo, perché questa è la

caratteristica delle anime salde nel Patto.

Era introdotto nella società dei grandi e conosceva la condizione

dei vari principi. Pertanto ne frequentò alcuni e

annunziò loro il messaggio. Fu consolazione per il cuore dei

credenti e spada sguainata per i nemici di Bahá’u’lláh. Fu uno

di coloro dei quali leggiamo nel Corano: "Combattenti sulla

via di Dio, impavidi di fronte ad ogni biasimo".29 Giorno e

notte si affaticò per promuovere la Fede e con tutta la sua

forza divulgò dappertutto i chiari segni di Dio. Bevve

ripetutamente il vino dell'amor di Dio, fu rumoreggiante come

nubi tempestose, sempre in moto come le onde del mare.

Gli giunse poi il permesso di visitare la Più Grande

Prigione, perché a Tihrán, in quanto credente, era ormai un

uomo segnato. Tutti sapevano della sua conversione. Non era

né cauto né paziente né riservato; non si curava di reticenza né

di dissimulazione. Era del tutto intrepido e in grave pericolo.

Quando arrivò nella Più Grande Prigione, le sentinelle ostili

lo cacciarono via e per quanto cercasse non trovò modo di

entrare. Fu costretto a partire per Nazareth, dove visse per

qualche tempo straniero, solo coi suoi due figli, Áqá Qulám-

Husayn e Áqá 'Alí-Akbar, dolendosi e pregando. Alla fine fu

29 Corano V, 54.

48

preparato un piano per introdurlo nella fortezza ed egli fu

convocato nella prigione dove avevano rinchiuso gli innocenti.

Venne in un'estasi tale da non potersi descrivere e fu

ammesso alla presenza di Bahá’u’lláh. Quando entrò e alzò

gli occhi verso la Bellezza Benedetta, tremò e vacillò e cadde

esanime al suolo. Bahá’u’lláh gli rivolse parole di tenera

benevolenza ed egli si rialzò. Trascorse alcuni giorni nascosto

nella caserma, poi ritornò a Nazareth.

Gli abitanti di Nazareth si meravigliavano molto di lui.

Correva voce che nel suo paese egli fosse ovviamente un

uomo grande e illustre, un notabile d'alto rango e la gente si

chiedeva perché mai avesse scelto un remoto angolo del

mondo come Nazareth e come facesse ad accontentarsi di tale

povertà e ristrettezza.

Quando, in adempimento della promessa del Più Grande

Nome, le porte della Prigione si spalancarono e tutti gli amici

e i viaggiatori poterono entrare e uscire dalla cittadella in pace

e rispettati, Nabíl di Qá’in si metteva in viaggio per vedere

Bahá’u’lláh una volta al mese. Ma, come Egli aveva

comandato, continuò a vivere a Nazareth, dove converti alla

Fede un certo numero di Cristiani, e lì piangeva, giorno e

notte, per i torti fatti a Bahá’u’lláh.

I suoi mezzi di sostentamento erano la sua società in affari

con me. Cioè io gli detti un capitale di tre kran,30 egli acquistò

un po' di aghi e questa era la sua merce. Le donne di Nazareth

in cambio degli aghi gli davano uova e così ricavava trenta o

quaranta uova al giorno: tre aghi per un uovo. Poi vendeva le

uova e viveva del ricavato. Poiché tra 'Akká e Nazareth c'era

tutti i giorni una carovana, ogni giorno si rivolgeva ad Áqá

Ridá per avere altri aghi. Gloria a Dio! Sopravvisse per due

anni con quel capitale iniziale e ringraziava sempre. È possibile

dire quanto fosse distaccato da questo solo fatto: i Nazareni

dicevano che dalle sue maniere e dal suo contegno era facile

30 Il kran equivaleva a 20 sháhí, circa 8 centesimi. Cfr. Webster, op. cit.

49

accorgersi che quel vecchio era molto ricco e che, se viveva

così modestamente, era solo perché era straniero in terra straniera.

Vivendo come venditore ambulante di aghi, nascondeva

la sua ricchezza.

Ogni qual volta giungeva alla presenza di Bahá’u’lláh,

riceveva ulteriori segni di favore e amore. Fu mio intimo

amico e compagno di tutte le stagioni. Quando i dispiaceri mi

assalivano, lo mandavo a chiamare e allora mi rallegravo al

solo rivederlo. Quale meraviglioso eloquio, quale affascinante

compagnia. Il volto luminoso, il cuore libero, disciolto da

ogni vincolo terreno, sempre sulle ali. Verso la fine prese

dimora nella Più Grande Prigione e ogni giorno entrava alla

presenza di Bahá’u’lláh.

Un giorno, mentre camminava per il bazar con gli amici,

incontrò un necroforo di nome Hájí Ahmad. Quantunque

stesse assai bene di salute, gli si rivolse dicendo

align=left>scherzosamente: "Vieni con me!". Accompagnato dai credenti

e dal necroforo si diresse verso Nabíyu'lláh Sálih. Qui disse:

"Hájí Ahmad, ho una richiesta da farti: quando me ne andrò

da questo mondo nell'altro, scava qui la mia fossa, accanto al

Purissimo Ramo.31 Ecco il favore che ti chiedo". Così

dicendo, porse all'uomo un regalo in denaro.

La sera stessa, poco dopo il tramonto, giunse la notizia che

Nabíl di Qá’in era caduto ammalato. Andai subito a casa sua.

Era seduto e stava conversando. Era radioso, sorridente,

scherzoso, ma senza nessuna ragione apparente il sudore gli

colava dal volto, grondava a profusione. A parte questo non

aveva nulla. La traspirazione continuò; s’indebolì, si mise a

letto e verso mattina morì.

Bahá’u’lláh parlava di lui con infinita grazia e benevolenza

e in suo nome rivelò alcune Tavole. Dopo il trapasso di Nabíl,

la Bellezza Benedetta soleva ricordare il suo ardore, la forza

31 Mírzá Mihdi, il figlio di Bahá’u’lláh che morì cadendo mentre una sera

pregava sul tetto della caserma. Cfr. Dio passa nel mondo, p. 194.

50

della sua fede e commentava che quell'uomo Lo aveva riconosciuto

prima dell'avvento del Báb.

Salute a lui per questa meravigliosa elargizione. "A lui fortuna,

a lui ritorno buono ... E Dio trasceglie per la Sua misericordia

chi Egli vuole".32

SIYYID MUHAMMAD-TAQÍ MANSHÁDÍ

Muhammad-Taqí proveniva dal villaggio di Manshád.

Sentì parlare della Fede di Dio quand'era ancora giovane. In

una santa estasi, la sua mente si volse verso il Cielo e il suo

cuore fu inondato di luce. La grazia divina discese su di lui;

l'appello di Dio lo rapì tanto che gettò al vento la pace di

Manshád. Abbandonati parenti e figli, attraversò montagne e

pianure deserte, passò di tappa in tappa, raggiunse la costa,

align=left>attraversò il mare e finalmente arrivò nella città di Haifa. Da

qui accorse ad 'Akká ed ebbe accesso alla presenza di

Bahá’u’lláh.

In quei primi giorni aprì una botteguccia a Haifa e

impiantò un modesto giro d'affari. La grazia di Dio discese su

di lui e il suo commercio prosperò. Quell'angoletto divenne un

porto di pellegrini. All'arrivo e poi ancora alla partenza erano

ospiti del nobile e generoso Muhammad-Taqí. Inoltre aiutava

i credenti a gestire i propri affari e racimolava loro il

32 Corano XIII, 29. II, 105. III, 74.

51

necessario per il viaggio. Si dimostrò immancabilmente credibile,

leale, degno di fiducia. Alla fine divenne l'intermediario

attraverso il quale era possibile spedire Tavole ai credenti e

riceverne la posta. Provvide a questo servizio con perfetta

attendibilità, svolgendolo in modo assai soddisfacente, sempre

scrupoloso nello spedire e nel ricevere la corrispondenza.

Godendo della fiducia di tutti, divenne noto in molte parti del

mondo e ricevette infinite elargizioni da Bahá’u’lláh. Era un

tesoro di giustizia e probità, completamente libero da ogni

attaccamento alle cose del mondo. Si era abituato a una vita

molto frugale, incurante del cibo o del sonno, degli agi o della

pace. Viveva tutto solo in un'unica stanza, passava la notte su

un giaciglio di fronde di palma e dormiva in un cantuccio. Ma

align=left>per i viaggiatori, era sorgente nel deserto; per loro aveva in

serbo i più soffici cuscini e il miglior desco che potesse permettersi.

Aveva volto sorridente e natura spirituale e serena.

Tramontato l'Astro delle Schiere Celesti, Siyyid Manshádí

rimase leale al Patto, una spada affilata di fronte ai violatori.

Essi tentarono ogni stratagemma, ogni inganno, ogni più sottile

espediente; è impossibile immaginare i favori che profusero

su di lui, gli onori che gli accordarono, le feste che gli prepararono,

i piaceri che gli offrirono; tutto per far breccia nella

sua fede. Ma egli divenne più forte che mai, continuò a essere

incrollabile e sincero, libero da ogni pensiero sconveniente e

schivò chiunque si opponesse al Patto di Dio. Quando finalmente

persero la speranza di scuotere la sua fede, lo vessarono

in ogni possibile maniera e tramarono la sua rovina economica.

Ma egli rimase la quintessenza della costanza e della fiducia.

Quando, per istigazione dei violatori, 'Abdu’l-Hamíd incominciò

la sua opposizione contro di me, fui obbligato a mandare

Manshádí ormai ben noto fra la gente come distributore

della nostra posta, a Porto Said. Dovetti dunque fargli pervenire

la corrispondenza per mezzo di intermediari che fossero

sconosciuti ed egli inoltrava le lettere come prima. In questo

52

modo gli infidi e gli ostili non riuscirono ad appropriarsene.

Durante gli ultimi giorni di 'Abdu’l-Hamíd, allorché si

presentò una commissione di inchiesta che, istigata da quegli

amici ora nemici, progettava di sradicare l'Albero Sacro;

quando decisero di gettarmi in fondo al mare o di esiliarmi nel

align=left>Fezzan, e tale era la loro precisa intenzione; e quando la

commissione, conseguentemente, fece di tutto per

impadronirsi di un documento o altro, essi fallirono. In tutto

quel trambusto, con tutte le pressioni e le restrizioni e gli

infami attacchi di costoro, spietati come Yazíd,33 la posta

riuscì a passare ugualmente.

Per lunghi anni, Siyyid Manshádí svolse degnamente

align=left>questo servizio a Porto Said. Gli amici erano tutti ugualmente

contenti di lui. In quella città si guadagnò la gratitudine dei

viaggiatori, mise in debito verso di sé coloro che erano

emigrati, arrecò gioia ai credenti locali. Poi il gran caldo

dell'Egitto fu troppo per lui; si mise a letto e, rovente di

febbre, si spogliò del manto della vita. Abbandonò Porto Said

per il Regno dei Cieli e assurse alle magioni del Signore.

Siyyid Manshádí fu essenza di virtù e intelletto. Le sue

qualità e le sue doti furono tali da stupire le menti più

raffinate. Non ebbe altro pensiero fuorché Dio, altra speranza

se non quella di ottenere il beneplacito di Dio. Fu la

personificazione di “Fa' che tutte le mie canzoni siano

un'unica lode di Te; mantienimi perennemente fedele al Tuo

servizio”.

Rinfreschi Iddio la sua bruciante pena con la grazia del

ricongiungimento nel Regno e guarisca la sua malattia con il

balsamo della Sua vicinanza nel Reame del Più Leggiadro. A

lui la gloria di Dio, il Più Glorioso.

33 Yazíd (figlio di Mu’áviyyih), califfo ommiade che ordinò che l’Imám

Husayn fosse martirizzato. Proverbiale per la crudeltà. Cfr. S. Haim,

New Persian-English Dictionary, s.v.

53

MUHAMMAD-‘ALÍ SABBÁQ DI YAZD

Muhammad-’Alí Sabbáq divenne credente nella prima

giovinezza, mentre era in 'Iráq. Strappò via veli e ingombranti

dubbi, sfuggì alle delusioni e si affrettò a raggiungere

l'accogliente asilo del Signore dei Signori. Esteriormente

uomo privo d'istruzione, infatti non sapeva né leggere né scrivere,

fu d'acuto intelletto e amico fidato. Grazie a uno dei credenti

fu condotto alla presenza di Bahá’u’lláh e divenne subito

arcinoto al pubblico come discepolo. Si trovò un cantuccio

in cui vivere, vicino alla casa della Bellezza Benedetta, e la

mattina e la sera accedeva alla presenza di Bahá’u’lláh. Per un

certo tempo fu estremamente felice.

Quando Bahá’u’lláh e il Suo seguito lasciarono Baghdád

per Costantinopoli, Áqá Muhammad-'Alí era nel gruppo e arse

della febbre dell'amor di Dio. Arrivammo a Costantinopoli e

avendoci il Governo imposto di sistemarci ad Adrianopoli,

lasciammo Muhammad-’Alí nella capitale turca per assistere i

credenti che andavano e venivano per la città. Ci recammo poi

ad Adrianopoli. Quest'uomo rimase solo e soffri grandi dolori,

perché non aveva né amico né compagno né alcuno che si

curasse di lui.

Trascorsi così due anni, venne ad Adrianopoli cercando

asilo nella benevolenza di Bahá’u’lláh. Si mise a lavorare

come venditore ambulante e quando incominciò la grande

54

align=left>ribellione
34 e gli oppressori trascinarono gli amici agli estremi

della sventura, anche lui fu tra i prigionieri e fu esiliato con

noi nella cittadella di 'Akká.

Trascorse lungo tempo nella Più Grande Prigione; ma poi

align=left>Bahá’u’lláh volle ch'egli partisse per Sidone, dove si dedicò al

commercio. Talvolta ritornava e Bahá’u’lláh lo riceveva, altrimenti

stava a Sidone. Visse rispettato e stimato, un vanto per

tutti. Quando ci sopraggiunse la Suprema Afflizione, egli fece

ritorno ad 'Akká e trascorse il resto dei suoi giorni presso la

Santa Tomba.

Tutti gli amici erano contenti di lui ed egli era benvoluto

alla Santa Soglia; in questo stato spiccò il volo verso l'eterna

gloria, lasciando i familiari nel cordoglio. Fu un uomo gentile,

eccellente, pago di ciò che Dio volle per lui, grato, dignitoso,

paziente. A lui la gloria del Gloriosissimo. Mandi Iddio sulla

sua fragrante tomba ad 'Akká cortine di luce celestiale.

34 La ribellione di Mirzá Yahyá, che era stato nominato capo

provvisorio della comunità bábí. Il Báb non aveva mai nominato un

successore o vicereggente, rimandando invece i Suoi discepoli al Suo

Promesso. Nell'interregno, per ragioni di sicurezza, fu nominato capo

align=left>apparente un uomo virtualmente sconosciuto. Dopo aver dichiarato nel

1863 di essere il Promesso, in Adrianopoli Bahá’u’lláh Si ritirò per un

certo periodo di tempo, per consentire agli esuli di scegliere liberamente

fra Lui e il Suo indegno fratellastro, che con i propri crimini e follie aveva

minacciato di distruggere l'infante Fede. Atterrito per essere stato sfidato

ad affrontare Bahá’u’lláh in un dibattito pubblico, Mirzá Yahyá si rifiutò e

fu completamente screditato. Come la storia bahá’í ha ripetutamente

dimostrato, anche questa crisi, pur dolorosa, portò alla Fede vittorie ancor

più grandi, compresa la raccolta degli eminenti discepoli attorno a

Bahá’u’lláh e la proclamazione globale della missione di Bahá’u’lláh nelle

Sue Tavole al Papa e ai Re. Cfr. Dio passa nel mondo, p.28, cap.X e

successivi.

55

'ABDU’L-GHAFFÁR DI ISFÁHÁN

Un altro di coloro che lasciarono la patria per diventare

nostri vicini e compagni di prigionia fu 'Abdu’l-Ghaffár di

Isfáhán. Uomo altamente intuitivo, per molti anni aveva viaggiato

in Asia Minore per affari commerciali. Si recò in 'Iráq,

dove Áqá Muhammad-'Alí di Sád (Isfáhán) lo introdusse nell'asilo

della Fede. Strappò subito via le bende delle illusioni

che prima gli avevano accecato gli occhi e si innalzò

spiccando il volo verso la salvezza nel Paradiso del divino

amore. In lui il velo era stato sottile, quasi trasparente, ecco

perché, non appena la prima parola fu detta, immediatamente

fu liberato dal mondo del vano immaginare e si aggrappò a

Colui Che è chiaro alla vista.

Durante il viaggio dall'Iráq alla Grande Città,

Costantinopoli, 'Abdu’l-Ghaffár fu amico intimo e amabile.

Giacché parlava un eccellente turco, lingua che nessuno degli

amici conosceva bene, fece l'interprete per l'intera compagnia.

Il viaggio si concluse pacificamente e poi, nella Grande Città,

continuò a essere compagno e amico. Altrettanto fece ad

Adrianopoli e anche quando, prigioniero, ci accompagnò nella

città di Haifa.

Qui gli oppressori decisero di mandarlo a Cipro. Era atter56

rito e chiese disperatamente aiuto, perché desiderava restare

con noi nella Più Grande Prígíone.35 Quando lo portarono via

di forza, si gettò in mare dall'alto della nave. Questo non sorti

alcun effetto sui brutali ufficiali. Ripescatolo dall'acqua, lo

imprigionarono sulla nave, trattenendolo crudelmente e trascinandolo

di forza a Cipro. Fu incarcerato a Famagosta, ma

in un modo o nell'altro riuscì a fuggire e corse ad 'Akká. Qui

per proteggersi dalla malvagità dei nostri oppressori si cambiò

il nome in 'Abdu’lláh. Protetto dalla benevolenza di

Bahá’u’lláh, trascorse i suoi giorni tranquillo e felice.

Ma quando la grande Luce del mondo tramontò per

risplendere per sempre dal Luminosissimo Orizzonte, 'Abdu’l-

Ghaffár uscì di senno e cadde in preda all'angoscia. Non

aveva più casa. Partì per Damasco e vi rimase per un certo

tempo, chiuso nel dolore, giorno e notte in cordoglio. Divenne

sempre più debole. Gli mandammo Hájí 'Abbás perché lo

nutrisse, accudisse e curasse e ce ne facesse avere notizie ogni

giorno. Ma 'Abdu’l-Ghaffár non faceva altro che parlare,

incessantemente, tutti i momenti, con il suo infermiere,

dicendogli che desiderava andarsene nella misteriosa terra

dell’aldilà. E alla fine, lontano da casa, esiliato dal suo

Amore, partì verso la Santa Soglia di Bahá’u’lláh.

Fu un uomo veramente paziente e mite, di buon carattere,

buone azioni e buone parole. A lui saluti e lode e la gloria del

Gloriosissimo. La sua tomba profumata si trova a Damasco.

35 Mirzá Yahyá non era stato esiliato dalla Persia. Ma ora stava per

essere esiliato da Adrianopoli a Cipro e 'Abdu'l-Ghaffár era uno dei

quattro compagni condannati ad andare con lui. Cfr. Bahá’u’lláh,

L’Epistola al Figlio del Lupo, p.116 e Dio passa nel mondo, p.187.

57

'ALÍ NAJAF-ÁBÁDÍ

Fra gli emigranti e i vicini vi fu anche Áqá 'Alí NajafÁbádí.

Questo giovane spirituale, appena senti l'appello di

Dio, accostò le labbra alla santa coppa e vide la gloria

dell'Interlocutore del Monte. E quando ebbe conseguita, per

grazia della luce, la conoscenza positiva, si recò nella Più

Grande Prigione, dove vide la sostanza del sapere e conseguì

l'alto stadio dell'indubitabile verità.

Si trattenne a lungo nella sacra città o nei suoi pressi;

divenne il proverbiale Habíbu’lláh, il Mercante, e trascorse i

suoi giorni confidando in Dio, fra suppliche e preghiere. Era

uomo mite, tranquillo, paziente, incrollabile, in tutte le cose

piacevole, degno di lode. Meritò l'approvazione di tutti gli

amici e fu ben voluto e gradito presso la Santa Soglia. Negli

ultimi giorni, quando sentì che lo attendeva una fine felice, si

ripresentò alla santa città della Più Grande Prigione. Appena

arrivato, cadde ammalato, s’indebolì, trascorse le ore

supplicando Iddio. Lo spirito della vita cessò dentro di lui, le

porte del volo verso il Regno supremo si spalancarono; ed egli

distolse gli occhi da questo mondo di polvere e andò avanti

verso il Santo Luogo.

'Alí Najaf-Ábádí ebbe cuore tenero e sensibile, ricordò e

menzionò sempre Dio e verso la fine della vita fu distaccato,

align=left>senza macchia, libero dal contagio di questo mondo. Rinunziò

58

dolcemente al suo angolo terreno e piantò la tenda nel paese

dell’aldilà. Gli mandi Iddio i puri aromi del perdono, illumini

i suoi occhi con la visione della Bellezza Divina nel Regno

degli Splendori e rinfreschi il suo spirito con i venti muschiati

che spirano dal Regno di Abhá. A lui saluti e lode. Le sue

dolci e sante ceneri riposano ad 'Akká.

MASHHADÍ HUSAYN

E MASHHADÍ MUHAMMAD-I-ÁDHIRBÁYJÁNÍ

Mashhadí Husayn e Mashhadí Muhammad, provenivano

entrambi dalla provincia dell'Ádhírbáyján. Erano anime pure e

fecero il gran passo nel loro paese: si liberarono da amici ed

estranei, rifuggirono le superstizioni che prima li avevano

accecati, si rafforzarono nella loro decisione e s'inchinarono

dinanzi alla grazia di Dio, il Signore della Vita. Erano anime

benedette, leali, di immacolata fede, delicate, sottomesse,

poverelle, paghe della volontà di Dio, innamorate della Sua

Luce di guida, giubilanti per il grande messaggio. Lasciarono

la provincia e si recarono ad Adrianopoli. Qui vissero per un

align=left>certo tempo nel villaggio di Qumruq-Kilísá, nei pressi della

santa città. Di giorno supplicavano Dio e comunicavano con

Lui; di notte piangevano lamentando la sorte di Colui Che il

mondo ha vilipeso.

Quando arrivò il giorno dell'esilio per 'Akká, non erano in

59

città e perciò non furono arrestati. Il cuore pesante, rimasero

nella zona, piangenti. Appena ebbero notizie precise da 'Akká,

lasciarono la Rumelia e vennero qui: due anime eccellenti,

leali servitori della Bellezza Benedetta. È impossibile

descrivere la trasparenza del loro cuore, la fermezza della loro

fede.

Vivevano alla periferia di 'Akká a Bágh-i-Firdaws,

facevano i contadini e trascorrevano i giorni rendendo grazie a

Dio perché ancora una volta avevano trovato la strada verso la

vicinanza della grazia e dell'amore. Ma, nati nell'Ádhirbáyján,

erano abituati al fresco e non sopportavano il caldo di quel

luogo. Inoltre questo accadeva durante i primi tempi di 'Akká,

quando l'aria era malsana e l'acqua molto corrotta. Entrambi

contrassero una grave febbre cronica. La sopportarono di

buon animo, con straordinaria pazienza. Durante i giorni della

malattia, malgrado gli accessi febbrili, la violenza del morbo,

la sete ardente, l’impossibilità di riposare, rimasero

interiormente in pace, lieti per la divina buona novella. E

mentre con tutto il cuore rendevano grazie, se ne andarono da

questo mondo ed entrarono nell'altro; fuggirono da questa

gabbia e furono liberati nel giardino dell’immortalità. A loro

la misericordia di Dio, possa Egli compiacerSi di loro. A loro

saluti e lode. Li conduca Iddio nel Regno che sempre

permane, alla delizia del ricongiungimento con Lui, a bearsi

nel Regno degli Splendori. Le loro due luminose tombe si

trovano ad 'Akká.

60

HÁJÍ ‘ABDU’R-RAHÍM-I-YAZDÍ

Hájí 'Abdu'r-Rahím di Yazd era un'anima preziosa, sin dai

primi anni virtuoso e timorato di Dio, noto fra la gente come

un sant'uomo, incomparabile nell'osservanza dei doveri

religiosi, attento nelle azioni. La sua forte fede religiosa era un

fatto indiscutibile. Giorno e notte serviva e adorava Iddio,

integro, mite, compassionevole, amico ideale.

Essendo pienamente preparato, nello stesso istante in cui

sentì l'appello dall'Orizzonte Supremo - in cui udì il rullio del

"Non son Io il vostro Signore?" - immediatamente gridò: "Si,

lo sei". S'innamorò con tutto il suo essere degli splendori irradiati

dalla Luce del Mondo. Apertamente e coraggiosamente

incominciò a confermare la famiglia e gli amici. La cosa fu

ben presto risaputa in tutta città; agli occhi dei malvagi 'ulamá

era ora oggetto di odio e di disprezzo. Essendo incorso nella

loro ira, fu disprezzato da quelle creature delle loro basse

passioni. Fu molestato e tormentato; i cittadini tumultuarono e

i malvagi 'ulamá tramarono la sua morte. Anche le autorità

align=left>governative si scagliarono contro di lui, lo braccarono, lo

torturarono. Lo bastonarono e lo fustigarono. E tutto ciò

continuò giorno e notte.

Fu dunque costretto ad abbandonare la sua casa e ad andarsene

dalla città, errabondo, scalando montagne, attraversando

pianure, finché non giunse in Terra Santa. Ma era così debole

61

e consunto che chiunque lo vedesse pensava che fosse in fin

di vita; quando arrivò a Haifa, Nabíl di Qá’in corse ad 'Akká e

voleva che convocassi lo Hájí immediatamente, perché era

agonizzante e presto si sarebbe spento.

align=left>"Lasciami andare alla Magione a chiedere licenza" dissi.

"Occorrerebbe troppo tempo" rispose. "E allora 'Abdu'r-

Rahím non vedrebbe mai 'Akká. Desidero molto che abbia

questa grazia: almeno vedere 'Akká e poi morire. Ti prego,

mandalo a chiamare immediatamente!".

Assecondando il suo desiderio, invitai 'Abdu'r-Rahím.

Quando arrivò, vi scorsi a malapena un alito di vita. Di tanto

in tanto apriva gli occhi, ma non diceva parola. Eppure i dolci

aromi della Più Grande Prigione riaccesero la scintilla della

vita e la sua brama di incontrare Bahá’u’lláh infuse nuovamente

in lui la vita. Lo andai a trovare l'indomani mattina e lo

trovai allegro e rinvigorito. Chiese licenza di servire

Bahá’u’lláh. "Dipende se te ne concede il permesso" risposi.

"Se Dio vorrà, sarai prescelto per questo vagheggiato dono".

Qualche giorno più tardi giunse il permesso ed egli si recò

immediatamente alla presenza di Bahá’u’lláh. Quando

'Abdu'r-Rahím entrò, lo spirito della vita fu alitato in lui. Al

ritorno, era chiaro che questo Hájí era diventato un Hájí del

tutto differente: era nel fiore della salute. Nabíl era stupefatto

e disse: "L'aria di questa prigione dona la vita al vero credente!".

Per un certo tempo 'Abdu’r-Rahím visse nelle vicinanze.

Trascorreva le ore ricordando e lodando Dio, cantava preghiere

e osservava diligentemente gli obblighi religiosi.

Perciò vedeva poca gente. Questo servo ebbe una speciale

attenzione per le sue necessità e ordinò per lui una dieta

leggera. Ma tutto finì con la Suprema Afflizione, l'ascensione

di Bahá’u’lláh. Vi fu angoscia allora, e fragore di alti gemiti.

Il cuore in fiamme, gli occhi inondati di lagrime, si sforzava

debolmente di muoversi; così passarono i giorni ed egli

desiderava sempre uscire da questo cumulo di rifiuti che è il

mondo. Alla fine si strappò via dal tormento della sua perdita,

62

se ne andò nel Regno di Dio e giunse nell'assemblea dello

splendore divino nel Regno delle Luci.

A lui saluti e lode e ineffabile misericordia. Iddio versi

sulla sua tomba raggi dal Regno misterioso.

HÁJÍ ‘ABDU’LLÁH NAJAF-ABÁDÍ

Divenuto credente, Hájí 'Abdu’lláh lasciò la natia Persia,

accorse in Terra Santa e trovò la pace del cuore nell’asilo

della grazia di Bahá’u’lláh. Era uomo fiducioso, incrollabile e

saldo, certo delle infinite grazie di Dio, di ottimo temperamento

e carattere.

Trascorse i suoi giorni in amichevole sodalizio con gli altri

credenti. Poi soggiornò per qualche tempo a Ghawr, nei pressi

di Tiberiade, dove fece il contadino, arando i campi e dedicando

lungo tempo a supplicare Dio e a comunicare con Lui.

Era un uomo eccellente, di nobili sentimenti e senza macchia.

In seguito ritornò da Ghawr, si sistemò vicino a

Bahá’u’lláh, a Junayna, e spesso si recò alla Sua presenza. I

suoi occhi erano sempre fissi sul Regno di Abhá; talvolta

piangeva e gemeva, e di nuovo si rallegrava, lieto di aver

realizzato il suo supremo desiderio. Era completamente

distaccato da tutto fuorché Dio, felice nella grazia di Dio.

Soleva vegliare quasi tutta la notte, immerso in preghiera. Poi

all'ora stabilita venne la morte e trapassò al riparo della

protezione di Bahá’u’lláh, fuggì da questo mondo di polvere

63

nell'eccelso Firmamento, s'involò verso la segreta landa. A lui

saluti, misericordia e lode, vicino al suo eccelso Signore.

MUHAMMAD-HÁDÍY-I-SAHHÁF

Un altro ancora di coloro che emigrarono e vennero a

sistemarsi vicino a Bahá’u’lláh fu Muhammad-Hádí, il rilegatore.

Questo uomo famoso proveniva da Isfáhán e, quanto a

rilegare e miniare libri, non aveva uguali. Quando si abbandonò

all'amore di Dio, fu vigile sulla via e intrepido. Lasciò la

propria casa e intraprese un terribile viaggio, passando con

estrema difficoltà da un paese all'altro finché giunse in Terra

Santa e divenne prigioniero. Si sistemò presso la Santa Soglia,

spazzandola con cura e facendo la guardia. Grazie ai suoi

costanti sforzi, la piazza antistante la casa di Bahá’u’lláh era

sempre scopata, inumidita e immacolata.

Bahá’u’lláh guardava spesso quel fazzoletto di terra e poi

sorrideva dicendo: "Muhammad-Hádí ha trasformato la piazza

antistante questa prigione nella pergola nuziale di una reggia.

Ha recato gioia a tutti i vicini e ne ha meritato i ringraziamenti".

Dopo aver spazzato, inumidito e pulito, si metteva al

lavoro miniando e rilegando vari libri e Tavole. Così trascorse

i suoi giorni, il cuore felice alla presenza dell'Amato

dell’umanità. Era un'anima eccellente, proba, sincera, degna

della grazia di essere unito al suo Signore e libera dal contagio

64

del mondo.

Un giorno venne da me a lamentarsi di una malattia cronica.

"Ho brividi e febbre da due anni" disse. "I medici mi

hanno prescritto purganti e chinino. La febbre mi passa per

qualche giorno, ma poi ritorna. Allora mi somministrano altro

chinino, ma la febbre ricompare. Sono stanco di questa vita e

non riesco più a lavorare. Salvami!".

"Quale cibo ti piacerebbe di più?" gli chiesi. "Che cosa

mangeresti con grande appetito?".

"Non lo so" rispose.

Elencai scherzosamente diversi piatti. Quando menzionai

la minestra d'orzo con siero di latte (ásh-i-kashk), disse:

"Benissimo! Ma a patto che vi sia dell'aglio soffritto".

Ordinai che gliela preparassero e me ne andai. L'indomani

venne da me e mi disse: “Ho mangiato una scodella piena di

minestra. Poi ho messo la testa sul cuscino e ho dormito tranquillo

fino al mattino”.

In breve, da quel momento stette perfettamente bene per

circa due anni.

Un giorno un credente venne da me e mi disse:

"Muhammad-Hádí brucia di febbre". Corsi al suo capezzale e

trovai che aveva la febbre a 42 gradi. Era quasi incosciente.

"Che cos'ha fatto?" chiesi. "Quando gli è venuta la febbre"

rispose-ro "ha detto che sapeva per esperienza che cosa avrebbe

dovuto fare. Poi si è mangiato una scodella di minestra

d'orzo con siero di latte e aglio soffritto. E questo è il

align=left>risultato".

Rimasi attonito di fronte alle vie del destino. Dissi loro:

"Due anni fa era stato purgato molto bene e aveva l'apparato

libero; inoltre ne aveva un grande appetito e soffriva di febbre

e brividi: per questo gli ho prescritto la minestra d'orzo. Ma

questa volta, con i cibi differenti che aveva mangiato, senza

appetito e sopra tutto con la febbre alta, non c'era ragione di

diagnosticare la precedente condizione di cronicità. Come

poteva mangiarla!". Risposero: "Era destino!". Le cose erano

andate troppo oltre; Muhammad-Hádí era irrecuperabile.

65

Era uomo di statura piccola, ma di alto stadio e intelletto.

Aveva cuore puro, anima luminosa. Durante tutti quei giorni

in cui servì la Santa Soglia, fu amato dagli amici e favorito da

Dio. Di tanto in tanto, il sorriso sulle labbra, la Bellezza

Benedetta gli parlava, esprimendo gentilezza e benevolenza.

align=left>Muhammad-Hádí fu sempre leale e reputò tutto ciò che

non fosse il compiacimento di Dio invenzioni e fandonie,

nient'altro. Benedetto lui per questo dono che gli è stato elargito,

liete novelle a lui per il luogo dove sarà condotto; gli

giovi questa coppa il cui liquore è miscelato alla fontana di

Canfora, ottengano tutti i suoi sforzi gratitudine e siano graditi

a Dio.36

MÍRZÁ MUHAMMAD-QULÍ

Jináb-i-Mírzá Muhammad-Qulí era un fratello leale della

Bellezza Benedetta.37 Questo grand'uomo era noto fin dalla

fanciullezza per la nobiltà d'animo. Era appena nato quando il

suo illustre genitore morì, e fu per questo che dall'inizio alla

fine dei suoi giorni visse nell'abbraccio protettore di

align=left>Bahá’u’lláh. Era distaccato da ogni pensiero egoistico,

avverso a ogni discorso che non fosse di cose riguardanti la

Santa Causa. In Persia fu allevato sotto la tutela di

Bahá’u’lláh e così in 'Iráq, godendo del Suo favore speciale.

36 Corano XI, 99; XI, 98; LXXVI, 5; LXXVI, 22; XVII, 19.

37 Cfr. Dio passa nel mondo, p. 109.

66

Presente Bahá’u’lláh, era lui che serviva il tè e ogni momento,

giorno e notte, accudì il Fratello. Stava sempre zitto. Si tenne

sempre stretto al Patto del "Non son Io il vostro Signore?". Fu

circondato dalla tenerezza e dalla generosità; notte e giorno

ebbe libero accesso alla presenza di Bahá’u’lláh. Fu

invariabilmente paziente e tollerante, finché alla fine non

raggiunse le vette del favore e della benevolenza di Dio.

Mantenne sempre il proprio contegno. Viaggiò con il

seguito di Bahá’u’lláh; rimase con il convoglio dall'Iráq fino a

Costantinopoli e quando si faceva tappa era suo compito piantare

le tende. Servì con la massima diligenza e non conobbe il

significato dell'indolenza e della stanchezza. Anche a

Costantinopoli, e poi nella Terra del Mistero, Adrianopoli, si

mantenne sempre nella stessa immutata condizione.

Assieme al suo impareggiabile Signore, fu poi esiliato nella

fortezza di 'Akká, condannato per ordine del Sultano a perpetua

prigionia.38 E con lo stesso spirito accettò tutto ciò che gli

accadde: agi e tormenti, pene e sollievo, malanni e salute; con

belle parole, rendeva grazie alla Perfezione Benedetta per i

Suoi doni, innalzando lodi con cuore libero e volto radioso

come il sole. Ogni mattina e ogni sera, serviva Bahá’u’lláh,

deliziandosi della Sua presenza e da essa sostenuto, e per lo

più taceva.

Allorché l'Amato dell'intera umanità ascese al Regno degli

Splendori, Mírzá Muhammad-Qulí rimase incrollabile nel

Patto, schivando l'intrigo, la malizia e l'ipocrisia che allora

apparvero, dedicandosi interamente a Dio, supplicando e pregando.

A chi gli dava ascolto porgeva saggi consigli, e rammentava

i giorni della Bellezza Benedetta, e si rammaricava di

essere sopravvissuto. Dopo la dipartita di Bahá’u’lláh, non

trasse respiro sereno; non stava in compagnia di nessuno, ma

rimaneva quasi sempre solo, nel suo piccolo rifugio, arso dai

fuochi della separazione. Giorno dopo giorno, divenne sempre

più debole, sempre più fragile, finché da ultimo volò via

38 Cfr. Dio passa nel mondo, pp. 192, 199, 202.

67

verso il mondo di Dio. A lui pace, a lui lode e misericordia nei

giardini del Cielo. La sua luminosa tomba si trova a Naqíb,

nei pressi di Tiberiade.

USTÁD BÁQIR E USTÁD AHMAD

Fra coloro che lasciarono la patria vi furono anche due

falegnami, Ustád Báqir e Ustád Ahmad. Erano fratelli, di puro

lignaggio, nativi di Káshán. Dal momento in cui divennero

credenti, si tennero reciprocamente stretti in un abbraccio.

Dettero ascolto alla voce di Dio e al Suo grido "Non sono Io il

vostro Signore?" risposero: "Sì, lo sei!".

Per un certo tempo rimasero nel loro paese, occupati nel

ricordo di Dio, contraddistinti per fede e conoscenza, rispettati

da amici ed estranei, noti a tutti per onestà e fidatezza,

austerità di vita e timor di Dio. Quando l'oppressore protese la

mano contro di loro e li tormentò oltre il limite della sopportazione,

emigrarono in 'Iráq, nell'asilo delle cure di

Bahá’u’lláh. Erano due anime benedette. Per qualche tempo

rimasero in 'Iráq, pregando in tutta umiltà e supplicando Iddio.

Poi Ustád Ahmad parti per Adrianopoli, mentre Ustád

Báqir rimase in 'Iráq e fu portato prigioniero a Mosul. Ustád

Ahmad andò nella Più Grande Prigione con il gruppo di

Bahá’u’lláh e Ustád Báqir emigrò da Mosul ad 'Akká. I due

68

align=left>fratelli furono entrambi sotto la protezione di Dio, liberi da

ogni legame terreno. Nella prigione si dedicarono alla loro

arte, tenendosi in disparte, lontani da amici e sconosciuti.

Tranquilli, dignitosi, fiduciosi, forti nella fede, protetti dal

Misericordiosissimo, trascorsero felici i loro giorni. Ustád

Báqir fu il primo a morire e dopo poco il fratello lo seguì.

Essi erano saldi credenti, leali, pazienti, perennemente

grati, e supplicarono sempre Dio in umiltà, il viso rivolto

verso di Lui. Durante quella lunga permanenza in prigione

non furono mai trascurati nel dovere, mai in colpa. Furono

costantemente gioiosi, perché avevano vuotato la santa coppa,

e quando volarono via dal mondo, gli amici li piansero e

chiesero che, per grazia di Bahá’u’lláh, fossero favoriti e

perdonati. Furono cullati nella grazia e sorretti da Dio e la

Bellezza Benedetta fu compiaciuta di loro; con questo viatico

per il viaggio, partirono per il mondo a venire. Su loro scenda

la gloria di Dio, il Gloriosissimo; a ciascuno di loro un seggio

di veritá39 nel Regno degli Splendori.

MUHAMMAD HANÁ-SÁB

Quest’uomo di dignità e rango, Áqá Muhammad, fu un

altro ancora di coloro che abbandonarono il focolare, uno dei

primi credenti. Fin dall'aurora, fu conosciuto da tutti come

39 Corano LIV, 55.

69

amante della Più Grande Luce. Era allora ad Isfáhán e chiuse

gli occhi a questo mondo e all'altro,40 aprendoli alla bellezza

di Colui Che è la personificazione di tutto ciò che è amabile.41

Essendo stato ridestato dai muschiati aliti di Dio, Áqá

align=left>Muhammad non poté più trovare riposo; il suo cuore era stato

infiammato, poteva respirare il santo aroma, aveva occhio

veggente, orecchie attente. Guidò alcune anime, rimanendo

sincero e leale alla grande Causa. Sopportò terribili

persecuzioni e tormenti, ma non vacillò. Poi ottenne favore

agli occhi del Re dei martiri e divenne il fido attendente

dell'Amato dei martiri, servendoli per qualche anno. Era

valido nel lavoro, si che più volte il Re dei martiri42 espresse

la propria soddisfazione dicendo: "Quest'uomo è una di quelle

anime che sono in pace; in verità, egli è piacente e piaciuto al

suo Signore.43 La sua fede è senza macchia, ama Dio, ha un

buon carattere e conduce una vita santa. È anche un

compagno gradevole ed eloquente".

Dopo che il Re dei martiri fu messo a morte, Áqá

Muhammad rimase per qualche tempo ad Isfáhán, consumato

dal cordoglio. Infine emigrò nella Più Grande Prigione, dove

fu accolto da Bahá’u’lláh e meritò il grande onore di spazzare

per terra attorno alla Soglia. Fu paziente, tollerante, vero

amico e compagno. Poi ci sopraggiunse la Suprema Afflizione

e Áqá Muhammad ne fu così angosciato che non riuscì più a

concedersi un attimo di requie. Ogni giorno si alzava all'alba e

spazzava per terra attorno alla casa di Bahá’u’lláh, versando

lacrime come pioggia, cantando preghiere mentre lavorava.

40 Questo riferimento ai due mondi, du jihán potrebbe alludere al detto :

Isfáhán è metà del mondo, Isfáhán nisf-i-jihán.

41 Per questa definizione della Manifestazione di Dio, vedi Dio passa nel

mondo, p. 120.

42 Queste “due fulgide luci” erano due fratelli, mercanti famosi di Isfáhán.

Il sommo sacerdote della città, l’Imám Jum’ih, dovendo loro un’ingente

somma di denaro, ne causò il martirio. Vedi Bahá’u’lláh L’Epistola al

Figlio del Lupo e Dio passa nel mondo, pp. 206-207 e 226.

43 Corano LXXXIX, 27-30.

70

Che santa persona, che grande uomo! Non poté sopportare

molto a lungo la separazione: morì e assurse al mondo delle

luci, nell'adunanza dove la beltà di Dio è senza veli. Riversi

Dio sulla sua tomba raggi dal reame del perdono e culli il suo

spirito nel cuore del Paradiso. Esalti Dio il suo rango nei

giardini superni. La sua fulgida tomba si trova ad 'Akká.

HÁJÍ FARAJU’LLÁH TAFRÍSHI

Un altro ancora di coloro che vennero via dalla patria per

vivere vicini a Bahá’u’lláh fu Faraju'lláh di Tafrísh.

Quest'uomo benedetto servi Bahá’u’lláh sin dalla prima giovinezza

e assieme al suo stimato padre Áqá Lutfu'lláh emigrò

dalla Persia ad Adrianopoli. Áqá Lutfu'lláh fu credente incrollabile,

amorevolmente devoto alla Bellezza Benedetta.

Paziente, longanime, completamente indifferente a questo

mondo e alle sue vanità, visse contento vicino a Bahá’u’lláh e

poi umilmente, presso la Soglia, con cuore contrito abbandonò

questa vita fugace e si involò verso gli sconfinati reami

dell'oltre. Le sue ceneri fragranti sono ad Adrianopoli.

Quanto a Hájí Faraju'lláh, egli continuò a vivere in quella

align=left>città fino al giorno in cui oppressori spietati esiliarono

Bahá’u’lláh ad 'Akká e, al Suo seguito, lo Hájí venne qui nella

Più Grande Prigione. Poi, quando le ristrettezze si mutarono

in agio, si dedicò al commercio, divenendo socio di

Muhammad-’Alí di Isfáhán. Per qualche tempo visse prospero

71

e felice. In seguito, gli fu data licenza di andarsene e si recò in

India, dove trascorse un lungo periodo prima d'involarsi verso

i giardini del perdono e di entrare nei recinti dell'ineffabile

misericordia.

Questo servitore della Bellezza Benedetta fu unito ai credenti

nelle afflizioni e nelle calamità; ebbe la sua parte di sofferenza.

I favori di Bahá’u’lláh lo attorniarono e in quella

sconfinata grazia egli gioì. Fu un compagno, intimo degli

amici, di docile cuore. Sebbene il suo corpo fosse debole e

malaticcio, grato e paziente, lo accettò e resistette alle prove

della via di Dio. A lui saluti e lode; riceva doni e benedizioni

del Cielo; a lui la gloria di Dio, il Gloriosissimo. Il suo puro

sepolcro si trova a Bombay in India.

ÁQÁ IBRÁHÍM-I-ISFÁHÁNÍ E I SUOI FRATELLI

E fra coloro che emigrarono e vennero a stabilirsi in Terra

Santa vi fu Áqá Ibráhím, uno di quattro onorati fratelli:

Muhammad-Sádiq, Muhammad-Ibráhím, Áqá Habíbu'lláh e

Muhammad-’Alí. I quattro vivevano a Baghdád con lo zio

paterno, Áqá Muhammad-Ridá, conosciuto come 'Aríd.

Abitavano tutti nella stessa casa e stavano insieme giorno e

notte. Come uccelli, dividevano lo stesso nido; erano sempre

freschi e pieni di grazia, come i fiori di un'aiuola.

Quando l'Antica Bellezza giunse in 'Iráq, la loro casa si trovava

vicino alla Sua e così avevano la gioia di vederLo andare

72

e venire. A poco a poco il comportamento di quel Signore dei

cuori, ciò che faceva e non faceva, e la vista del Suo amabile

volto, ebbero effetto: incominciarono ad avere sete della Fede

e a cercare la Sua grazia e il Suo favore. Si presentarono alla

porta della Sua casa, come fiori che vi sbocciassero, e ben

presto s'innamorarono della luce che s'irradiava dalla Sua

fronte, prigionieri della bellezza di quel caro Compagno. Non

ebbero bisogno di maestro, allora; da soli videro attraverso i

veli che prima li accecavano e appagarono il supremo

desiderio dei loro cuori.

Per ordine della Bellezza Benedetta, Mírzá Javád di

Turshíz si recò una notte a casa loro. Mírzá Javád aveva

appena aperto bocca che essi accettarono la Fede. Non ebbero

un attimo di esitazione, perché avevano una sorprendente

recettività. Ecco il significato del versetto del Corano: "... il

cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi fuoco. È

luce su luce".44 Cioè, quest'olio è così ben preparato così

pronto a essere acceso, che quasi prende fuoco da sé, anche se

non v'è fiamma vicina; il che significa che la capacità di aver

fede e di meritarla può essere così grande che la luce si

accende senza che sia detta una sola parola. Così accadde a

quei puri di cuore; essi erano veramente leali, saldi e devoti a

Dio.

Il fratello maggiore, Muhammad-Sádiq, accompagnò

Bahá’u’lláh dall'Iráq a Costantinopoli e quindi ad

Adrianopoli, dove per qualche tempo visse felice, accanto al

suo Signore. Era umile, paziente, grato, aveva costantemente

il sorriso sulle labbra, era sereno nel cuore e la sua anima era

innamorata di Bahá’u’lláh. Gli fu poi data licenza di ritornare

in 'Iráq, dove si trovava la sua famiglia e rimase in quella città

per qualche tempo, sognando e ricordando.

Poi in 'Iráq vi fu una grande calamità e i quattro fratelli

furono catturati con il loro nobile zio. Perseguitati e prigionieri,

furono condotti a Mosul. Lo zio, Áqá Muhammad-Ridá,

44 Corano XXIV, 35.

73

era un vecchio dalla mente illuminata e dal cuore spirituale,

distaccato da tutte le cose del mondo. In 'Iráq era stato ricchissimo

e aveva vissuto nel lusso e nei piaceri, ma ora ad

Hadbá, Mosul, fu, tra i prigionieri, la principale vittima e

soffrì grandi privazioni. Divenne povero, ma rimase

dignitoso, paziente, contento e grato. Stando da solo in un

luogo appartato, lodò Dio notte e giorno fino alla morte.

Diede il cuore all'Amore del suo cuore, si sciolse dai lacci di

questo mondo mutevole e ascese nel Regno che sempre

permane. Lo immerga Iddio nelle acque del perdono, lo faccia

entrare nel giardino della Sua compassione e del Suo

compiacimento e lo tenga in Paradiso fino alla fine del tempo.

Quanto a Muhammad-Sádiq, a Mosul anche lui fu esposto

a tribolazioni sulla via di Dio. Anche lui era un’anima

tranquilla, paga del suo Signore e a Lui piacente. Alla fine

rispose alla voce del Re della Gloria: "Signore, eccomi!" e

realizzò i versetti: "E tu, o anima tranquilla, ritorna al Tuo

signore, piacente e piaciuta, ed entra fra i Miei servi, entra nel

Mio Paradiso!".45

E Muhammad-'Alí, una volta libero dalla prigionia, da

Mosul accorse in Terra Santa, nei recinti d'inesauribile grazia.

E qui vive ancora. Sebbene si trovi nelle ristrettezze, il suo

cuore è in pace. Quanto a suo fratello Ibráhím prima menzionato,

anche lui da Mosul venne ad 'Akká, ma in una zona vicina.

Là con pazienza, calma e appagamento, ma con difficoltà,

si dedicò al commercio, piangendo nel contempo giorno e

notte l'ascensione di Bahá’u’lláh. Trascorse la vita umile e

contrito, il viso rivolto verso i misteriosi reami di Dio. Alla

fine, consumato dagli anni, a mala pena capace di muoversi

venne a Haifa dove trovò, nell'ostello dei viaggiatori, un

cantuccio dove vivere e trascorse il suo tempo invocando

align=left>umilmente Iddio, supplicandoLo, innalzando lodi. A poco a

poco, consunto dagli anni, il suo corpo incominciò a declinare

45 Corano LXXXIX, 27-30.

74

e alla fine si spogliò della veste di carne e, lo spirito ignudo,

volò nel reame del Misericordiosissimo. Fu portato fuori da

questa vita oscura nell'aria che risplende e immerso in un

mare di luci. Iddio illumini la sua tomba con fulgidi raggi e

culli il suo spirito con i soffi della compassione divina. A lui

la misericordia e il compiacimento di Dio.

Quanto ad Áqá Habíbu’lláh, anche lui fu fatto prigioniero

in 'Iráq ed esiliato a Mosul. Visse a lungo in quella città, esposto

a privazioni, ma sempre contento, e la sua fede crebbe

giorno dopo giorno. Quando Mosul fu colpita dalla carestia,

per i forestieri la vita divenne più dura che mai, ma nel

ricordo di Dio i loro cuori erano tranquilli46 e le loro anime si

cibavano con il nutrimento del Cielo. Così sopportarono tutto

con stupefacente pazienza e la gente guardava con meraviglia

align=left>quegli stranieri in mezzo a loro che non erano angosciati e

atterriti come gli altri e continuavano a rendere grazie notte e

giorno. "Quale straordinaria fiducia in Dio!" diceva la gente.

Habíb era uomo con grandi riserve di pazienza e cuore

gioioso. Si adattò all'esilio e visse in uno stato di bramoso

amore. Dopo la partenza da Baghdád, i prigionieri di Mosul

furono costantemente menzionati da Bahá’u’lláh, Che espresse

nei loro riguardi il Suo infinito favore. Habíb si affrettò

verso l'abbraccio della misericordia di Dio e trovò un nido e

un rifugio sui rami dell'Albero celestiale. Là nel Paradiso di

tutte le delizie, effuse la sua lode del munifico Signore con

mirabili canzoni.

46 Cfr. Corano XIII, 28 : “…non è col ricordo di Dio che si tranquillano i

cuori ?”.

75

ÁQÁ MUHAMMAD-IBRÁHÍM

Muhammad-Ibráhím, soprannominato Mansúr, il

Vittorioso, faceva il calderaio. Quest'uomo di Dio, un altro

ancora degli emigranti e residenti, era nativo di Káshán. Nel

primo fiore della giovinezza riconobbe la Luce neonata e

vuotò la santa coppa "il cui licore è miscelato di Canfora".47

Era d'indole piacevole, pieno di entusiasmo e di gioia di vivere.

Appena la luce della fede si accese nel suo cuore, lasciò

align=left>Káshán, si recò a Baghdád ed ebbe l'onore di giungere alla

presenza di Bahá’u’lláh.

Áqá Muhammad aveva una fine vena poetica e componeva

versi come vezzi di perle. A Zawrá, cioè Baghdád, la Dimora

della Pace, fu in buoni rapporti con amici e sconosciuti, sforzandosi

sempre di mostrare benevolenza verso tutti. Portò a

Baghdád dalla Persia i fratelli e aprì una bottega d'arti e

mestieri, dedicandosi all'altrui benessere. Anch'egli fu fatto

prigioniero ed esiliato da Baghdád a Mosul, dopo di che si

recò a Haifa, dove giorno e notte, modesto e umile, cantò preghiere

e suppliche e concentrò i suoi pensieri su Dio.

A Haifa rimase a lungo, servendo i credenti con successo e

provvedendo con grande umiltà e discrezione ai bisogni dei

viaggiatori. Si sposò in quella città e fu padre di bei figli. Per

47 Corano LXXVI, 5.

76

lui ogni giorno recava nuova vita e nuova gioia e tutto il denaro

align=left>che guadagnava lo spendeva per sconosciuti e amici. Dopo

l'uccisione del Re dei martiri, scrisse un'elegia in memoria di

quel credente caduto sul campo del dolore e recitò la sua ode

alla presenza di Bahá’u’lláh; i versi erano commoventi, tanto

che tutti i presenti piansero e si levarono voci di cordoglio.

Áqá Muhammad continuò a vivere la sua vita, nobile negli

intenti, costante nell’interiorità, con fervore e amore. Poi

accolse la morte, ridendo come una rosa improvvisamente

sbocciata ed esclamando: "Eccomi!". Così lasciò Haifa, cambiandola

con il mondo superno. Da questa angusta striscia di

terra assurse al Benamato, volò via da questo cumulo di

polvere per piantare la sua tenda in un luogo ameno e fulgido.

Benedizioni a lui e una santa dimora.48 Iddio lo rivesta di

misericordie; riposi sotto i tabernacoli del perdono e sia

condotto nei giardini del Cielo.

ZAYNU’L-‘ÁBIDÍN YAZDÍ

Zaynu’l-’Ábidín di Yazd fu uno degli emigranti che morì

lungo la strada per la Terra Santa. Questo devoto, quando a

align=left>Manshád udì il grido di Dio, fu ridestato a una vita insonne.

Fu infiammato da una santa passione, l'anima rinnovata. La

luce della guida divampò dalla lampada del suo cuore; l'a-

48 Corano XIII, 29.

77

more di Dio accese una rivoluzione nel paese del suo intimo

essere. Trasportato dall'amore per la bellezza dell'Amato,

lasciò la patria che gli era cara e partì per la Terra del Desio.

Mentre viaggiava con i suoi due figli, rallegrato dalle speranze

dell'incontro che avrebbe avuto, si fermò in cima ad

ogni altura, in ogni pianura, villaggio e borgo per visitare gli

amici. Ma la grande distanza che si estendeva di fronte a lui si

tramutò in un mare di tribolazioni e sebbene lo spirito desiderasse

ardentemente, il corpo s’indebolì e alla fine si ammalò e

perse le forze; tutto ciò accadde mentre non aveva nemmeno

una casa.

Ammalato com'era, non rinunziò al viaggio, né vacillò

nella sua determinazione; aveva una stupefacente forza di

volontà ed era ben deciso a proseguire. Ma la malattia

peggiorava giorno per giorno, finché da ultimo spiccò il volo

verso la misericordia di Dio e rese l'anima in un anelito

inappagato.

Benché agli occhi esteriori egli non abbia vuotato la coppa

dell'incontro, né mai abbia mirato la bellezza di Bahá’u’lláh,

tuttavia ottenne lo spirito della comunione spirituale; è annoverato

fra coloro che giunsero alla Sua Presenza e di coloro

che giunsero a quella Presenza gli è riservata e assegnata la

ricompensa. Era un'anima immacolata, fedele, devota e sincera.

Non trasse mai respiro che non fosse nella rettitudine e il

suo unico desiderio fu quello di adorare il suo Signore.

align=left>Percorse le strade dell'amore, fu noto a tutti per incrollabile

lealtà e puri intendimenti. Iddio colmi per lui la coppa del

ricongiungimento in una bella contrada, lo faccia entrare nell'eterno

Reame e consoli i suoi occhi con la visione delle luci

di quel Regno misterioso.

78

HÁJÍ MULLÁ MIHDÍY-I-YAZDÍ

Un altro ancora di coloro che lasciarono la patria fu Mullá

Mihdí di Yazd. Sebbene secondo le apparenze questo uomo

eccellente non fosse della classe colta, era esperto nel campo

delle sacre tradizioni musulmane ed eloquente interprete di

testi trasmessi oralmente. Perseverante nelle devozioni, noto

per pratiche sante e meditazioni e veglie notturne, il suo cuore

era illuminato e aveva mente e anima spirituali. Trascorreva la

maggior parte del tempo ripetendo devozioni, recitando le

align=left>preghiere obbligatorie, confessando le proprie mancanze e

supplicando il Signore. Era uno di coloro che penetrano i

misteri ed era confidente dei giusti. Come insegnante della

Fede non gli mancavano mai le parole, dimenticando, mentre

insegnava, ogni ritegno, esponendo l'uno dopo l'altro sacre

align=left>tradizioni e testi.

Quando in città si seppe di lui e dappertutto principi e

poveri lo accusarono di portare questo nuovo nome, egli

dichiarò apertamente la sua adesione e, per questo, fu pubblicamente

disonorato. Allora i malvagi 'ulamá di Yazd

insorsero, promulgando un decreto di morte. Essendosi il

mujtahid, Mullá Báqir di Ardikán, rifiutato di confermare la

sentenza di quei tenebrosi teologi, Mullá Mihdí sopravvisse,

ma fu costretto ad abbandonare la casa natia. Partì per il paese

del suo Benamato con i due figli, uno dei grandi futuri martiri,

Jináb-i-Varqá, e l'altro, Jináb-i-Husayn. In ogni città e

79

villaggio lungo il cammino, divulgò abilmente la Fede,

adducendo chiare argomentazioni e prove, citando e

interpretando le sacre tradizioni e i segni evidenti.49 Non

align=left>riposò un momento; sparse dappertutto l'essenza dell'amore di

Dio e diffuse in ogni luogo i soavi aliti della santità. E ispirò

gli amici, rendendoli ansiosi di insegnare a loro volta ad altri e

di eccellere nel sapere.

Era un'anima eminente, il cuore fisso sulla beltà di Dio.

Dal giorno in cui fu creato e venne in questo mondo, dedicò

sinceramente tutti i suoi sforzi ad acquisire grazia per il

giorno in cui sarebbe nato nell'altro.50 Aveva cuore

illuminato, mente spirituale, anima colma di aspirazioni, sua

align=left>destinazione, il Cielo. Fu imprigionato per strada; e mentre

attraversava deserti e si arrampicava e discendeva per i pendii

delle montagne sopporto terribili, innumerevoli privazioni.

Ma la luce della fede brillava dalla sua fronte e nel suo petto

ardeva la brama, e così gioiosamente, lietamente varcò le

frontiere finché alla fine giunse a Beirut. In quella città,

ammalato, inquieto, persa la pazienza, trascorse alcuni giorni.

La sua brama crebbe e la sua agitazione fu tale che debole e

malato qual era non poté aspettare oltre.

S'incamminò verso la casa di Bahá’u’lláh. Non avendo

scarpe adatte al viaggio, si contuse e ferì i piedi; la sua

malattia peggiorò; riusciva a malapena a muoversi, ma andava

ancora avanti. In qualche modo giunse al villaggio di Mazra'ih

e qui, presso la Magione, morì. Il suo cuore trovò il

Benamato, quando non poteva più sopportare la separazione.

Gli amanti traggano ammonimento dalla sua storia; sappiano

come si è giocata la vita nella sua brama della Luce del

Mondo. Nei giardini eterni Iddio gli porga da bere da una

coppa traboccante; nell'Accolta Suprema, Iddio riversi raggi

di luce sul suo volto. Su di lui sia la gloria del Signore. La sua

tomba santificata è a Mazra'ih, vicino ad 'Akká.

49 Corano III, 97.

50 Corano XXIX, 20; LIII, 47; LVI, 62.

80

SUA EMINENZA KALÍM ( MÍRZÁ MÚSÁ )

Jináb-i-Mírzá Músá era fratello vero di Bahá’u’lláh e sin

dalla prima infanzia fu allevato nell'abbraccio protettore del

Più Grande Nome. Bevve nell'amore di Dio con il latte della

madre; ancora poppante, mostrò uno straordinario attaccamento

verso la Bellezza Benedetta. Fu sempre oggetto della

grazia, del favore e della tenera attenzione di Dio. Dopo la

morte del loro illustre padre, Mírzá Músá fu allevato da

Bahá’u’lláh, crescendo fino alla maturità nell'asilo della Sua

protezione. Giorno dopo giorno, il giovane divenne più servizievole

e devoto. Visse secondo i comandamenti in ogni cosa

e fu interamente distaccato da ogni pensiero di questo mondo.

Brillò in quella Famiglia come una lampada fulgente. Non

desiderava né rango né ufficio e non aveva alcuna mira mondana.

Il suo unico supremo desiderio era di servire

Bahá’u’lláh e per questo non si allontanava mai dalla presenza

del Fratello. Quali che fossero i tormenti inflitti dagli altri, la

sua lealtà fu pari alla loro crudeltà, perché aveva bevuto il

vino di un amore incontaminato.

Poi si udì la voce che chiamava da Shiráz e da una sola

parola detta da Bahá’u’lláh il suo cuore fu inondato di luce e

da un'unica ventata che soffiò sui giardini della fede, egli

colse la fragranza. Incominciò subito a servire gli amici.

Aveva uno straordinario attaccamento per me e si

81

align=left>preoccupava sempre del mio benessere. A Tihrán si dedicò

giorno e notte a propagare la Fede e a poco a poco divenne

ben noto a tutti; abitualmente trascorreva il tempo in

compagnia di anime benedette.

Poi Bahá’u’lláh lasciò Tihrán per l'Iráq e dei Suoi fratelli i

due che Lo accompagnarono furono Áqáy-i-Ka1im51 e Mírzá

Muhammad-Qúlí. Volsero le spalle alla Persia e ai Persiani e

distolsero lo sguardo dalle comodità e dalla pace; sulla via

dell'Amato con tutto il cuore scelsero di sopportare qualunque

calamità fosse loro destinata.

Così arrivarono in 'Iráq. Durante i giorni in cui Bahá’u’lláh

era scomparso, cioè durante il Suo viaggio nel Kurdistán,

Áqáy-i-Kalím visse sull'orlo di un baratro; la sua vita era

costantemente in pericolo e ogni giorno che passava era

peggiore di quello precedente; eppure, sopportò tutto e non

conobbe paura. Quando finalmente la Bellezza Benedetta

ritornò dal Kurdistán, Áqáy-i-Kalím riprese il proprio posto

presso la Santa Soglia, prestando ogni possibile servizio.

Perciò divenne noto dappertutto. Quando Bahá’u’lláh lasciò

align=left>Baghdád per Costantinopoli, Áqáy-i-Kalím Gli restò accanto

e continuò a servire durante il cammino, come fece anche

nell'ulteriore viaggio da Costantinopoli ad Adrianopoli.

Fu durante il soggiorno in questa città che notò in Mírzá

Yahyá l'odore della ribellione. Giorno e notte cercò di convincerlo

a correggersi, ma invano. Al contrario, fu stupefacente

come le tentazioni e i suggerimenti satanici di Siyyid

Muhammad, simili a un veleno mortale, agissero su Mírzá

Yahyá, sì che Áqáy-i-Kalím alla fine abbandonò ogni

speranza. Ma anche allora non cessò di tentare, pensando che

forse in qualche modo avrebbe ancora potuto placare la

tempesta e salvare Mírzá Yahyá dall'abisso. Il suo cuore fu

consumato dalla disperazione e dal dolore. Tentò tutto quello

che sapeva. Alla fine dovette ammettere la verità di queste

parole di Saná’í:

51 Mírzá Músá

82

Se porti allo stolto la mia scienza,

o se pensi che i miei segreti possano

esser detti a colui che saggio non è –

va' allora dal sordo e suona e canta,

oppure sta' davanti al cieco e tienigli

uno specchio innanzi agli occhi.

Quando ogni speranza fu perduta, troncò la relazione

dicendo: "Fratello mio, se altri sono in dubbio su questo affare,

tu ed io sappiamo bene la verità. Hai dimenticato le tenere

attenzioni di Bahá’u’lláh e come ci ha allevati entrambi?

Quanta cura Si prese delle tue lezioni e della tua calligrafia;

con quale costanza sorvegliò la tua ortografia e la tua composizione

e ti incoraggiò a esercitarti nei diversi stili calligrafici;

guidò perfino la tua mano con le Sue dita benedette. Chi non

sa che Egli ti elargì favori, che ti crebbe nell'asilo del Suo

abbraccio. È questo il tuo ringraziamento per tutta la Sua tenerezza:

complottare con Siyyid Muhammad e disertare la

protezione di Bahá’u’lláh? È questa la tua lealtà? È questa la

giusta ricompensa per tutto il Suo amore?". Le parole non

ebbero effetto alcuno; al contrario, più passavano i giorni,

maggiore la misura delle mire nascoste che Mírzá Yahyá

palesava. Poi alla fine ebbe luogo la rottura finale.

Da Adrianopoli, Áqáy-i-Kalím proseguì con il convoglio di

Bahá’u’lláh fino alla fortezza di 'Akká. Il suo nome fu specificamente

elencato nel decreto del Sultano e fu condannato al

bando perpetuo.52 Nella Più Grande Prigione egli dedicò tutto

il suo tempo a servire Bahá’u’lláh ed ebbe l'onore d'essere

continuamente alla presenza del Fratello, restando in compagnia

anche dei credenti; finché alla fine lasciò questo mondo

di polvere e accorse al santo mondo superno, morendo in

umiltà e contrizione, mentre supplicava il Signore.

Accadde che nel periodo di Baghdád, al famoso Ílkhání,

figlio di Músá Khán-i-Qazvíní, grazie a Siyyid Javád-i-

52 Cfr. Dio passa nel mondo, p. 192.

83

Tabátabá'í, fu concessa un'udienza con Bahá’u’lláh. In quell'occasione

Siyyid Javád presentò una petizione per conto

dell'Ílkhání, dicendo: "Questo Ílkhání, 'Alí-Qulí Khán pur

peccatore e da tutta la vita figlio delle sue passioni, si è ora

pentito. Sta davanti a Voi rammaricato dei suoi giorni passati

e da oggi in poi non trarrà un solo respiro che possa andare

contro il Vostro beneplacito. Vi imploro, accettate il suo

pentimento; fatelo oggetto della Vostra grazia e del Vostro

favore".

Bahá’u’lláh rispose: "Poiché ti ha scelto come intercessore,

celerò i suoi peccati e provvederò a recargli conforto e pace di

mente".

Ílkhání era stato uomo di sconfinata ricchezza, ma aveva

sperperato tutto nei desideri della carne. Ora era in miseria, a

align=left>un punto tale che non osava neppure uscire di casa, a causa

dei creditori che lo aspettavano per piombargli addosso.

Bahá’u’lláh gli disse di andare da 'Umar Páshá, il Governatore

di Damasco, e di farsi dare da lui una lettera di raccomandazione

per Costantinopoli. L'Ílkhání seguì il consiglio e ricevette

dal governatore di Baghdád ogni assistenza. Dopo tanta

disperazione, incominciò a sperare ancora e partì per

Costantinopoli. Giunto a Díyárbakr53 scrisse una lettera per

due mercanti armeni. "Questi due stanno per partire per

Baghdád" diceva la sua lettera. "Mi hanno usato molte

cortesie e mi hanno anche chiesto una presentazione. Non ho

avuto rifugio o riparo eccetto la Vostra munificenza; perciò Vi

supplico di mostrare loro benevolenza". L'intestazione, cioè

l'indirizzo che aveva scritto sulla busta era: "A Sua Eminenza

Bahá’u’lláh, Capo dei bábí". I mercanti la porsero a

Bahá’u’lláh in cima al ponte e quando Egli chiese loro della

lettera la loro risposta fu: "L'Ílkhání ci ha fornito i particolari

su questa Causa a Díyárbakr". Poi Lo accompagnarono a casa.

Quando la Bellezza Benedetta entrò negli appartamenti

della famiglia, Áqáy-i-Kalím era là ad attenderLo.

53 Località situata a circa quattrocento miglia a nord-ovest di Baghdád.

84

align=left>Bahá’u’lláh esclamò: "Kalím, Kalím! La fama della Causa di

Dio è già arrivata a Díyárbakr!". E sorrideva giubilante.

Mirzá Músá fu in verità un vero fratello per la Bellezza

Benedetta; ecco perché rimase incrollabile, in tutte le circostanze,

fino alla fine. A lui lode e saluti, e il soffio della vita, e

gloria; a lui misericordia e grazia.

HÁJÍ MUHAMMAD KHÁN

Un altro di coloro che abbandonarono il focolare domestico

e vennero ad abitare vicino a Bahá’u’lláh fu Hájí

Muhammad Khán. Quest'uomo illustre, nativo di Sístán, era

balúch. Giovanissimo s'infiammò e divenne un mistico, un

'árif ossia un adepto. Quale derviscio errante, dimentico di

ogni egoismo, partì da casa e, secondo la regola derviscia, si

mise in viaggio per trovare il suo murshid la perfetta guida.

Bramava, come dicono i dervisci qalandar, scoprire il famoso

"priore dei magi", ossia la guida spirituale.

Continuò a cercare dappertutto. Parlò a chiunque incontrasse.

Ma quello cui anelava era il soave aroma dell'amor di

Dio, che tuttavia non trovò mai in nessuno, gnostico o filosofo

o adepto della setta shaykhí. Tutto quel che poté vedere nei

dervisci furono fluenti barbe arruffate e una religione di mani

protese di mendicanti. Costoro erano "dervisci", poveri in

tutto fuorché Dio, soltanto di nome; la sola cosa di cui si

85

curassero, così gli parve, era tutto ciò che capitava a portata di

mano. Né trovò illuminazione fra gli Illuminati; da loro nulla

udì se non fatui argomenti. Osservò che la loro magniloquenza

non era eloquenza e che le loro sottigliezze erano nient'altro

che verbose figure retoriche. Non c'era verità, mancava l'anima

del significato interiore. Perché vera filosofia è quella

che produce premi di eccellenza, frutto impossibile a trovarsi

fra quei dottori. All'apice della loro dottrina, divenivano

schiavi del vizio, vivevano nella noncuranza e cedevano a

caratteristiche personali meritevoli di biasimo. Per lui

mancavano di tutto ciò che costituisce la nobile, peculiare

qualità del genere umano.

Quanto al gruppo shaykhí, svanita l'essenza, era rimasta

solo la feccia; l'anima era scomparsa, lasciandosi dietro il

guscio; ormai molto della loro dialettica era cianfrusaglie e

ridondanza.

Così non appena udì l'appello del Regno di Dio, gridò: "Sì,

in verità!" e via come il vento del deserto. Percorse lunghissime

distanze, giunse alla Più Grande Prigione e pervenne alla

presenza di Bahá’u’lláh. Quando i suoi occhi caddero su quel

fulgido Sembiante, ne fu immediatamente soggiogato. Ritornò

in Persia per incontrare le persone che affermavano di seguire

la Via, gli amici d'un tempo che cercavano la Verità, e

occuparsi di loro come la lealtà e il dovere esigevano.

All'andata e al ritorno lo Hájí visitò ciascuno dei suoi

amici, si riunì con loro e fece loro ascoltare il nuovo canto del

Cielo. Giunto a casa, sistemò gli affari di famiglia,

provvedendo a tutti, preoccupandosi della sicurezza, della

felicità, dell'agio di tutti. Dopo di che si accomiatò. Ai parenti,

alla moglie, ai figli, ai congiunti disse: "Non cercatemi più,

non aspettate ch'io ritorni".

Prese un bastone e si mise in cammino; valicò montagne,

attraversò pianure, cercando e trovando i mistici, i suoi amici.

Nel primo viaggio si recò dal defunto Mirzá Yúsuf Khán

(Mustawfíyu'l-Mamálik) a Tihrán. Quando gli ebbe detto

86

tutto, Yúsuf Khán esternò un desiderio e dichiarò che se fosse

stato esaudito avrebbe creduto; il voto era di avere un figlio.

Se avesse ricevuto la grazia, si sarebbe convinto. Lo Hájí lo

riferì a Bahá’u’lláh e Ne ricevette in risposta una ferma

promessa. Di conseguenza quando nel secondo viaggio

incontrò Yúsuf, lo trovò con un bambino in braccio. "Mírzá"

gridò lo Hájí "sia lodato Iddio! La tua prova ha dimostrato la

Verità. Hai colto la tua occasione di gioia .'Sì" rispose Yúsuf

Khán "la prova è chiara. Sono convinto. Quest'anno quando

andrai da Bahá’u’lláh, dì che invoco la Sua grazia e il Suo

favore su questo fanciullo, che possa essere custodito al sicuro

nell'asilo della protezione di Dio".

Hájí Muhammad si recò poi dal beato futuro martire, il Re

dei martiri, e gli chiese d'intercedere perché gli fosse concesso

di vigilare alla porta della casa di Bahá’u’lláh. Il Re dei martiri

inviò la richiesta per lettera; dopo di che Hájí Khán giunse

alla Più Grande Prigione e prese casa vicino al suo Amico

amoroso. Ebbe quest'onore per lungo tempo e poi, anche nel

giardino di Mazra’ih, fu assai di frequente alla presenza di

Bahá’u’lláh. Dopo l'ascensione dell'Amato, Hájí Khán rimase

fedele al Patto e al Testamento, schivando gli ipocriti. Alla

fine, mentre questo servo era assente in viaggio in Europa e in

America, lo Hájí si recò all'ostello dei pellegrini nell'Hazíratu'l-

Quds e qui, presso il Mausoleo del Báb, s'involò verso il

mondo superno.

Iddio rinfreschi il suo spirito con l'aria muschiata del

Paradiso di Abhá e con i dolci aromi che spirano dal Paradiso

align=left>superno. A lui saluti e lode. La sua fulgida tomba è a Haifa.

87

ÁQÁ MUHAMMAD-IBRÁHÍM AMÍR

Muhammad-Ibráhím Amír proveniva da Nayríz. Era una

persona benedetta, quale coppa ricolma del vino vermiglio

della fede. Quando cadde prigioniero del tenero Amato, era

nel fiore della gioventù. Poi fu preda degli oppressori e dopo i

moti di Nayríz e tutte le sofferenze, i suoi persecutori lo

catturarono. Tre farrásh gli immobilizzarono le braccia e gli

legarono le mani dietro la schiena; ma l'Amír con la sua grande

forza spezzò i legami, strappò un pugnale dalla cintura di

un farrásh, si mise in salvo e fuggì in 'Iráq. Là si dedicò a trascrivere

i sacri versetti e poi meritò l'onore di servire alla

Sacra Soglia. Costante e incrollabile, era in servizio giorno e

notte. Durante il viaggio da Baghdád a Costantinopoli, quindi

ad Adrianopoli e da lì alla Più Grande Prigione, fu sempre

pronto a servire. Sposò Habíbih, ancella di Dio, anch'ella

serva alla Sacra Soglia e sua figlia Badí'ih divenne la consorte

del defunto Husayn-Áqá Qahvih-chí.

Così l'Amír fu incrollabile nel servire per tutta la vita; ma

dopo l'ascensione di Bahá’u’lláh la sua salute declinò rapidamente

e alfine si lasciò alle spalle questo mondo di polvere e

se ne andò nell'immacolato mondo lassù. Iddio illumini con i

raggi del Reame eccelso il sito dov'egli riposa. A lui saluti e

lode. La sua fulgida tomba è ad 'Akká.

88

MÍRZÁ MIHDÍY-I-KÁSHÁNÍ

Quest'uomo onorato, Mírzá Mihdí, proveniva da Káshán.

Giovanissimo, sotto la tutela del padre, aveva studiato scienze

e arti ed era divenuto maestro di composizione in prosa e in

versi nonché eccellente calligrafo nello stile noto come shikastih.

54 Emergeva fra i compagni, testa e spalle al di sopra degli

altri. Ancor fanciullo, venne a sapere dell'avvento del Signore,

s'infiammò d'amore e divenne uno di coloro che "cedettero

tutto per comperare Giuseppe". Monarca dei ricercatori

ardenti, signore degli amanti, incominciò a insegnare la Fede

e a dimostrare con eloquenza la validità della Manifestazione.

Convertì molti e, bramando Dio, divenne lo zimbello di

tutti a Káshán disprezzato da conoscenti e sconosciuti, esposto

alle beffe dei compagni infedeli. "Ha perso il senno" diceva

uno. E l'altro: "È una pubblica disgrazia. La fortuna gli si è

rivoltata contro. È spacciato". I bellimbusti lo schernivano

senza risparmiargli nulla. Quando la vita diventò

insopportabile e la guerra scoppiò apertamente, lasciò la sua

terra per andare in 'Iráq, il centro focale della novella luce,

dove giunse alla presenza dell'Amato dell’Umanità.

Vi si trattenne per qualche tempo, nella schiera degli amici,

componendo versi che cantavano le lodi di Bahá’u’lláh. Poi

54 Shikastih, spezzato, scrittura corsiva o semistenografica. Si pensa sia

stata inventata alla fine del XVII secolo, a Hirát.

89

ebbe licenza di tornare a casa e andò nuovamente a vivere a

Káshán per un po' di tempo. Ma fu ancora afflitto da amorosa

brama e non poté sopportare oltre la separazione. Perciò si

recò nuovamente a Baghdád, portando con sé la sua rispettata

sorella, la terza consorte.

Qui si fermò, sotto la munifica protezione di Bahá’u’lláh,

finché la carovana non lasciò l'Iráq alla volta di

Costantinopoli, circostanza in cui gli fu data istruzione di fermarsi

a custodire la Santa Casa. Irrequieto, roso dalla nostalgia,

restò. Quando gli amici furono esiliati da Baghdád a

Mosul, fu tra i prigionieri, vittima assieme agli altri. Dopo

grandissime peripezie, giunse a Mosul e qui nuove

tribolazioni l'attendevano; fu quasi sempre malato, esule e

indigente. Eppure sopportò per lungo tempo, fu paziente,

conservò la dignità e rese sempre grazie. Alla fine non poté

tollerare oltre l'assenza di Bahá’u’lláh. Chiese il permesso, gli

fu concesso di venire e così parti per la Più Grande Prigione.

Poiché la strada era lunga e difficile e durante il viaggio

soffrì crudelmente, quando alla fine giunse alla prigione di

'Akká era quasi stremato e sfinito. A quel tempo la Bellezza

Benedetta era prigioniero nella cittadella, al centro della

caserma. Malgrado le terribili traversie, Mírzá Mihdí vi

trascorse alcuni giorni in grande gioia. Per lui le calamità

erano favori, le tribolazioni Divina Provvidenza, il castigo

abbondante grazia, poiché pativa tutto questo sulla via di Dio,

nell'intento di ottenerNe il compiacimento. Le sue infermità si

aggravarono, giorno per giorno s’indebolì, poi alla fine, nel

rifugio della grazia, s'involò verso l'indefettibile misericordia

del Signore.

Questo nobile personaggio era stato onorato fra gli uomini,

ma per amore di Dio aveva perduto reputazione e fama.

Sopportò infinite sventure senza un lamento. Fu pago dei

decreti di Dio e percorse le vie della rassegnazione. Lo sguardo

del favore di Bahá’u’lláh fu su di lui; fu vicino alla Soglia

Divina. Così dal principio alla fine della vita, rimase sempre

interiormente uguale: immerso in un oceano di sottomissione

90

e consenso. "O mio Signore, prendimi, prendimi!" gridava;

finché alla fine volò nel mondo che a nessuno è dato scorgere.

Possa Dio fargli aspirare il dolce aroma della santità nel

sommo Paradiso e lo rinfreschi con una coppa di limpido licore,

miscelato di Canfora.55 A lui saluti e lode. La sua tomba

fragrante si trova ad 'Akká.

MISHKÍN-QALAM

Fra gli esuli, vicini e prigionieri vi fu anche un secondo

Mír 'Imád,56 l'eminente calligrafo Mishkín-Qalam.57

Impugnava una nera penna muschiata e la sua fronte

risplendeva di fede. Fu mistico fra i più noti ed ebbe mente

arguta e sottile. La fama di questo viandante dello spirito

giunse in ogni terra. Era il primo calligrafo di Persia e ben

noto a tutti i grandi; godeva di una speciale posizione fra i

ministri della corte di Tihrán e presso di loro era solidamente

align=left>insediato.
58 Era famoso in tutta l'Asia Minore; la sua penna era

la meraviglia di tutti i calligrafi, perché era versato in ogni

stile calligrafico. Era anche astronomo provetto.

55 Corano LXXVI, 5.

56 Famoso calligrafo che visse e scrisse alla corte dello Scià ‘Abbás, il

Safavide (1557-1628).

57 Mishk significa muschio. Mishkín-Qalam significa sia penna muschiata

sia penna corvina.

58 size=2>Corano LXVI, 4.

91

Questo coltissimo uomo sentì parlare della Fede per la

prima volta in Isfáhán e il risultato fu che partì per trovare

Bahá’u’lláh. Attraversò grandi distanze, percorse miglia e

miglia, scalando montagne, superando deserti e mari, finché

alla fine giunse ad Adrianopoli. Là toccò le vette della fede e

della sicurezza; là bevve il vino della certezza. Rispose agli

inviti di Dio, giunse alla presenza di Bahá’u’lláh, ascese

all'apogeo di essere ricevuto e accettato. Da allora barcollò

come un ubriaco nel suo amore per Dio, e a causa del violento

desiderio e della brama, la sua mente sembrò smarrirsi.

Veniva sollevato e poi ributtato giù; era come impazzito.

Trascorse un certo tempo sotto la grazia protettrice di

Bahá’u’lláh e ogni giorno su di lui venivano riversate nuove

benedizioni. Nel frattempo produceva le sue splendide opere

di calligrafia; scriveva il Più Grande Nome, Yá Bahá'u'l-

Abhá, O Tu Gloria del Gloriosissimo, con meravigliosa

perizia, in molte differenti fogge, e le mandava dappertutto.59

Ebbe poi istruzioni di andare a Costantinopoli e parti con

Jináb-i-Sayyáh. Quando giunse nella Grande Città, in un

59 In alcune produzioni dell’artista, lo scritto era disposto in modo da

assumere la forma di uccello. Mentre E.G. Browne si trovava in Persia,

gli fu detto che “queste sarebbero state molto ricercate da Persiani di

tutti i ceti, se non avessero riportato tutte, come firma del calligrafo, il

seguente verso:

“Dar díyár-i-khatt sháh-i-sáhib-‘alam

Bandiy-i-báb-i-Bahá, Mishkín-Qalam”.

Cfr. A Year Amongst the Persians, p. 227. Il verso potrebbe così essere

tradotto:

Signore della calligrafia, è prima la mia bandiera;

Ma per Bahá’u’lláh, servitore alla porta,

E nient’altro son io,

Mishkín-Qalam.

Da notare il gioco di parole sulla parola porta, che permette di includere

oltre al nome di Bahá’u’lláh anche quello del Báb.

92

primo momento i maggiorenti persiani e turchi lo accolsero

con tutti gli onori e furono affascinati dal nero ebano della sua

arte calligrafica. Ma incominciò a insegnare la Fede con

coraggio ed eloquenza. L'ambasciatore persiano era in

agguato; recatosi dai visir del Sultano, calunniò Mishkín-

Qalam. "Quest'uomo è un agitatore" disse loro

l'ambasciatore "inviato qui da Bahá’u’lláh per suscitare

disordini e mettere zizzania in questa Grande Città. Ha

già conquistato una vasta schiera e intende soggiogarne molti

altri ancora. Questi bahá’í hanno sconvolto la Persia; ora

hanno incominciato nella capitale turca. Il governo persiano

ne ha passati per la spada ventimila, sperando con questa

tattica di spegnere i fuochi della sedizione. Dovete rendervi

conto del pericolo; presto questa cosa perversa divamperà

anche qui. Consumerà il frutto della vostra vita; brucerà tutto

il mondo. Allora non potrete più far nulla, perché sarà troppo

tardi".

In realtà quell'uomo mite e sottomesso, nella città del trono

dell'Asia Minore, si occupava solo della sua calligrafia e di

adorare Dio. Non cercava di portare sedizione, ma amicizia e

pace. Si sforzava di riconciliare i credenti di diverse fedi, e

non di allontanarli ulteriormente. Serviva gli stranieri e

aiutava a educare la gente del luogo. Era un rifugio per gli

indifesi e una cornucopia per i poveri. Invitava chiunque

venisse, all’unità del genere umano; si teneva lontano

dall’ostilità e dalla malizia.

Ma l'ambasciatore persiano aveva molto potere e aveva

mantenuto per lungo tempo stretti legami coi ministri.

Convinse un certo numero di persone a insinuarsi in varie riunioni

e a sollevarvi ogni sorta di false accuse contro i credenti.

Incitate dagli oppressori, le spie incominciarono a circondare

Mishkín-Qalam. Poi, secondo le istruzioni dell'ambasciatore,

presentarono rapporti al Primo Ministro, affermando che la

persona in questione seminava zizzania giorno e notte, che era

un mestatore, un ribelle e un criminale. Il risultato fu che lo

misero in prigione e lo mandarono a Gallipoli, dove egli si unì

93

alla nostra compagnia di vittime. Mandarono lui a Cipro e noi

nella prigione di 'Akká. Nell'isola di Cipro, Jináb-i-Mishkín fu

internato nella cittadella a Famagosta e in questa città rimase

prigioniero dall’ ‘85 fino al ‘94.

align=left>Quando Cipro uscì dal dominio turco Mishkín-Qalam fu

liberato e si recò dal suo Benamato nella città di 'Akká e qui

visse avvolto dalla grazia di Bahá’u’lláh, producendo meravigliose

opere calligrafiche e inviandole dappertutto. Era sempre

gioioso di spirito, splendente d'amore di Dio, come una

candela che brucia la propria vita, una consolazione per tutti i

credenti.

Dopo l'ascensione di Bahá’u’lláh Mishkín-Qalam rimase

leale, solidamente insediato nel Patto. Si erse di fronte ai violatori

come una spada sguainata. Non ebbe mai mezze misure

con loro; non temeva altro che Dio; non esitò neppure un

istante, né venne mai meno al servizio.

Dopo l'ascensione si recò in India, dove frequentò gli

amanti della verità. Vi trascorse un po' di tempo, facendo

nuovi sforzi ogni giorno. Quando seppi che stava declinando,

lo mandai subito a chiamare ed egli ritornò nella Più Grande

Prigione, con gioia dei credenti, che si sentirono benedetti di

riaverlo qui. Fu sempre mio intimo compagno. Aveva uno

straordinario brio, un intenso amore. Era un compendio di

perfezioni: credente, fiducioso, sereno, distaccato dal mondo,

compagno incomparabile, arguto, e il suo carattere era come

un giardino in pieno fiore. Per amore di Dio, rinunciò a tutte

le buone cose; chiuse gli occhi al successo, non volle né

comodità né riposo, non cercò ricchezza, desiderò solo di

essere libero dalla contaminazione del mondo. Non aveva

legami con questa vita, ma trascorreva i giorni e le notti

supplicando Dio e volgendo lo spirito a Lui. Era sempre

sorridente, effervescente; era spirito personificato, amore

incarnato. Per sincerità e lealtà non aveva rivali, e neppure per

pazienza e calma interiore. Era abnegazione personificata,

align=left>vivendo degli aliti dello spirito.

94

Se non fosse stato innamorato della Bellezza Benedetta, se

non avesse messo il cuore sul Reame della Gloria, avrebbe

potuto avere tutti i piaceri del mondo. Dovunque andasse, i

suoi numerosi stili calligrafici erano un sostanzioso capitale e

la sua grande perizia gli procurava l'attenzione e il rispetto di

ricchi e poveri. Ma era perdutamente innamorato del vero

Amore dell'uomo e perciò era libero da altri legami e poté

veleggiare e librarsi nello sconfinato cielo dello spirito.

Infine, mentre ero assente, lasciò questo mondo oscuro,

angusto e se ne andò nella terra delle luci. Là, nel porto della

sconfinata misericordia di Dio, trovò infinite ricompense. A

lui lode e saluti e la tenera grazia del Compagno Supremo.

USTÁD ‘ALÍ-AKBAR-I-NAJJÁR

Ustád 'Alí-Akbar, l'Ebanista,60 fu annoverato fra i giusti, un

principe dei giusti. Fu uno dei primi credenti persiani e un

maggiorente di quella schiera. Dall'inizio della Causa confidente

fidato, sciolse la lingua per proclamare la Fede.

S'informò delle sue prove e si approfondì nelle sue Scritture.

Fu anche poeta di talento e scrisse odi in elogio di

Bahá’u’lláh. Eccezionalmente capace nel suo mestiere, Ustád

produsse opere molto ingegnose, costruendo ebanisteria che,

per complessità e precisione, sembrava mosaico intarsiato.

60 Ustád è un maestro, un esperto di un’arte o professione.

95

Era esperto anche in matematica e sapeva risolvere e spiegare

difficili problemi.

Da Yazd, quest'uomo riverito si recò in 'Iráq, dove ebbe

l'onore di entrare alla presenza di Bahá’u’lláh e ricevette

abbondante grazia. La Bellezza Benedetta elargì favori a

Ustád 'Alí, che ebbe accesso alla Sua presenza quasi tutti i

giorni. Fu uno di coloro che vennero esiliati da Baghdád a

Mosul e vi sopportò dure privazioni. Rimase a lungo a Mosul,

in circostanze di estrema ristrettezza ma rassegnato al volere

di Dio, sempre in preghiera e supplice e con lingua grata.

Infine da Mosul venne al Santo Mausoleo e qui presso la

tomba di Bahá’u’lláh meditava e pregava. Nel buio della

align=left>notte, inquieto e turbato, si lamentava e piangeva; quando

supplicava Dio, il cuore gli bruciava in petto; i suoi occhi

versavano lacrime e levava la voce e cantava. Era

completamente distaccato da questa manciata di polvere,

questo mondo mortale. Lo evitava, chiedeva una cosa

soltanto: volare via; e sperava che la ricompensa promessa

arrivasse. Non riusciva a sopportare che la Luce del Mondo

fosse scomparsa e quello che cercava era il paradiso del

ricongiungimento con Lui, e quello che i suoi occhi

bramavano vedere era la gloria del Reame di Abhá. Alla fine

la sua preghiera fu esaudita e assurse nel mondo di Dio nel

luogo di incontro degli splendori del Signore dei Signori.

A lui benedizione e lode di Dio, lo porti Iddio nella dimora

della pace, come ha scritto nel Suo libro: "Per questi è la

Dimora di Pace presso il loro Signore .61 “... Dio è gentile con

coloro che lo servono”.62

61 Corano VI, 127.

62 Corano III, 30.

96

SHAYKH ‘ALÍ-AKBAR-I-MÁZGÁNÍ

Questo monarca di anime libere, di erranti per amor di Dio,

era solo un infante quando, a Mázgán, fu allattato al petto

della grazia. Era figlio dell'eminente studioso Shaykh-i-

Mázgání; il suo nobile padre era uno dei primi cittadini di

Qamsar, presso Káshán e per devozione, santità e timor di Dio

non aveva pari. Questo padre incarnava tutte le qualità che

sono degne di lode; inoltre i suoi modi erano piacevoli, la sua

indole buona ed era un eccellente compagno e per tutte queste

cose era molto conosciuto. Quando si liberò da ogni riserbo e

si dichiarò apertamente credente, gli infedeli, amici o estranei,

gli voltarono le spalle e incominciarono a tramare la sua

morte. Ma egli continuò a promuovere la Causa, a risvegliare

il cuore della gente e ad accogliere i nuovi arrivati con la sua

abituale generosità. Perciò a Káshán la fama della sua fede

ardente giunse fino alla Via Lattea. Poi gli spietati aggressori

insorsero, saccheggiarono i suoi possedimenti e lo uccisero.

'Alí-Akbar, il figlio di colui che aveva dato la vita sulla via

di Dio, non poté più vivere in quel luogo. Se fosse rimasto,

anche lui sarebbe stato ucciso con la spada come il padre.

align=left>Trascorse un certo tempo in 'Iráq e ricevette l'onore di essere

alla presenza di Bahá’u’lláh. Poi ritornò in Persia, ma

desiderava rivedere Bahá’u’lláh e, assieme alla moglie, si

97

mise in viaggio per deserti e montagne, talvolta a cavallo,

talvolta a piedi, percorrendo miglia e miglia, passando da un

lido all'altro, finché alla fine raggiunse il Santo Luogo e trovò

sicurezza e pace all'ombra del divino Albero di Loto.

Quando la bellezza del Desiato svanì dal mondo, 'Alí-

Akbar rimase leale al Patto e prosperò al riparo della grazia di

Dio. Per indole e per l'intenso amore del suo cuore, desiderava

scrivere poesie, comporre odi e ghazal, ma gli mancavano

metrica e rima:

Ho pensato a un poema, ma l'Amato mi ha detto:

“A questo solo pensa, che Mi vedano i tuoi occhi”.

Con rapita brama, il suo cuore desiderava i regni del compassionevole

Signore; consumato da amore ardente, lasciò

alla fine questo mondo e piantò la sua tenda nel mondo

superno. Mandi Iddio sulla sua tomba, dal Regno del Suo

perdono, una grande pioggia di benedizioni,63 gli conferisca

grande vittoria e gli conceda misericordie, fitte e traboccanti,

nei recessi del Cielo.

63 Corano II, 264,265.

98

MÍRZÁ MUHAMMAD, SERVITORE

NELL’OSTELLO DEI VIAGGIATORI

Questo giovane di Dio proveniva da Isfáhán e sin dai primi

anni fu noto ai grandi teologi della città per la sua mente

eccellente. Era di nobili origini, la sua famiglia era conosciuta

e rispettata ed egli era uno studioso raffinato. Aveva imparato

filosofia e storia, scienze e arti, ma era assetato del segreto

align=left>della realtà e anelava alla conoscenza di Dio. La sua sete febbrile

non fu placata dalle arti e dalle scienze, per quanto limpide

fossero le loro acque. Continuò a cercare, a cercare,

discutendo in dotti cenacoli finché alla fine scoprì il significato

del suo sogno bramoso e l'enigma, il segreto inviolabile, fu

dischiuso di fronte a lui. D'un tratto colse la fragranza di fiori

freschi dai giardini dello splendore di Dio e il suo cuore fu

illuminato da un raggio del Sole della Verità. Mentre prima

era come un pesce fuor d'acqua, ora era giunto alla fonte della

vita eterna; prima era una falena alla ricerca; ora aveva trovato

la fiamma della candela. Vero ricercatore della verità, fu all'istante

vivificato dalla suprema Lieta Novella; l'occhio del suo

cuore fu rischiarato dalla nuova alba della guida. Così accecante

era il fuoco del divino amore ch'egli distolse il viso dalla

align=left>vita, dalla pace, dai suoi doni e parti per la Più Grande

Prigione.

99

A Isfáhán aveva goduto ogni conforto e il mondo era

buono con lui. Ora il suo anelito per Bahá’u’lláh lo liberò da

ogni altro legame. Percorse lunghe miglia, patì duri stenti,

scambiò una reggia con una prigione e nella fortezza di 'Akká

aiutò i credenti e assistette e servì Bahá’u’lláh. Colui che era

stato servito, ora serviva gli altri; colui che era stato il

padrone, ora era il servo; colui che un tempo era stato un

capo, era ora prigioniero. Non aveva né riposo, né agio, di

giorno o di notte. Per i viaggiatori fu rifugio fidato; per i

residenti, compagno ineguagliabile. Servì al di sopra delle sue

forze, perché era pieno d'amore per gli amici. I viaggiatori gli

erano devoti e i residenti grati. E poiché era continuamente

occupato, stava sempre zitto.

Poi ci sopraggiunse la Suprema Afflizione e l'assenza di

Bahá’u’lláh fu insopportabile. Mirzá Muhammad non riusciva

a star tranquillo, né giorno né notte. Si consumava, come una

candela che brucia; la dolorosa angoscia gli infiammò il fegato

e il cuore e il suo corpo non resistette più. Pianse e supplicò

giorno e notte, anelando di spiccare il volo verso quel paese

inesplorato. "Signore, liberami, liberami da questa assenza

gridava "fammi bere la coppa del ricongiungimento, trovami

un alloggio al riparo della Tua misericordia, Signore dei

Signori!".

Alla fine lasciò questa manciata di polvere, la terra, e volò

nel mondo che non ha fine. Lo benefichi quella coppa traboccante

grazia di Dio, mangi con gusto salutare quel cibo

che dà vita al cuore e all'anima. Iddio lo conduca alla

conclusione di quel felice viaggio e gli conceda una parte

abbondante dei doni che saranno allora elargiti.64

64 Per alcune di queste frasi in arabo vedi Corano III, 170; IV, 11, 176;

V, 15, 16; XI, 98, 99; XXVIII, 80; XLI, 35.

100

MÍRZÁ MUHAMMAD-I-VAKÍL

Uno dei prigionieri che furono mandati da Baghdád a

Mosul fu Mírzá Muhammad-i-Vakíl. Quest'anima retta era tra

coloro che divennero credenti a Baghdád. Fu là che bevve

dalla coppa della rassegnazione al volere di Dio e cercò riposo

all'ombra dell'Albero celestiale. Era uomo di nobili sentimenti

e degno di fiducia. Era anche capacissimo ed energico

amministratore di importanti affari, famoso in 'Iráq per i suoi

saggi consigli. Divenuto credente, fu insignito del titolo di

align=left>Vakíl, fiduciario. Accadde in questo modo.

C'era a Baghdád un notabile di nome Hájí Mírzá Hádí,

gioielliere. Questi aveva un illustre figlio, Áqá Mírzá Músá,

che aveva ricevuto da Bahá’u’lláh il titolo di "Lettera

dell’Eternità". Questo figlio era divenuto un saldo credente.

Quanto al padre, lo Hájí, era un nobile individuo noto per la

prodiga liberalità non solo in Persia e in 'Iráq ma perfino in

India. Per incominciare era stato visir in Persia; ma quando

vide come il defunto Fath-’Alí Sháh adocchiava le ricchezze

terrene, specialmente quelle dei visir persiani, e come cercava

di agguantare tutto quello che essi avevano accumulato e

come, non contento di confiscare le loro costose vanità e cianfrusaglie,

li puniva e li torturava a destra e a manca, chiamando

tutto questo penalità legale - lo Hájí temette di essere

anche lui scagliato nell'abisso. Abbandonò l'ufficio di visir e

101

la sua residenza e fuggì a Baghdád. Fath-’Alí chiese che il

Governatore di Baghdád, Dávúd Páshá lo rimandasse indietro,

ma il Páshá era uomo coraggioso e lo Hájí era molto conosciuto

per le sue capacità intellettuali. Di conseguenza il

Páshá lo rispettava e lo aiutò e lo Hájí si mise in affari come

gioielliere. Viveva nel lusso e nello sfarzo, come un gran

principe. Era uno dei più ragguardevoli uomini del tempo,

perché nel suo palazzo conduceva una vita di gratificazione e

opulenza, ma abbandonati lusso, stile e seguito, si occupò di

affari e realizzò grandi profitti.

La porta della sua casa era sempre aperta. Turchi e

Persiani, vicini, stranieri di luoghi lontani, tutti erano suoi

ospiti onorati. Molti grandi di Persia, quando si recavano in

pellegrinaggio alle Sante Tombe, si fermavano nella sua casa,

dove trovavano un banchetto imbandito e ogni lusso pronto a

disposizione. In verità, lo Hájí era più illustre del Gran Visir

di Persia; eclissava tutti i visir per magnificenza e col passare

dei giorni dispensava ancor maggiori munificenze a tutti

coloro che andavano e venivano. Era l'orgoglio dei Persiani in

tutto l'Iráq, la gloria dei suoi concittadini. Anche ai visir e ai

ministri turchi e ai grandi di Baghdád elargiva doni e favori, e

per intelligenza e percettività non aveva eguali.

Verso la fine dei suoi giorni, per l’età avanzata, il suo giro

di affari declinò. Eppure non apportò cambiamenti al suo stile

di vita. Continuò a vivere con eleganza esattamente come

prima. I prominenti prendevano da lui grossi prestiti e non lo

rifondevano mai. Una di loro, la madre di Áqá Khán

Mahallátí, prese a prestito da lui centomila túmán65 e non

restituì un solo centesimo, perché morì subito dopo. Un altro

debitore fu l'Íl-Khán, 'Alí-Qulí Khán; un altro Sayfu'd-

Dawlih, figlio di Fath-’Alí Sháh; un altro, Valíyyih, figlia di

Fath-’Alí Sháh sono solo pochi esempi fra molti, fra gli amír

65 Il periodo di Baghdad della storia bahá’í va dall’8 aprile 1853 al

3 maggio 1863. Secondo varie stime a quell’epoca il túmán valeva fra

1,08 e 1,60 dollari

102

turchi e i grandi persiani e iracheni. Tutti questi debiti

rimasero insoluti e irrecuperabili. Nondimeno, quell'uomo

eminente e principesco continuò a vivere esattamente come

prima.

Verso la fine della vita concepì un notevole amore per

Bahá’u’lláh e entrava alla Sua presenza con grande umiltà.

Ricordo che un giorno disse alla Bellezza Benedetta che nell'anno

1250 e poco più Mírzá Mawkab, il famoso astrologo,

visitò i Santuari. "Un giorno mi disse" proseguì lo Hájí:

"'Mirzá, vedo una strana, unica, congiunzione di stelle. Non si

è mai verificata prima. Dimostra che sta per accadere un evento

importantissimo e sono certo che quest'evento non può

essere altro che l'Avvento del Qá'im promesso

Tale era la situazione di quell'illustre principe quando trapassò,

lasciando eredi un figlio e due figlie. Pensando che egli

fosse ricco come sempre, la gente credeva che i suoi successori

avrebbero ereditato milioni, perché tutti conoscevano il suo

stile di vita. Il rappresentante diplomatico persiano, i mujtahid

dell'ultima ora e l'infido giudice arrotarono i denti.

Suscitarono una lite fra gli eredi, sì che nella confusione che

ne sarebbe seguita essi avrebbero potuto fare sostanziosi guadagni.

Con questo proposito fecero tutto il possibile per rovinare

gli eredi, con l'intenzione di spogliarli completamente,

mentre il diplomatico persiano, i mujtahid e il giudice avrebbero

accumulato le spoglie.

Mírzá Músá era un saldo credente; ma le sue sorelle erano

di madre diversa e non sapevano nulla della Causa. Un giorno

le due sorelle vennero nella casa di Bahá’u’lláh accompagnate

dal genero del defunto Mírzá Siyyid Ridá. Esse entrarono

negli appartamenti della famiglia, mentre il genero si

accomodò nelle sale di ricevimento. Allora le due ragazze

dissero a Bahá'u'lláh: "L'inviato persiano, il giudice e gli infidi

mujtahid ci hanno distrutti. Verso la fine della sua vita, il

defunto Hájí non si fidava di nessuno fuorché di Voi. Siamo

stati negligenti e avremmo dovuto cercare prima la Vostra

protezione; comunque veniamo ora a implorare il Vostro

103

perdono e il Vostro aiuto. La nostra speranza è che Voi non ci

mandiate via disperate e che, col Vostro favore e sostegno,

saremo salve. DegnateVi dunque di esaminare quest'affare e

di dimenticare i nostri errori passati".

Di rimando, la Bellezza Benedetta dichiarò con fermezza

che detestava intervenire in affari di questo genere. Ma esse

continuarono a insistere. Rimasero per un'intera settimana

negli appartamenti della famiglia, reclamando ogni mattina e

ogni sera benevolenza e grazia. "Non solleveremo il capo da

align=left>questa Soglia" dicevano "cercheremo asilo qui in questa casa;

rimarremo qui, presso la porta di Colui Che custodisce gli

angeli, finché non Si degnerà di esaminare i nostri interessi e

di salvarci dai nostri oppressori".

Ogni giorno Bahá’u’lláh le consigliava dicendo: "Questioni

di questo genere sono nelle mani dei mujtahid e delle autorità

governative. Non ci immischiamo in questi affari". Ma esse

continuavano a importunare, a insistere, a supplicare, a implorare

aiuto. La casa di Bahá’u’lláh era sfornita di beni terreni e

queste signore, abituate al meglio di ogni cosa, non si accontentavano

di pane e acqua. Si doveva così procurare loro il

cibo a credito. In breve c'erano problemi da tutte le parti.

Finalmente un giorno Bahá’u’lláh mi convocò alla Sua presenza.

"Queste stimate signore" disse "con tutte le loro esigenze,

Ci hanno procurato notevoli inconvenienti. Non c'è nulla

da fare, dovrai occuparti del caso. Ma devi risolvere tutta questa

complicata faccenda in un giorno solo".

La mattina successiva mi recai nella casa del defunto Hájí

accompagnato da Áqáy-i-Kalím. Chiamammo i periti ed essi

raccolsero tutti i gioielli in un appartamento del piano superiore;

i registri e i libri contabili che avevano a che fare con le

proprietà furono sistemati in una seconda stanza; i mobili

costosi e gli oggetti d'arte della casa in una terza. Un gruppo

di gioiellieri si mise poi al lavoro e valutò le gemme. Altri

esperti stimarono la casa, i negozi, i giardini, i bagni. Appena

si misero al lavoro, uscii e misi qualcuno in ogni stanza

così che i periti potessero portare debitamente a termine il

104

loro compito. A quel punto era già quasi mezzogiorno.

Facemmo allora colazione, dopo di che fu dato ordine ai periti

di dividere ogni cosa in due parti uguali, così che si potesse

tirare a sorte; una parte sarebbe andata alle figlie e l'altra al

figlio, Mírzá Músá.66 Poi andai a letto, perché ero indisposto.

Nel pomeriggio mi alzai, presi un tè e mi recai negli

appartamenti della famiglia nella magione. Qui vidi che i beni

erano stati divisi in tre parti. Dissi: "Le mie istruzioni erano di

dividere tutto in due parti. Com'è che ce ne sono tre?". Gli

eredi e gli altri parenti risposero all'unisono: "Certamente se

ne deve mettere da parte una terza. Ecco perché abbiamo

diviso tutto in tre. Una parte è per Mirzá Músá, una per le due

figlie e la terza la mettiamo a Vostra disposizione; è la parte

del defunto e dovete spenderla come ritenete opportuno”.

Molto contrariato, dicemmo loro: "La cosa è fuori questione.

Non dovete chiederlo, perché non è possibile accettare.

Abbiamo dato a Bahá’u’lláh la parola che non sarebbe stato

accettato nemmeno un centesimo". Ma anche loro giurarono

che si doveva fare come volevano loro, che non avrebbero

accettato nient'altro. Questo servo rispose: "Per il momento

lasciamo stare. V'è fra voi qualche disaccordo?". "Si" disse

Mírzá Músá, "che cos'è successo del denaro che è stato lasciato?".

Interrogato sull'ammontare, egli rispose: "Trecentomila

túmán". Le figlie dissero: "Ci sono due possibilità: o questo

denaro è in casa, in uno scrigno o sepolto da qualche parte,

oppure è in altre mani. Cederemo la casa e tutto il contenuto a

Mírzá Músá. La lasceremo con il solo velo addosso. Se si

align=left>trova qualcosa, ora, liberamente gliela concediamo. Se il

denaro si trova altrove, è stato indubbiamente affidato alle

cure di qualcuno; e quella persona, ben consapevole di venir

meno alla fiducia, non si farà avanti, non agirà onorevolmente

verso di noi, e non la restituirà, al contrario, se la prenderà

tutta. Mírzá Músá deve dare una prova soddisfacente di quello

66 Così va diviso l’asse ereditario secondo la legge islamica.

Cfr. Corano IV, 11.

105

che dice; da sola la sua parola non è una prova". Mírzá Músá

rispose: "Tutta la proprietà era in mano loro; non sapevo

niente di quello che accadeva, non ne avevo la minima idea.

Facevano tutto quello che volevano”.

In breve, Mírzá Músá non aveva prove evidenti di quello

che affermava. Poteva solo chiedere: "È possibile che il

defunto Hájí non avesse liquidi?". Poiché l'affermazione non

aveva conferme, pensai che sostenerla oltre avrebbe sollevato

uno scandalo senza produrre nulla di utile. Di conseguenza

ordinai loro: "Fate il sorteggio". Quanto alla terza parte, la

feci sistemare in un appartamento separato, la feci chiudere e

feci sigillare la porta. Portai la chiave a Bahá’u’lláh. "Il

compito è eseguito" dissi." È stato svolto solo grazie alle

Vostre confermazioni. Altrimenti non avrebbe potuto essere

portato a termine in un anno. Ma è sorta una difficoltà".

align=left>Riferii dettagliatamente l'affermazione di Mírzá Músá e

l'assenza di ogni prova. Poi dissi: "Mírzá Músá è fortemente

indebitato. Se spendesse tutto quello che ha, ancora non

sarebbe in grado di pagare tutti i creditori. È meglio, pertanto,

che Voi accettiate la richiesta degli eredi, poiché insistono

nell'offerta, e diate la parte a Mírzá Músá. Così almeno

riuscirebbe a liberarsi dei debiti e gli resterebbe ancora

qualcosa".

Il giorno successivo si presentarono gli eredi e implorarono

la Bellezza Benedetta di farmi accettare la terza parte. "È fuori

questione" disse loro. Essi allora Lo implorarono e Lo supplicarono

di accettare Lui quella parte e di spenderla per scopi

caritatevoli di Sua scelta. Rispose: "C'è solo uno scopo per cui

potrei spendere quella somma". Dissero: "Non ci riguarda,

anche se volete gettarla in mare. Non lasceremo andare l'orlo

della Vostra veste e non cesseremo di insistere finché non

avrete accettato la nostra richiesta". Allora Egli disse: "Ho

accettato ora questa terza parte; e l'ho data a Mírzá Músá,

vostro fratello, ma a condizione che, da ora in poi, non parli

più di pretese contro di voi". Gli eredi si profusero in

ringraziamenti. E così questa onerosa e difficile controversia

106

fu sistemata in un solo giorno. Non lasciò strascichi di

lagnanze, trambusti, ulteriori liti.

Mírzá Músá fece del suo meglio per farmi prendere alcuni

gioielli, ma io rifiutai. Infine mi chiese di accettare un unico

anello. Era un anello prezioso, con incastonato un costoso

rubino color melograno, una sfera senza difetti e unica. Tutto

attorno alla pietra centrale, era impreziosito da diamanti.

Rifiutai, sebbene non avessi addosso un ‘abá, e non avessi

nulla da indossare tranne una tunica di cotone che sembrava

antica come il mondo, e non avessi un centesimo. Come

diceva Háfiz:

“La borsa vuota, ma nella manica una provvista”.

Grato della grazia ricevuta, Mírzá Músá offri a Bahá’u’lláh

tutto quello che possedeva: frutteti, terre, possedimenti, ma fu

rifiutato. Allora incaricò gli ‘ulamá iracheni di intercedere per

lui. Essi andarono da Bahá’u’lláh in massa e Lo implorarono

di accettare i doni offerti. Egli rifiutò categoricamente. Gli

dissero rispettosamente: "Se non accettate, in breve tempo

Mírzá Músá getterà tutto al vento. Per il suo stesso bene, non

deve avere accesso a questa ricchezza".

Allora Mírzá Músá scrisse di suo pugno gli atti di donazione,

compilati secondo ciascuno dei cinque credi, in arabo e in

persiano; ne fece due copie e prese a testimoni gli ‘ulamá. Li

presentò a Bahá’u’lláh tramite certi ‘ulamá di Baghdád, fra i

quali il famoso sapiente 'Abdu's-Salám Effendi e l'erudito e

noto Siyyid Dávúd Effendi. La Bellezza Benedetta disse loro:

"Nominiamo Nostro fiduciario Mírzá Músá".

Dopo la partenza di Bahá’u’lláh per la Rumelia, Mírzá

Músá acquistò dal governo con una nota promissoria le decime

di Hindíyyih, un distretto nei pressi di Karbilá, e subì una

grave perdita, quasi centomila túmán. Il Governo confiscò le

sue proprietà e le vendette per un'inezia. Quando Gli fu riferito

il fatto, Bahá’u’lláh disse: "Non parlatene mai più. Non

dite più parola di queste proprietà". Nel frattempo ebbe luogo

l'esilio da Adrianopoli ad 'Akká. Mírzá Muhammad andò

dalle autorità del Governo e disse: "Sono il fiduciario (vakíl)

107

di Bahá’u’lláh. Queste proprietà non appartengono a Mírzá

Músá. Come mai le avete prese?". Ma non aveva documenti

di appoggio, perché i titoli della proprietà erano ad 'Akká e

perciò il Governo respinse la sua richiesta. Ma durante il

processo egli divenne noto a tutti come Mírzá Muhammad, il

Fiduciario. Ecco come ricevette il titolo.

Mentre ci trovavamo ad Adrianopoli, Mírzá Músá mandò

l'anello di rubini, tramite Siyyid 'Alí-Akbar, e la Bellezza

Benedetta ci disse di accettarlo. Quando arrivammo ad 'Akká i

credenti si ammalarono e giacevano a letto sofferenti. Mandai

l'anello in India, a uno degli amici, chiedendogli di venderlo il

più rapidamente possibile e di inoltrarci il ricavato ad 'Akká

che lo avremmo speso per gli ammalati. Quel benedetto

individuo non ci mandò mai un centesimo. Due anni dopo ci

scrisse per dire che aveva venduto l'anello per venticinque

sterline e che aveva speso la somma per i pellegrini. Questo,

mentre l'anello era di un valore tanto grande. Non me ne dolsi.

Ma lodai Iddio, ringraziandoLo che di tutta quella ricchezza

nemmeno un granello di polvere si era posato sul mio manto.

Mírzá Muhammad fu preso prigioniero e mandato da

Baghdad a Mosul, dove cadde preda di spaventose malattie.

Era stato ricco; ora, sulla via di Dio, era povero. Aveva

goduto di agi e comodità; ora, per amor di Dio, sopportava

dolore e fatica. Visse per un certo tempo a Mosul, supplice,

rassegnato e umile. E poi, distaccato da ogni cosa fuorché

Dio, irresistibilmente attratto dagli zefiri gentili del Signore,

assurse da questo mondo oscuro alla terra della luce. A lui

saluti e lode. Iddio versi su di lui le acque del perdono e apra

davanti alla sua tomba le porte del Cielo.

108

HÁJÍ MUHAMMAD-RIDÁY-I-SHÍRÁZÍ

Hájí Muhammad-Ridá proveniva da Shíráz. Era uomo

dalla mente spirituale, umile, contrito, personificazione di

serenità e fede. Quando fu elevato l'appello di Dio, quell'anima

bisognosa si affrettò nell'asilo della grazia celeste. Appena

udì l'invito: "Non son io il vostro Signore?" esclamò: "Sì, lo

sei!"67 e divenne come lampada sul cammino della gente.

Per lungo tempo servì l'Afnán, Hájí Mírzá Muhammad-

’Alí, e fu suo leale e intimo compagno, fidato in tutto. In

seguito, dopo un viaggio in paesi lontani, andò in Terra Santa

e lì in perfetta sottomissione e umiltà chinò il capo davanti

alla Sacra Soglia ed ebbe l'onore di entrare alla presenza di

align=left>Bahá’u’lláh, dove bevve infinite munificenze da mani a

coppa. Per un po’ di tempo rimase colà, servendo Bahá’u’lláh

quasi tutti i giorni, circondato da santo favore e grazia.

Quanto al carattere era straordinario e viveva secondo i

comandamenti di Dio: tranquillo e longanime, nel suo

abbandono al volere di Dio era abnegazione personificata.

Non aveva mire personali, né sentimenti di attaccamento a

questo mondo fuggevole. Il suo solo desiderio era di

compiacere il suo Signore, la sua unica speranza camminare

sul santo sentiero.

67 Corano VII, 172.

109

Proseguì poi per Beirut, servendo in quella città l'onorato

Afnán. Trascorse un lungo periodo di tempo in questo modo,

ritornando più e più volte per entrare alla presenza di

Bahá’u’lláh e guardare quella Somma Bellezza. In seguito a

Sidone cadde ammalato. Incapace di affrontare il viaggio per

'Akká, in perfetta acquiescenza e appagamento ascese al

Regno di Abhá e fu immerso nell'oceano di luci. La Penna

Suprema elargì infinita munificenza sulla sua memoria. In

verità fu uno dei leali, degli incrollabili, una solida colonna di

servizio a Bahá’u’lláh. Più volte udimmo questa lode dalle

labbra della Bellezza Benedetta.

A lui saluti e lode e la gloria del Gloriosissimo. A lui la

compassione e la massima misericordia dal Signore dei

Sommi Cieli. La sua fulgida tomba è a Sidone, vicino al luogo

chiamato Stazione di Giovanni il Santo.

HUSAYN EFFENDI TABRÍZÍ

Questo giovane proveniva da Tabríz ed era pieno d'amor di

Dio come traboccante coppa, colma di vino vermiglio. Nel

fiore della gioventù lasciò la Persia e si recò in Grecia, dove

visse facendo il mercante. Finché giunse il giorno in cui, guidato

dalla munificenza divina, dalla Grecia andò a Smirne e lì

gli fu data la lieta novella di una nuova Manifestazione sulla

terra. Gridò forte, divenne frenetico, fu inebriato dalla musica

del nuovo messaggio. Fuggì dai suoi debiti e crediti, partì per

110

incontrare il Signore del suo cuore ed entrò alla presenza di

Bahá’u’lláh. Per un po' di tempo, fido attendente e compagno,

servi la Bellezza Benedetta. Gli fu poi detto di cercarsi casa

nella città di Haifa.

Qui servì fedelmente i credenti e la sua casa era una stazione

di passaggio per i viaggiatori bahá’í. Aveva indole

eccellente, carattere meraviglioso e alte aspirazioni spirituali.

Era amichevole con amici e stranieri, gentile con le genti di

tutte le nazioni e augurava loro ogni bene.

Quando la Più Grande Luce ascese alle Schiere superne,

Husayn Effendi Gli restò fedele, incrollabile e fermo; e continuò

a essere intimo amico degli amici come prima. Così visse

a lungo e si senti più ricco dei sovrani della terra. Divenne

genero di Mírzá Muhammad-Qulí, fratello della Bellezza

Benedetta, e fu per qualche tempo pacifico e sereno. Evitò

accuratamente ogni occasione d'essere indotto in errore, perché

temeva che la tempesta delle afflizioni si scatenasse furiosa,

montasse sempre più in alto e travolgesse molte anime nell'insondabile

abisso.68 Sospirava e si doleva, perché aveva

sempre questo timore. Alla fine non poté più sopportare il

mondo e con le sue stesse mani si strappò la veste della vita.

Lode a lui, e saluti, e la misericordia di Dio, e

l'accettazione divina. Iddio lo perdoni e lo accolga nell'eccelso

Paradiso, il Paradiso che torreggia su tutto. La sua profumata

tomba si trova a Haifa.

68 Quanto alle tribolazioni successive al trapasso di Bahá’u’lláh vedi

Dio passa nel mondo, capitolo XV.

111

JAMSHÍD-I-GURJÍ

Un altro ancora degli emigranti e dei residenti fu il

valoroso Jamshíd-i-Gurjí, che proveniva dalla Georgia, ma

crebbe nella città di Káshán. Era un giovane fine, fedele, fidato,

con un alto senso dell'onore. Quando udì di una nuova

albeggiante Fede e si risvegliò alla novella che sugli orizzonti

di Persia era sorto il Sole della Verità, fu preso da santa estasi

e bramò e amò. Il nuovo fuoco arse i veli d'incertezza e dubbio

che l'avevano avviluppato; la luce della Verità effuse i

suoi raggi, la lampada della guida arse dinanzi a lui.

Rimase in Persia per un po' di tempo, poi partì per la

Rumelia, che era territorio ottomano, e nella Terra del

Mistero, Adrianopoli, ebbe l'onore di accedere alla presenza

di Bahá’u’lláh; fu là che il suo incontro ebbe luogo. La sua

gioia e il suo fervore erano sconfinati. In seguito, per ordine di

Bahá’u’lláh, si recò a Costantinopoli, con Áqá Muhammad-

Báqir e Áqá 'Abdu’l-Ghaffár. In quella città i tiranni lo imprigionarono

e lo misero in catene.

L'ambasciatore persiano accusò Jamshíd e Ustád

Muhammad-'Alíy-i-Dallák di essere capi nemici e

combattenti. Descrisse Jamshíd come un moderno Rustam69

mentre Muhammad-’Alí, secondo lui, era un leone rabbioso.

Questi due uomini rispettati furono prima imprigionati e

incarcerati, poi, sotto scorta fino al confine persiano, espulsi

size=1>

69 L’Ercole persiano.

112

dal territorio turco. Dovevano essere consegnati al Governo

Persiano e crocefissi e la scorta fu minacciata di terribili

punizioni se avesse rallentato la sorveglianza lasciandosi

sfuggire i prigionieri. Per questa ragione, ad ogni tappa le

vittime furono tenute in luoghi quasi inaccessibili. Una volta

furono gettati in una fossa, una sorta di pozzo, e patirono

tormenti per tutta la notte. La mattina dopo Jamshíd gridò:

'Voi che ci opprimete! Siamo il profeta Giuseppe, che ci avete

gettato in un pozzo? Ricordate come dal pozzo Egli Si sia

levato in alto come la luna piena? Anche noi percorriamo la

via di Dio, anche noi siamo quaggiù per amor Suo e sappiamo

che queste profondità sono le altezze del Signore".

Giunti al confine persiano, Jamshíd e Muhammad-’Alí

furono consegnati ai capi curdi che li inviassero a Tihrán. I

capi curdi si resero conto che i prigionieri erano innocenti,

gentili e bendisposti, caduti nelle mani di nemici. Invece di

mandarli nella capitale, li lasciarono liberi. Pieni di gioia, i

due corsero via a piedi, ritornarono da Bahá’u’lláh e

trovarono casa vicino a Lui nella Più Grande Prigione.

Jamshíd trascorse un po' di tempo in perfetta beatitudine,

align=left>ricevendo la grazia e il favore di Bahá’u’lláh alla Cui presenza

fu più volte ammesso. Era tranquillo e in pace. I credenti

erano contenti di lui ed egli era contento di Dio. Fu in questa

condizione che porse ascolto al comando celeste: "E tu, o

anima tranquilla, ritorna al Tuo signore, piacente e piaciuta”.70

E al richiamo di Dio: "Ritorna!", rispose: "Sì, in verità!".

Dalla Più Grande Prigione assurse al sommo Cielo; si librò

verso un Regno puro e scintillante, lontano da questo mondo

di polvere. Lo soccorra Iddio nella schiera celestiale,71 lo porti

nel Paradiso degli Splendori e lo faccia vivere per sempre al

sicuro nei giardini divini.

Saluti a lui, e lode. La sua tomba, dolce come muschio, è

ad 'Akká.

size=1>

70 Corano LXXXIX, 27-8.

71 Corano IV, 69.

113

HÁJÍ JA’FAR-I-TABRÍZÍ E I SUOI FRATELLI

C’erano tre fratelli di Tabríz: Hájí Hasan, Hájí Ja'far e Hájí

Taqí. I tre erano come aquile in volo; erano tre stelle della

Fede, palpitanti di luce d'amor di Dio.

Hájí Hasan era del primo giorno; aveva creduto sin dai

primi albori del nuovo Astro. Era pieno di ardore, di mente

acuta. Dopo la conversione viaggiò dappertutto, per le città e i

villaggi di Persia e il suo respiro commuoveva i cuori delle

anime anelanti. Poi parti per l'Iráq e colà durante il primo

viaggio dell'Amato giunse alla Sua presenza. Vista quella

attraente Luce, fu trasportato nel Regno degli Splendori; era

incandescente, divenne schiavo di un bramoso amore. Ebbe

allora istruzioni di ritornare in Persia. Faceva l'ambulante, il

venditore di piccole terraglie e viaggiava di città in città.

In occasione del secondo viaggio di Bahá’u’lláh in 'Iráq,

Hájí Hasan desiderò rivederLo e là a Baghdád fu ancora una

volta abbagliato dalla Sua presenza. Tutte le volte che andava

in Persia e faceva ritorno, i suoi pensieri erano concentrati sull'insegnamento

e sulla promozione della Causa. I suoi affari

andarono a rotoli. I ladri gli rubarono la mercanzia e così,

come diceva, gli fu tolto il peso, fu liberato. Evitò ogni

legame del mondo. Era tenuto avvinto come da un magnete;

s'innamorò perdutamente, follemente del tenero Compagno, di

114

Colui Che è il Prediletto di entrambi i mondi. Conosciuto dappertutto

per l'estasi in cui era, provava strane sensazioni; talvolta

insegnava la Fede con perfetta eloquenza, adducendo

come prove molti sacri versetti e sante tradizioni, e portando a

sostegno valide a ragionevoli argomentazioni. Allora i suoi

ascoltatori commentavano la forza della sua mente, la sua saggezza

e il suo autocontrollo. Ma c'erano altri momenti in cui

l'amore d'improvviso lo infiammava, e non riusciva a star

fermo un istante. In quei momenti saltava, e danzava, o ancora

cantava ad alta voce il verso di un poeta, o una canzone. Alla

fine dei suoi giorni divenne amico intimo di Jináb-i-Muníb; i

due si scambiarono molte segrete confidenze e ciascuno portava

nel petto molte melodie.

In occasione dell'ultimo viaggio degli amici si recò in

Ádhirbáyján e là, gettando al vento la prudenza, ruggì il Più

Grande Nome "Yá Bahá’u’l-Abhá!". Gli infedeli fecero lega

con i suoi parenti e attirarono quell'innocente, in estasi, in un

giardino. Qui prima lo interrogarono e ne ascoltarono le

risposte. Egli parlò; spiegò le sacre verità della Fede e

addusse prove conclusive che l'Avvento si era verificato

davvero. Recitò versetti del Corano e tradizioni

tramandate dal profeta Muhammad e dai Santi Imám.

Dopo di che, in una frenesia d'amore e di rapito anelito,

incominciò a cantare. Cantò una melodia shahnáz; le

parole erano dei poeti, e dicevano che il Signore era

venuto. Ed essi l'uccisero; versarono il suo sangue.

Dilaniarono e straziarono le sue membra e ne nascosero il

corpo sottoterra.

Quanto a Hájí Muhammad-Ja'far, nobile di nascita, anche

lui, come il fratello, fu ammaliato dalla Bellezza Benedetta. In

'Iráq entrò alla presenza della Luce del Mondo, e anche lui

s'infiammò di divino amore e fu trasportato dai gentili zefiri di

Dio. Come il fratello, vendeva piccole mercanzie, sempre in

viaggio da un luogo all'altro. Quando Bahá’u’lláh lasciò

Baghdád per la capitale dell'islam, Hájí Ja'far si trovava in

Persia, e quando la Bellezza Benedetta e il Suo seguito si fer115

marono ad Adrianopoli, Ja’far e suo fratello, Hájí Taqí, vi

arrivarono dall'Ádhirbáyján. Trovarono un cantuccio pur che

fosse e vi si sistemarono. I nostri oppressori allora protesero

align=left>arroganti mani per mandare Bahá’u’lláh nella Più Grande

Prigione e proibirono ai credenti di accompagnare il vero

Amato, perché intendevano portare la Bellezza Benedetta in

questa prigione con solo pochi Suoi seguaci. Quando Hájí

Ja'far vide che l'avevano escluso dalla schiera degli esuli,

prese un rasoio e si tagliò la gola.72 La folla espresse dolore e

orrore e allora le autorità permisero a tutti i credenti di partire

con Bahá’u’lláh: questo per la benedizione che derivò dall'atto

d'amore di Ja'far.

La ferita fu ricucita, ma nessuno pensava che sarebbe guarito.

Gli dissero: "Per il momento, dovrai rimanere dove sei.

Se la gola ti guarisce, sarai mandato via, con tuo fratello.

Siine certo". Anche Bahá’u’lláh dispose che si facesse così.

Di conseguenza, lasciammo Ja'far in ospedale e proseguimmo

per la prigione di 'Akká. Due mesi dopo, egli e il fratello Hájí

Taqí arrivarono alla fortezza e si unirono agli altri prigionieri.

Lo Hájí felicemente trasferito divenne più amorevole, più

ardente ogni giorno che passava. Dal crepuscolo all'alba

vegliava, cantando preghiere, versando lacrime. Poi una notte

cadde dal tetto del caravanserraglio e ascese al Regno dei

miracoli e dei segni.

Hájí Taqí, nato sotto una buona stella, era in ogni senso un

vero fratello di Hájí Ja'far. Viveva nella stessa condizione

spirituale, ma era più tranquillo. Dopo la morte di Hájí Ja'far,

se ne stava tutto solo in un'unica stanza. Era silenzio

personificato. Stava seduto là tutto solo, composto e cortese,

anche durante la notte. Una notte salì sul tetto per cantare

preghiere. La mattina dopo lo trovarono dov'era caduto, per

terra accanto al muro. Era incosciente e non si sapeva se era

stato un incidente o se si era gettato giù. Quando rinvenne

72 Cfr. Dio passa nel mondo, p. 185.

116

disse: "Ero stanco di questa vita e ho cercato di morire. Non

voglio fermarmi neppure un attimo in questo mondo. Pregate

ch'io me ne possa andare".

Questa dunque è la storia della vita dei tre fratelli. Tutti e

tre erano anime tranquille; tutti e tre erano contenti del loro

Signore ed egli era contento di loro.73 Erano fiamme; prigionieri

della Fede; puri e santi. E perciò morirono, distaccati dal

mondo, volgendo il viso verso il Regno Supremo. Iddio li

avvolga nel manto della Sua grazia nel regno del perdono e li

immerga nelle acque della Sua misericordia per sempre. Saluti

a loro, e lode.

HÁJÍ MÍRZÁ MUHAMMAD-TAQÍ, L’AFNÁN

Fra le anime giuste, che sono entità luminose e riflessi divini,

vi era Jináb-i-Muhammad-Taqí, l'Afnán.74 Il suo titolo era

Vakílu'd-Dawlih. Questo eminente Virgulto era un germoglio

dell'Albero Santo; in lui un eccellente carattere si alleava con

un nobile lignaggio. La sua parentela era una parentela vera.

Era una di quelle anime che, dopo una sola lettura del Libro

dell'Íqán, divennero credenti, ammaliati dai dolci aromi di

Dio, felici di recitare i Suoi versetti. La sua agitazione fu tale

73 Corano LXXXIX,27-30.

74 Gli Afnán sono i familiari del Báb.

117

che gridò: "Signore, Signore, eccomi!". Gioiosamente lasciò

la Persia e accorse in 'Iráq. Pieno di bramoso amore, veloce

superò montagne e lande deserte, senza fermarsi a riposare

finché non giunse a Baghdad.

Entrò alla presenza di Bahá’u’lláh e fu accetto ai Suoi

occhi. Quale estasi santa, quale fervore, quale distacco dal

mondo! Era indescrivibile. Il suo volto benedetto era così

avvenente, così luminoso che gli amici in 'Iráq gli dettero un

nome: lo chiamarono "l'Afnán di tutte le delizie". Era

veramente un’anima benedetta, un uomo degno d'esser

riverito. Dall'inizio della vita fino all'ultimo respiro, non

trascurò mai il dovere. Quando i suoi giorni erano

incominciati, si era innamorato dei dolci aromi di Dio e

quando si conclusero, rese un supremo servizio alla Causa di

Dio. La sua vita fu giusta, il suo eloquio gradevole, degne le

sue azioni. Non mancò mai nel servizio, nella devozione e

affrontava grandi imprese con alacrità e gioia. La sua vita, il

suo comportamento, quello che faceva, quello che lasciava

incompiuto, i suoi rapporti con gli altri - era tutto un modo di

insegnare la Fede e serviva da esempio e monito agli altri.

Conseguito a Baghdád l'onore di incontrare Bahá’u’lláh,

fece ritorno in Persia, dove incominciò a insegnare la Fede

con discorsi eloquenti. Ecco come insegnava: con discorsi

eloquenti, penna pronta, buon carattere, parole piacevoli e

maniere e azioni rette. Perfino i nemici attestavano la sua

nobiltà di pensiero e le sue qualità spirituali, e dicevano: "Non

c'è nessuno che si possa paragonare a quest'uomo per parole e

atti, rettitudine, fidatezza e forte fede; è incomparabile in

tutto; peccato che sia bahá’í!". Cioè: "Peccato non sia come

noi, perversi, incuranti, peccatori, dediti alla sensualità creature

delle nostre passioni!". Benevolo Iddio! Vedevano coi

loro occhi che non appena aveva saputo della Fede si era

trasformato, si era distaccato dal mondo, aveva incominciato a

emanare raggi del Sole della Verità; eppure non si giovarono

del suo esempio.

118

Mentre si trovava a Yazd in apparenza si dedicava ad affari

di commercio, ma in sostanza insegnava la Fede. Suo unico

scopo era esaltare la Parola di Dio, suo unico desiderio diffondere

i dolci aromi divini, suo unico pensiero avvicinarsi sempre

più alle magioni del Signore. Sulle sue labbra non v'era

ricordo se non i versetti di Dio. Era una personificazione del

compiacimento di Bahá’u’lláh; un oriente della grazia del Più

Grande Nome. Moltissime volte Bahá’u’lláh espresse a coloro

che Gli erano intorno la Propria estrema soddisfazione

dell'Afnán; e di conseguenza tutti erano certi che in futuro egli

avrebbe intrapreso qualche importantissimo compito.

Dopo l'ascensione di Bahá’u’lláh, l'Afnán, leale e incrollabile

nel Patto, rese ancor più servigi di prima, malgrado i

molti ostacoli, uno schiacciante carico di lavoro, e un'infinita

varietà di cose che reclamavano la sua attenzione. Rinunciò al

benessere, agli affari, alle proprietà, ai beni, alle terre, accorse

ad 'Ishqábád e incominciò a costruire il Mashriqu'l-Adhkár,

servizio di enorme importanza, perché così egli fu il primo a

erigere una Casa di Culto bahá’í, il primo costruttore di una

Casa per unificare l'uomo. Con l'aiuto dei credenti di

'Ishqábád, riuscì a ottenere la palma della vittoria. Per lungo

tempo colà, non ebbe riposo. Giorno e notte, sollecitò i

credenti. Allora anche loro si sforzarono e fecero sacrifici al

di sopra e al di là delle loro forze; e l'edificio di Dio sorse, e

se ne sparse notizia in oriente e in occidente. Per costruirlo,

l'Afnán spese tutto quello che aveva, fuorché una somma

insignificante. Ecco come si fa un sacrificio. Ecco che cosa

significa essere fedeli.

Poi si recò in Terra Santa e qui vicino al luogo attorno al

quale ruotano gli angeli prescelti, al riparo del Mausoleo del

Báb, trascorse i suoi giorni, santo e puro, supplicando e invocando

il Signore. La lode di Dio era sempre sulle sue labbra e

cantava preghiere con la bocca e col cuore. Era meravigliosamente

spirituale, straordinariamente luminoso. È una di quelle

anime che, prima ancora che risuonasse il rullo di tamburo del

"Non son Io il vostro Signore?", rullò di rimando: "Sì, in

119

verità lo sei!".75 Fu nel periodo iracheno, negli anni fra i settanta

e gli ottanta dell'Egira, che per la prima volta s'infiammò

e amò la Luce del Mondo, mirò la gloria albeggiante in

Bahá’u’lláh e vide la realizzazione delle parole: "Sono Colui

Che vive nel Regno di Gloria di Abhá!".

L'Afnán fu uomo di non comune felicità. Ogni qual volta

ero rattristato, mi incontravo con lui e subito ritornava la

gioia. Sia lode a Dio, alla fine, vicino al Mausoleo del Báb,

assurse in luce al Reame di Abhá; ma la sua perdita addolorò

molto 'Abdu’l-Bahá.

La sua fulgida tomba è a Haifa, vicino all'Hazíratu'l-Quds,

presso la grotta di Elia. Vi deve essere costruito un sepolcro,

solido e ben fatto. Iddio riversi su di esso raggi dal Paradiso

degli Splendori, e lavi quelle sante ceneri con le piogge che

cadono dai recessi della Schiera Eccelsa. A lui la gloria del

align=left>Gloriosissimo.

‘ABDU’LLÁH-I-BAGHDÁDÍ

Quando 'Abdu’lláh Baghdádí era molto giovane, la gente

pensava di lui che era un libertino, dedito unicamente ai piaceri.

Era considerato da tutti un gaudente dai desideri disordinati,

align=left>sommerso dal fango delle passioni terrene. Ma nel

momento in cui divenne credente, fu trasportato dai dolci

aromi di Dio e tramutato in una nuova creazione. Si ritrovò in

75 Corano VII, 172.

120

uno strano rapimento, completamente trasformato. Era stato

del mondo, ora era del Cielo; era vissuto secondo la carne, ora

viveva secondo lo spirito; aveva camminato nelle tenebre, ora

camminava nella luce. Era stato schiavo dei sensi, ora era

servo di Dio. Era stato argilla e coccio prima, ora perla di gran

prezzo; un tempo pietra opaca e spenta, ora scintillante

rubino.

Anche fra i non credenti la gente era sbalordita da questo

cambiamento. Cosa poteva essere accaduto a quel giovane,

volevano sapere; cos'era mai successo che all'improvviso si

era distaccato dal mondo, diventando ardente e devoto? "Era

vizioso e depravato dicevano "e oggi è astemio e casto. Era

immerso nelle sue voglie, ma ora è un'anima pura e vive la

vita del giusto. Ha dimenticato il mondo. Ha interrotto i

festini, licenziato i gaudenti e riposto gli abiti di gala. La sua

mente è tutta presa dall'amore".

In breve egli rinunziò ai piaceri e alle ricchezze e s'incamminò

verso 'Akká. Il suo volto era divenuto così radioso, così

luminosa la sua natura, ch'era una gioia guardarlo. Io gli dicevo:

"Áqá 'Abdu’lláh, come state?", ed egli rispondeva così:

"Ero al buio, ora, per grazia della Bellezza Benedetta, sono

alla luce. Ero una manciata di polvere; Egli mi ha trasformato

in un fertile campo. Ero in continuo tormento; ora sono in

pace. Ero innamorato delle mie catene; Egli le ha infrante. Ero

avido di questo e di quello; ora mi aggrappo al Signore. Ero

un uccello in gabbia; Egli mi ha liberato. Oggi vivo nel

deserto e la nuda terra mi serve da letto e da guanciale, ma mi

pare seta. Ai vecchi tempi avevo copriletto di raso e l'anima

mia era alla ruota. Ora sono senza tetto, e felice”.

Ma quando vide come Bahá’u’lláh era ingiustamente perseguitato,

con quanta pazienza sopportava, il suo cuore ardente

si spezzò. 'Abdu’lláh desiderò morire per Lui. Fu così che

offrì la vita per il suo tenero Compagno e, lasciato questo

mondo oscuro, si affrettò verso il paese della luce. La sua

tomba luminosa si trova ad 'Akká. A lui la Gloria del

Gloriosissimo; a lui misericordia dalla grazia del Signore.

121

align=left>MUHAMMAD-MUSTAFÁ BAGHDÁDÍ

Muhammad-Mustafá era luce fiammeggiante. Era figlio del

famoso sapiente Shaykh Muhammad-i-Shibl visse in 'Iráq e

dalla prima giovinezza fu chiaramente unico e incomparabile;

saggio, coraggioso, meritevole sotto ogni aspetto, conosciuto

align=left>dappertutto. Sin dall'infanzia, guidato dal padre, aveva acceso

la luce della fede nel sacello del suo cuore. Si era liberato

dagli ingombranti veli dell'illusione, aveva guardato con occhi

percettivi, visto i grandi nuovi segni di Dio e, incurante delle

conseguenze, aveva gridato forte: "E scintillerà allora la terra

della luce del Signore".76

Benevolo Iddio! L'opposizione era forte, ovvia la

punizione, tutti gli amici erano atterriti e, tenendosi in

disparte, nascondevano la propria fede; in un simile momento

align=left>questo intrepido individuo fece coraggiosamente i suoi affari

e affrontò da uomo ogni tiranno. L'unico che, nell'anno

settanta, fosse noto in 'Iráq per il suo amore verso Bahá’u’lláh

fu questa persona onorata. Altri, a Baghdád e dintorni, si

erano allora furtivamente rifugiati in cantucci e angolini e,

imprigionati nel letargo, vi erano rimasti. Ma questo

ammirevole Muhammad-Mustafá andava e veniva arditamente,

orgogliosamente, da uomo e i nemici avevano paura di

attaccarlo a causa della sua forza fisica e del suo coraggio.

76 Corano XXXIX, 69.

122

Ritornato Bahá’u’lláh dal viaggio in Kurdistán, la forza e il

portamento virile di quel coraggioso si rafforzarono ulteriormente.

Ogni qual volta ne aveva il permesso, serviva

Bahá’u’lláh e dalle Sue labbra udiva espressioni di favore e

benevolenza. Di tutti gli amici in 'Iráq, egli era il primo, e

dopo la grande separazione, quando il convoglio dell'Amato

partì alla volta di Costantinopoli, rimase leale e incrollabile e

resistette al nemico. Si preparò al servizio e insegnò la Fede

apertamente, pubblicamente, osservato da tutti.

Non appena fu noto dappertutto che Bahá’u’lláh aveva

dichiarato di essere "Colui Che Dio manifesterà”,77

Muhammad-Mustafá, che era fra quelle anime che erano divenute

credenti prima di questa Dichiarazione e prima che fosse

lanciato l'appello, esclamò: "In verità, noi crediamo!". Perché,

anche prima di questa Dichiarazione, la luce stessa aveva

penetrato i veli che avevano escluso i popoli del mondo, si

che ogni occhio veggente mirò lo splendore e ogni anima

languente poté guardare il Benamato.

Allora Muhammad-Mustafá si levò a servire la Causa con

tutta la sua forza. Non riposò né giorno né notte. Dopo che

l'Antica Bellezza fu partita per la Più Grande Prigione, e che

gli amici erano stati fatti prigionieri a Baghdád e mandati a

Mosul, dopo l’ostilità di eminenti nemici e l'opposizione della

popolazione di Baghdád, egli non vacillò, ma continuò a mantenere

la propria posizione. Così trascorse lungo tempo. Ma

col suo desiderio di Bahá’u’lláh, aveva un tale tumulto nel

cuore che partì da solo alla volta della Più Grande Prigione.

Vi giunse durante il periodo delle estreme restrizioni ed ebbe

l'onore di accedere alla presenza di Bahá’u’lláh.

Chiese allora il permesso di trovare alloggio da qualche

parte nelle vicinanze di 'Akká e gli fu concesso d'abitare a

Beirut. Vi si recò e servi fedelmente la Causa, assistendo tutti

i pellegrini quando arrivavano e ripartivano. Era un eccellente

77 Il Promesso del Báb.

123

servitore, un ospite generoso e gentile e si sacrificò per provvedere

ai loro affari quando passavano. Per tutto questo fu

conosciuto dappertutto.

Tramontato il Sole della Verità e ascesa la Luce

dell'Accolta superna, Muhammad-Mustafá rimase fedele al

Patto. Restò incrollabile contro i vacillanti, tanto che essi non

osarono trarre un respiro. Era come meteora, dardo scagliato

contro i demoni;78 contro i violatori, vindice spada. Nessuno

dei violatori si azzardava a passare per la strada dove egli

viveva e se per caso lo incontravano erano come quelli

descritti dal Corano "sordi muti ciechi, non recedono

dall'errore".79 Era la personificazione di "Biasimo di

biasimatore non lo distoglierà dalla via di Dio e non lo

scuoterà terribile possanza di oltraggiatori".

Vivendo come prima, servì i credenti con mente libera e

intenzioni pure. Assisté generosamente coloro che si recavano

in Terra Santa, coloro che erano venuti per circumambulare

quel luogo cui le Schiere superne fanno cerchio. In seguito si

trasferì da Beirut a Iskandarún e lì trascorse un periodo di

tempo, finché, come attratto da un magnete verso il Signore,

distaccato da tutto fuorché Lui, rallegrandosi della Sua lieta

novella, afferrata la corda che nessuno può recidere, sulle ali

dello spirito ascese al suo Eccelso Compagno.

Lo innalzi Iddio al sommo Cielo, al sodalizio della gloria.80

Lo conduca Iddio nella terra delle luci, il misterioso regno,

l'assemblea degli splendori del possente, fortissimo Signore.

A lui la gloria del Gloriosissimo.

78 Simbolismo islamico: Satana è il “lapidato”. Servendosi di stelle cadenti

come pietre, gli angeli cacciano i demoni dal Paradiso.

Corano III, 36; XV, 18, 34; XXXVII, 7; LXVII, 5.

79 Corano II, 18.

80 Corano IV, 69.

124

SULAYMÁN KHÁN-I-TUNUKÁBÁNÍ

Sulaymán Khán era quell'emigrante, quel residente cui fu

dato il titolo di Jamáli'd-Dín. Era nato a Tunukábán, da una

vecchia famiglia del luogo. Fu allevato nella ricchezza,

abituato agli agi, educato nelle comode vie del lusso. Dalla

prima infanzia ebbe alte ambizioni e nobili mete, fu onore e

aspirazione personificati. Da principio si propose di superare

tutti i compagni e di conseguire un altissimo rango. Perciò

lasciò la città natale e si recò nella capitale, Tihrán, dove

sperava di diventare un capo, sopravanzando il resto della sua

generazione.

Ma a Tihrán s'imbatté nella fragranza di Dio e udì l'invito

del Benamato. Fu salvato dai turbamenti dell'alto rango, da

tutti gli strepiti, gli schiamazzi, le glorie, i fasti e i palazzi di

questo pugno di polvere che è il mondo. Si liberò dalle catene

e, per grazia di Dio, scoprì la pace. Per lui il seggio d'onore

ora non era diverso dal luogo presso la porta dove la gente si

toglie i sandali, e le alte cariche erano cosa ormai passata e

align=left>dimenticata. Fu purificato dalla macchia del vivere, ebbe

placato il cuore, perché aveva infranto le catene che lo

legavano a questa vita.

Indossato l'abito del pellegrino, partì per trovare l'amorevole

Amico e giunse nella Più Grande Prigione. Qui riposò

per un certo tempo sotto la protezione dell'Antica Bellezza;

qui conseguì l'onore di accedere alla presenza di Bahá’u’lláh e

125

di udire importantissimi insegnamenti dalle Sue sante labbra.

Dopo ch'ebbe respirato aria profumata e che i suoi occhi furono

illuminati e le sue orecchie intonate alle parole del Signore,

gli fu permesso di recarsi in India e ordinato di insegnare ai

sinceri ricercatori della verità.

Affidato il cuore a Dio, innamorato dei Suoi dolci aromi,

partì per l'India, infiammato d'amore di Dio. Là andò errando,

e in ogni città in cui giunse lanciò l'appello del Gran Regno e

trasmise la lieta novella che l'Interlocutore del Monte era

venuto. Divenne uno dei coloni di Dio e sparse il santo seme

degli Insegnamenti. La semina fu feconda. Per suo mezzo

molti entrarono nell'Arca della Salvazione. Su quelle anime fu

versata la luce della guida divina, i loro occhi furono

illuminati dalla visione dei possenti segni di Dio. Divenne il

centro focale di ogni adunanza, l'ospite d'onore. Fino ad oggi

in India si vedono chiaramente i risultati della sua fausta presenza

e ora coloro cui egli insegnò a loro volta guidano altri

alla Fede.

Dopo il suo viaggio indiano, Sulaymán Khán ritornò presso

Bahá’u’lláh; ma quando giunse, l'ascensione aveva già avuto

luogo. Pianse continuamente e il suo cuore fu turibolo di dolore.

Ma rimase fedele al Patto radicato nel Cielo.

Non molto tempo prima del Suo trapasso, Bahá’u’lláh

aveva detto: "Se qualcuno andrà in Persia e farà in modo di

trasmetterlo, dovrà essere consegnato all'Amínu's-Sultán81

questo messaggio: 'Hai preso provvedimenti per aiutare i prigionieri;

hai reso loro liberamente un degno servizio, che non

align=left>sarà dimenticato. Sii certo che ciò ti porterà onore e attirerà

una benedizione su tutte le tue cose. O Amínu's-Sultán! Ogni

casa costruita un giorno andrà in rovina, eccetto la casa di

Dio; questa diverrà più solida e sarà meglio protetta giorno

dopo giorno. Quindi servi la Corte di Dio con tutta la tua

potenza, sì che tu possa scoprire la strada verso una casa nel

Cielo e trovare un edificio che duri per sempre"'. Dopo la

81 Il primo ministro.

126

dipartita di Bahá’u’lláh, questo messaggio fu trasmesso

all'Amínu's-Sultán.

Nell'Ádhirbáyján il clero turco aveva abbattuto Áqá Siyyid

Asadu'lláh; gli avevano dato la caccia in Ardabíl e avevano

tramato per spargere il suo sangue; ma il Governatore, con

uno stratagemma, fece in modo di salvarlo dall'essere

fisicamente percosso e poi assassinato: mandò la vittima

incatenata a Tabríz e poi lo fece condurre a Tihrán.

L'Amínu's-Sultán venne in aiuto del prigioniero e dette asilo

ad Asadu'lláh nel suo ufficio. Un giorno mentre il Primo

Ministro era ammalato, Násiri'd-Dín-Sháh venne a fargli

visita. Il Ministro allora gli spiegò la situazione e fu a tal

punto prodigo di elogi per il prigioniero, che lo Sciá,

partendo, mostrò ad Asadu'lláh grande gentilezza e gli disse

parole di consolazione. Questo, quando in tempi precedenti lo

avrebbe fatto subito appendere a ornare qualche forca o

abbattere con un fucile.

Dopo qualche tempo l'Amínu's-Sultán perse il favore del

Sovrano. Odiato, in disgrazia, fu bandito nella città di Qum.

Allora questo servo mandò Sulayman Khán in Persia, a

portare una preghiera e una missiva che avevo scritto. La

preghiera invocava l'aiuto, la grazia e il soccorso di Dio sul

Ministro decaduto, affinché da quell'angolo di oblio potesse

ritornare in favore. Nella lettera si affermava chiaramente:

"Preparati a ritornare a Tihrán. Presto arriverà l'aiuto di Dio;

la luce della grazia rifulgerà ancora su di te; ti ritroverai

libero, di nuovo in piena autorità, e Primo Ministro. Questa è

la tua ricompensa per gli sforzi che hai compiuto a favore di

align=left>un uomo che era oppresso". La lettera e la preghiera sono ora

in possesso della famiglia dell'Amínu's-Sultán.

Da Tihrán, Sulaymán Khán si recò a Qum e secondo le sue

istruzioni andò a vivere in una cella nel santuario

dell'Immacolata.82 I familiari dell'Amínu's-Sultán andarono a

82 Qum è la città sacra a Fátimih, “l’Immacolata”. Sorella dell’ottavo

Imám, l’Imám Ridá, vi fu sepolta nell’816 A.D.

127

fargli visita; Sulaymán Khán chiese notizie del Ministro decaduto

ed espresse il desiderio d'incontrarlo. Quando lo seppe, il

Ministro lo mandò a chiamare. Riposta ogni fiducia in Dio,

Sulaymán Khán si recò subito a casa sua e, incontratolo in privato,

gli consegnò la lettera di 'Abdu’l-Bahá. Il Ministro si

alzò e la prese con estremo rispetto. Poi rivoltosi al Khán

disse: "Avevo perso ogni speranza. Se questo voto si realizza,

mi leverò a servire; salverò e difenderò gli amici di Dio". Poi

espresse gratitudine, riconoscenza e gioia e aggiunse: "Sia

lodato Iddio, ho ancora speranza; sento che col Suo aiuto il

mio sogno si realizzerà,'.

In breve, il Ministro promise di servire gli amici e

Sulaymán Khán si congedò. Il Ministro desiderava offrirgli

una somma di denaro per rimborsargli le spese di viaggio, ma

Sulaymán Khán rifiutò e, malgrado le sue insistenze, non

accettò nulla. Il Khán non era ancora giunto di ritorno in Terra

Santa che l'Amínu's-Sultán fu richiamato dall'esilio e

align=left>immediatamente nominato Capo di Gabinetto. Egli assunse

l'alto ufficio e operò con piena autorità; dapprima aiutò

veramente i credenti, ma verso la fine, nel corso dei martirî di

Yazd, fu negligente. Non aiutò né protesse le vittime in alcun

modo, non ascoltò i loro ripetuti appelli, finché furono tutti

messi a morte. Di conseguenza anche lui fu destituito, un

uomo rovinato. Quello stendardo che aveva così

orgogliosamente sventolato fu ammainato e quel cuore

speranzoso fu gettato della disperazione.

Sulaymán Khán continuò a vivere in Terra Santa, presso la

Tomba attorno alla quale ruota l'Eccelsa Assemblea. Rimase

in compagnia dei credenti fino all'inevitabile giorno della

morte, quando partì per le magioni di Colui Che vive e non

perisce. Volse le spalle a questo pugno di polvere che è il

mondo e accorse nel paese della luce. Infranse questa gabbia

che è l'esistenza contingente e si librò nell'infinito Reame di là

dallo spazio. Iddio lo avvolga nelle acque della Sua

misericordia, faccia piovere su di lui il Suo perdono e gli

conferisca mirabilia di traboccante grazia. A lui saluti e lode.

128

‘ABDU’R-RAHMÁN, IL CALDERAIO

Era un uomo paziente e rassegnato nativo di Káshán, uno

tra i primissimi credenti. Aveva le guance ancora imberbi,

quando bevve dall'amor di Dio, e i suoi occhi mirarono la

mensa celestiale imbandita di fronte a lui, e ricevette la fede e

una porzione di abbondante grazia.

Ben presto lasciò il focolare domestico e partì per quel

giardino di rose che era Baghdád, dove ebbe l'onore di

accedere alla presenza di Bahá’u’lláh. Rimase un po' di tempo

in 'Iráq e vi conquistò una corona di favore imperituro: era

ammesso alla presenza di Bahá’u’lláh e più volte Lo scortava

a piedi al Santuario dei Due Kázim; ecco la sua grande gioia.

'Abdu'r-Rahmán fu tra i prigionieri esuli a Mosul e poi si

trascinò fino alla fortezza di 'Akká. Qui visse benedetto da

Bahá’u’lláh. Aveva un suo piccolo commercio, di poco conto,

ma ne viveva contento, felice e in pace. Così campò, calcando

la via della rettitudine, fino a ottant'anni, quando, con serena

align=left>pazienza, si librò verso la Soglia di Dio. Il Signore lo avvolga

colà nella Sua grazia e compassione e lo abbigli con la veste

del perdono. La sua luminosa tomba è ad 'Akká.

129

MUHAMMAD-IBRÁHÍM-I-TABRÍZÍ

Quest'uomo, nobile e magnanimo, era figlio dell'onorato

'Abdu'l-Fattáh, che si trovava nella prigione di 'Akká. Saputo

che suo padre vi era imprigionato, si recò in gran fretta nella

fortezza per potere anche lui aver parte di queste crudeli afflizioni.

Era un uomo saggio, intelligente, in tumulto per aver

bevuto il vino dell'amor di Dio, ma dotato di una meravigliosa,

fondamentale calma e serenità.

Aveva ereditato l'indole del padre, un esempio del detto

che il figlio è la segreta essenza del genitore. Per questa ragione

si deliziò per lungo tempo nelle vicinanze della Presenza

Divina, in pace perfetta. Durante il giorno svolgeva il suo

commercio e di notte veniva in gran fretta alla porta della

casa, per stare con gli amici. Era vicino a tutti coloro che

erano incrollabili e sinceri; era pieno di coraggio, grato a Dio,

astemio e casto, in attesa della munificenza e della grazia del

Signore e in essa fiducioso. Fece risplendere la lampada del

padre, dette lustro alla famiglia di 'Abdu'l-Fattáh e lasciò

align=left>discendenti a restare dopo di lui in questo mondo che passa

rapidamente.

Fece sempre tutto quel che poteva per provvedere alla

felicità dei credenti e si curò sempre del loro benessere. Era

sagace, serio e incrollabile. Per grazia di Dio rimase leale fino

alla fine e sano nella fede. Iddio gli porga da bere dalla coppa

del perdono; sorseggi dalla fonte della munificenza e del

130

compiacimento di Dio; Iddio lo innalzi alle altezze della

divina largizione. La sua tomba fragrante si trova ad 'Akká.

MUHAMMAD-‘ALÍY-I-ARDIKÁNÍ

Nel fiore della tenera gioventù, Muhammad-’Alí, l'illuminato,

udì il grido di Dio e perse il cuore per la grazia celeste.

Entrò al servizio dell'Afnán, progenie del Santo Albero, e

visse felice e contento. Ecco come venne nella città di 'Akká e

rimase per un certo tempo presso la Sacra Soglia, conquistando

una corona di perenne gloria. L'occhio della grazia e del

favore di Bahá’u’lláh fu su di lui. Servì con cuore leale.

Aveva indole felice e gioiosa, volto avvenente; credeva,

cercava, era un uomo saggiato e provato.

Durante i giorni di Bahá’u’lláh, Muhammad-'Alí perseverò

incrollabile e dopo la Suprema Afflizione non si perse d'animo,

perché aveva bevuto il vino del Patto e i suoi pensieri

erano fissi sulle grazie di Dio. Si trasferì a Haifa dove visse,

nei pressi dell'Hazíratu'l-Quds, vicino al Santo Mausoleo sul

monte Carmelo, saldo credente, fino all'ultimo respiro, quando

sopraggiunse la morte e il tappeto della sua vita terrena fu

arrotolato e riposto.

Quest'uomo fu un vero servitore della Soglia, buon amico

dei credenti. Tutti erano contenti di lui, trovandolo un eccellente

compagno, gentile e mite. Lo soccorra Iddio nel Suo

eccelso Reame, gli conceda una dimora nel Regno di Abhá e

131

gli invii copiosa grazia dai giardini del Paradiso, il luogo dell'incontro,

il luogo della mistica contemplazione di Dio. Le

sue ambrate ceneri sono a Haifa.

HÁJÍ ÁQÁY-I-TABRÍZÍ

Quest'uomo spirituale, che proveniva da Tabríz, aveva

intuito il mistico sapere e bevuto l'inebriante vino di Dio nella

prima giovinezza e negli anni dell’età indifesa rimase sempre

incrollabile nella Fede.

Visse per un certo tempo nell'Ádhirbáyján, innamorato del

Signore. Quando tutti nei dintorni seppero che portava il

nome di Dio, la gente gli rovinò la vita. Parenti e amici si

rivoltarono contro di lui, trovando ogni giorno un nuovo

pretesto per perseguitarlo. Alla fine disfece la casa, prese la

famiglia e fuggì ad Adrianopoli. Arrivò sul finire del periodo

adrianopolitano e fu preso prigioniero dagli oppressori.

Venne nella Più Grande Prigione assieme a noi raminghi

senza tetto e sotto la protezione dell'Antica Bellezza e fu

confidente e compagno, condividendo con noi calamità e

tribolazioni, umile e tollerante. In seguito, quando bene o

male le restrizioni furono minori, si dedicò al commercio e

grazie a Bahá’u’lláh fu a proprio agio e in pace. Ma il suo

corpo s'era indebolito per gli antichi stenti e tutte le sofferenze

e le sue facoltà erano danneggiate; così che finì col cadere

ammalato, senza speranza di rimedio; e non lungi da

Bahá’u’lláh e al riparo della Sua protezione, fuggì da

132

questo minimo fra i mondi verso l'eccelso Paradiso, da questo

luogo oscuro alla terra delle luci. Iddio lo immerga nelle

acque del perdono; lo conduca nei giardini del Paradiso e lì lo

tenga per sempre al sicuro. Le sue pure ceneri riposano a

'Akká.

QULÁM-‘ALÍY-I-NAJJÁR

Carpentiere e artigiano esperto, quest'uomo proveniva da

Káshán. Era una spada sguainata di fede e certezza. Era conosciutissimo

nella sua città come persona retta, sincera e degna

di fiducia. Aveva nobili ideali, era astemio e casto. Divenuto

credente, la sua imperiosa brama di incontrare Bahá’u’lláh

non poté essere placata; traboccante gioioso amore, partì dalla

Terra di Káf (Káshán) alla volta dell'Iráq, dove mirò lo splendore

del Sol nascente.

Uomo mite, paziente, quieto, se ne stava per lo più in

disparte. A Baghdád, si dedicò al suo mestiere, si tenne in

contatto con gli amici e fu sorretto dalla presenza di

Bahá’u’lláh. Per qualche tempo visse in perfetta pace e

felicità. Poi coloro che erano stati fatti prigionieri furono

inviati a Mosul ed egli fu fra quelle vittime, anch'egli come

loro esposto alla furia degli oppressori. Rimase a lungo in

prigionia e quando fu libero venne ad 'Akká. Anche qui fu

amico dei prigionieri e nella Fortezza seguitò a esercitare il

suo mestiere. Come al solito era incline alla solitudine, portato

a isolarsi da conoscenti ed estranei e da solo trascorreva la

maggior parte del suo tempo.

133

Poi ci sopravvenne la suprema ordalia, la grande desolazione.

Qulám-'Alí si incaricò del lavoro di falegnameria della

Santa Tomba, profondendovi tutte le sue indubbie capacità.

La vetrata che ancor oggi ricopre il cortile interno della

Tomba di Bahá’u’lláh è frutto del suo talento. Era un uomo

dal cuore cristallino. Il volto risplendente, lo stato d'animo

invariabile, mai mutevole o incostante, rimase incrollabile,

amorevole e sincero fino all'ultimo respiro.

Trascorsi alcuni anni in questi dintorni, assurse nei dintorni

del misericordioso abbraccio di Dio e divenne compagno di

coloro che dimorano nei sommi Cieli. Ebbe l'onore d'incontrare

Bahá’u’lláh in entrambi i mondi. È questa la grazia più

preziosa, il dono più sontuoso. A lui saluti e lode. La sua

tomba luminosa si trova ad 'Akká.

JINÁB-I-MUNÍB, SU DI LUI

SIA LA GLORIA DEL GLORIOSISSIMO

Si chiamava Mírzá Áqá ed era puro spirito; proveniva da

Káshán. Fu attratto verso i dolci aromi di Dio ai tempi del

Báb: fu allora che s'infiammò. Era un giovane bello,

avvenente, pieno di fascino e di grazia. Era calligrafo

eccellente, poeta e, quando cantava, aveva una voce

straordinaria. Era saggio e sensibile, devoto alla Fede di Dio,

una fiamma d'amor di Dio, distaccato da tutto fuorché da Dio.

Durante gli anni in cui Bahá’u’lláh risiedeva in 'Iráq Jináb134

i-Muníb lasciò Káshán recandosi trepidante alla Sua presenza.

Andò ad abitare in una modesta casetta e, procuratosi il necessario

per tenersi in vita, incominciò a trascrivere le parole di

Dio. Sulla sua fronte erano chiaramente visibili i doni della

Manifestazione. In questo mondo mortale aveva un unico

bene: una figlia; e persino la figlia aveva abbandonato in

Persia, quando era accorso in 'Iráq.

Allorché, con gran pompa e cerimonia, Bahá’u’lláh e il

Suo seguito partirono da Baghdád, Jináb-i-Muníb

accompagnò a piedi la carovana. Quel giovane era noto in

Persia per la vita agiata e gaia, per il suo amore del piacere e

anche perché era alquanto molle e delicato e avvezzo a

ottenere ciò che voleva. Quanto una persona del genere abbia

sofferto in quella marcia da Baghdád a Costantinopoli, è

facile capire. Eppure, lietamente camminò per miglia e miglia

nel deserto e trascorse i suoi giorni e le sue notti recitando

preghiere, volgendo lo spirito a Dio e invocandoLo.

Durante quel viaggio mi fu compagno fedele. A volte, la

notte camminavamo ai lati dell'howdah di Bahá’u’lláh e sentivamo

allora una gioia superiore a qualsiasi descrizione. Certe

notti cantava poemi; tra questi, era solito declamare le odi di

Háfiz, come quella che incomincia: "Suvvia! spargiamo

queste rose,- mesciamo questo vino"83 e l'altra:

Se innanzi al nostro Re il ginocchio pieghiamo

pure siamo re della stella mattutina.

Non abbiamo cangianti colori.

Siamo rossi leoni, neri dragoni!

Nel partire da Costantinopoli, la Bellezza Benedetta ordinò

a Jináb-i-Muníb di andare a diffondere la Fede in Persia.

Perciò egli tornò indietro e, per lungo tempo, rese importanti

servigi, soprattutto a Tihrán. In seguito, ritornato ad

83 Il resto del verso dice: “Fendiamo la Volta Celeste, tracciamo un nuovo

disegno”.

135

align=left>Adrianopoli dalla Persia, giunse ancora alla presenza di

Bahá’u’lláh ed ebbe il privilegio di servirLo. Al tempo della

più grande sventura, cioè l'esilio ad 'Akká, su questa Via fu

imprigionato e viaggiò, da quel momento fragile e infermo, al

seguito di Bahá’u’lláh.

Era stato colpito da una grave malattia che l'aveva penosamente

indebolito. Ciò nonostante si rifiutò di restare ad

Adrianopoli, dove avrebbe potuto farsi curare, perché voleva

immolare la vita e cadere ai piedi del suo Signore.

Proseguimmo il nostro viaggio, finché non arrivammo al

mare. Si era così debilitato che, per sollevarlo e trasportarlo

sulla nave, occorsero tre uomini. Quando fu a bordo, le sue

condizioni si aggravarono a tal punto che il comandante

insistette perché lo sbarcassimo, e solo per le nostre ripetute

suppliche attese che giungessimo a Smirne. Qui, rivolgendosi

al colonnello 'Umar Bayk, il rappresentante del Governo che

ci scortava, il comandante disse: "Se non lo farete sbarcare

voi, lo farò io di forza, perché una nave non può accettare

passeggeri in queste condizioni".

Fummo quindi costretti a portare Jináb-i-Muníb all'ospedale

di Smirne. Stremato com'era, incapace di dire una parola, si

trascinò vicino a Bahá’u’lláh, si accasciò ai Suoi piedi e

pianse. Anche dal volto di Bahá’u’lláh traspariva un profondo

dolore.

Accompagnammo Jináb-i-Muníb all'ospedale, ma i funzionari

non ci concessero più di un'ora. Lo adagiammo sul

letto; appoggiammo la sua bella testa sul cuscino; lo abbracciammo

e baciammo più volte. Poi, ci obbligarono a venir via.

Come ci sentimmo, è facile immaginare. Ogni volta che

ripenso a quel momento, mi vengono le lacrime agli occhi; il

cuore mi si fa pesante e rievoco il ricordo di ciò ch'egli era: un

grande uomo, infinitamente saggio, egli era; forte, modesto e

serio e, quanto a fede e certezza, non c'era nessuno pari a lui.

In lui si combinavano perfezioni interiori ed esteriori,

spirituali e materiali. Ecco perché poté ricevere infiniti doni e

grazie.

136

La sua tomba si trova a Smirne, ma è fuori mano, in disparte

e abbandonata. Quando sarà possibile, gli amici devono trovare

align=left>quelle ceneri neglette e trasformarle in una tomba molto

visitata,84 affinché i pellegrini che vi andranno possano respirare

le dolci fragranze della sua estrema dimora.

MÍRZÁ MUSTAFÁ NARÁQÍ

Nella schiera delle anime pure e buone vi era Mírzá

Mustafá, illustre cittadino di Naráq, uno dei primissimi credenti.

Il suo volto irradiava amor di Dio. La sua mente si

occupava degli anemoni dei significati mistici, bella come

prati e aiuole in fiore.

Fu nei giorni del Báb che le sue labbra toccarono per la

prima volta l'inebriante coppa della verità spirituale ed ebbe

uno strano tumulto nel cervello, un fiero anelito nel cuore.

Sulla via di Dio gettò via tutto quello che possedeva; si giocò

tutto, casa, parenti, benessere materiale, la pace della mente.

Come un pesce sulla sabbia, lottava per trovare l'acqua della

vita. Venne in 'Iráq, si unì agli amici della sua anima ed entrò

alla presenza di Bahá’u’lláh. Per un po' di tempo visse colà,

gioioso e contento, ricevendo munificenza infinita. Poi fu

rimandato in Persia, dove servì la Fede al massimo delle sue

capacità. Era un uomo integro e raffinato, incrollabile, solida-

84 Corano LII, 4.

137

mente radicato come le colline; sano e degno di fiducia. Per

lui, in tutto quel tumulto e quel panico, gli ululanti cani selvaggi

erano solo mosche ronzanti; prove e tribolazioni riposavano

la sua mente; gettato nel fuoco delle afflizioni, dimostrò

di essere oro fiammante.

Il giorno in cui il convoglio di Bahá’u’lláh partì da

Costantinopoli per Adrianopoli, Mírzá Mustafá arrivò dalla

Persia. Non ebbe opportunità di giungere fino a Bahá’u’lláh

fuorché una volta; e gli fu allora detto di ritornare in Persia. In

tale momento ebbe l'onore di essere ricevuto.

Giunto nell'Ádhirbáyján, incominciò a divulgare la Fede.

Giorno e notte rimase in preghiera e a Tabríz bevve da una

coppa traboccante. Il suo fervore crebbe, il suo insegnamento

suscitò un tumulto. Poi arrivò nell'Ádhirbáyján l'eminente studioso,

il rinomato Shaykh Ahmad-i-Khurásání, e i due si

allearono. Il risultato fu un fuoco spirituale così travolgente

che insegnarono la Fede apertamente e pubblicamente e la

gente di Tabríz montò in collera.

I farrásh dettero loro la caccia e catturarono Mírzá

Mustafá. Ma poi gli oppressori dissero: "Mírzá Mustafá aveva

due lunghe ciocche di capelli. Non può essere questo l'uomo

giusto". Subito Mírzá Mustafá si tolse il copricapo e le

ciocche di capelli ricaddero. "Guardate!" disse loro "Sono io".

Allora lo arrestarono. Torturarono lui e Shaykh Ahmad e alla

fine quei due grandi uomini vuotarono a Tabríz la coppa della

morte e, martirizzati, assursero al Supremo Orizzonte.

Nel luogo dove furono uccisi, Mírzá Mustafá gridò:

"Uccidetemi per primo, uccidetemi prima di Shaykh Ahmad,

che io non lo veda spargere il suo sangue!".

La loro grandezza è stata registrata per sempre negli Scritti

di Bahá’u’lláh. Ricevettero molte Tavole da Lui e dopo la loro

morte Egli descrisse, con la Sua Penna eccelsa, l'angoscia che

patirono.

Dalla giovinezza alla vecchiaia, quest'illustre uomo, Mirzá

Mustafá, dedicò tutta la vita al servizio sulla via di Dio. Oggi

138

dimora nel Reame gloriosissimo, nelle vicinanze dell'ineffabile

align=left>misericordia di Dio e gioisce di gran letizia e celebra la lode

del suo Signore. A lui benedizione e una buona dimora.85 A

lui, dal Signore dei Signori, novelle di grande gaudio. Gli conceda

Iddio uno stadio esaltato, in quell'eccelsa Schiera.

ZAYNU’L-MUQARRIBÍN

Quest'uomo illustre fu uno dei più grandi fra tutti i compagni

del Báb e fra tutti gli amati di Bahá’u’lláh. Quando viveva

nell'Islam, era già famoso per purezza e santità di vita. Era

uomo di talento e raffinatissimo in molti sensi. Era capo ed

esempio spirituale dell'intera popolazione di Najaf-Ábád e gli

eminenti della zona gli mostravano illimitato rispetto. Quando

parlava, la sua era l'opinione decisiva, quando esprimeva un

giudizio, era applicato, perché era conosciuto da tutti come

criterio e autorità di ultimo appello.

Appena seppe della Dichiarazione del Báb, gridò dal

profondo del cuore: "O nostro Signore! abbiamo in verità

udito la voce di uno che chiamava. Ci chiamava alla Fede,

'Credete al vostro Signore', e noi abbiamo creduto".86 Si liberò

da ogni velo intralciante; i suoi dubbi si dissiparono incominciò

a esaltare e glorificare la Bellezza promessa dall’antichità.

85 Cfr. Corano XIII, 29.

86 Corano III, 190.

139

Nella sua casa e a Isfáhán divenne noto perché dichiarava

dappertutto che l'avvento di Colui Che era stato lungamente

atteso era avvenuto. Gli ipocriti lo beffeggiarono, lo

maledissero e lo tormentarono. Quanto alla gente, "la massa,

come serpe nel prato", che prima lo aveva venerato, ora

insorse a maltrattarlo. Ogni giorno recava una nuova crudeltà

un nuovo tormento da parte dei suoi oppressori. Sopportò

tutto e continuò a insegnare con grande eloquenza. Rimase

incrollabile, impassibile, mentre la loro collera cresceva.

Teneva in mano una coppa ricolma di buone novelle divine,

offrendo a chiunque venisse l'inebriante bevanda della

conoscenza di Dio. Era affatto intemerato, non conosceva

pericolo e seguì velocemente la santa via del Signore.

Ma dopo l'attentato contro lo Sciá non vi fu riparo in nessun

luogo; né sera, né mattino senza intense afflizioni. E poiché

la sua permanenza a Najaf-Ábád in un momento simile

era un grande pericolo per i credenti, partì e si recò in 'Iráq.

Durante il periodo in cui la Bellezza Benedetta era nel

Kurdistán, in cui Si era ritirata in isolamento e viveva nella

grotta di Sar-Galú, Jináb-i-Zayn giunse a Baghdád, ma le sue

speranze furono infrante, il suo cuore si dolse, perché tutto

taceva: non v'era parola della Causa di Dio, né nome né fama

di essa; non v'erano riunioni, non si lanciavano appelli.

Yahyá, stretto nella morsa del terrore, si era dileguato in un

nascondiglio oscuro. Indolente, irresoluto, si era reso

irreperibile. Per quanto si sforzasse, Jináb-i-Zayn non riuscì a

trovare anima viva. S'incontrò una sola volta con Sua

Eminenza Kalím. Ma era un periodo in cui i credenti usavano

molta cautela ed egli andò a Karbilá. Vi trascorse qualche

tempo e si dedicò a copiare gli Scritti, dopo di che ritornò a

Najaf-Ábád. Qui a stento riuscì a sopportare le turpi

persecuzioni e gli attacchi dei suoi implacabili nemici.

Ma quando la Tromba squillò per la seconda volta,87 fu

87 Cfr. Corano XXXIX, 68.

140

riportato in vita. La sua anima rispose alla notizia dell'avvento

di Bahá’u’lláh; al rullo di tamburo del "Non son Io il vostro

Signore?" il suo cuore rullò di rimando' "Sì, lo sei!".88 Insegnò

ancora con eloquenza, usando prove razionali e storiche per

dimostrare che Colui Che Dio manifesterà, il Promesso del

Báb, era veramente apparso. Era come acqua rinfrescante per

gli assetati e per i ricercatori una chiara risposta dalla Schiera

superna. Nello scrivere e nel parlare, fu il primo fra i giusti,

nelle delucidazioni e nei commentari un possente segno di

Dio.

In Persia la sua vita era in imminente pericolo; e poiché

restando a Najaf-Ábád avrebbe eccitato gli agitatori e scatenato

sommosse, corse via ad Adrianopoli, cercando asilo presso

Dio e gridando mentre andava: "Signore, Signore, eccomi!".

Indossato l'abito del pellegrino d'amore, giunse alla Mecca dei

suoi desideri. Vi si fermò per qualche tempo, alla presenza di

Bahá’u’lláh, dopo di che gli fu comandato di partire con

align=left>Jináb-i-Mírzá Ja'far-i-Yazdí e di promulgare la Fede. Ritornò

in Persia e incominciò a insegnare con grande eloquenza, così

che le liete novelle dell'avvento del Signore risuonarono fino

ai sommi cieli. Insieme con Mírzá Ja'far viaggiò dappertutto,

per città fiorenti e in rovina, divulgando la buona notizia che

la Bellezza Benedetta era ora manifesta.

Ancora una volta, fece ritorno in 'Iráq dove fu il centro di

ogni riunione e rallegrò i suoi ascoltatori. Dava sempre saggi

consigli; era sempre consumato dall'amore di Dio.

Quando i credenti furono fatti prigionieri in 'Iráq e banditi

a Mosul, Jináb-i-Zayn ne divenne il capo. Rimase a Mosul per

qualche tempo, una consolazione per gli altri, lavorando per

risolvere i loro numerosi problemi. Accese l'amore nel cuore

della gente e li rese gentili gli unì con gli altri. Poi chiese il

permesso di servire Bahá’u’lláh; quando gli fu concesso

venne nella Prigione ed ebbe l'onore di accedere alla presenza

88 Corano VII, 172.

141

del Suo Benamato. In seguito si dedicò a trascrivere i sacri

versetti e a incoraggiare gli amici. Fu amore personificato per

gli emigranti e riscaldò il cuore dei viaggiatori. Non riposò

neppure un attimo e ricevette ogni giorno nuova grazia e

munificenza, mentre trascriveva le Scritture Bahá’í con

impeccabile accuratezza.

Dalla giovinezza fino all'ultimo respiro, quest'uomo eminente

non mancò mai di servire la Manifestazione. Dopo l'ascensione

fu consumato da tale cordoglio, da tali continue

lacrime e angosce, che con il passar dei giorni si consunse.

Rimase fedele al Patto e fu compagno intimo di questo servo

della Luce del Mondo, ma bramava di uscire da questa vita e

attendeva la propria dipartita di giorno in giorno. Alla fine,

sereno e felice, rallegrandosi delle novelle del Regno, s'involò

verso quella terra misteriosa. Là fu sciolto da ogni dolore e

nel luogo di riunione degli splendori fu immerso nella luce.

A lui saluti e lode dal luminoso Reame e la gloria del

Gloriosissimo dalla Schiera superna e grande gioia in quel

Regno che sempre permane. Iddio gli doni un eccelso stadio

nel Paradiso di Abhá.

‘AZÍM-I-TAFRÍSHÍ

align=left>Quest'uomo di Dio veniva dal distretto di Tafrísh. Era

distaccato dal mondo, intrepido, indipendente da congiunti ed

estranei. Fu uno dei primissimi credenti e appartenne alla

142

schiera dei fedeli. Fu in Persia che conquistò l'onore della fede

e incominciò ad assistere gli amici: servitore di ogni credente,

fidato assistente di ogni viaggiatore. Venne in 'Iráq con

Músáy-i-Qumí - su di lui sia la gloria di Dio - ricevette la sua

parte di munificenza dalla Luce del Mondo ed ebbe l'onore di

accedere alla presenza di Bahá’u’lláh, servendoLo e

diventando oggetto di elargizioni e grazia.

Dopo qualche tempo, 'Azím e Hájí Mírzá Músá ritornarono

in Persia, dov'egli continuò a rendere servizi agli amici, solamente

per amor di Dio. Servì Mírzá Nasru'lláh di Tafrísh per

alcuni anni senza alcun salario o stipendio, mentre la sua fede

e la sua certezza si rafforzavano con l'andar dei giorni. Poi

Mírzá Nasru'lláh lasciò la Persia per Adrianopoli e Jináb-i-

'Azím venne con lui ed ebbe accesso alla presenza di

Bahá’u’lláh. Continuò a servire con amore e lealtà, solo per

amor di Dio; e quando il convoglio partì per 'Akká, 'Azím

ebbe il privilegio di accompagnare Bahá’u’lláh ed entrò nella

Più Grande Prigione.

Nella prigione fu scelto per servire la Famiglia; divenne il

portatore d'acqua in casa e fuori. Svolse molti pesanti compiti

nella caserma. Non aveva riposo, giorno o notte. 'Azím "il

grande, il magnifico", era magnifico quanto a carattere. Era

paziente, longanime, tollerante, schivo delle macchie della

terra. Ed essendo il portatore d'acqua della famiglia, ebbe l'onore

di accedere alla presenza di Bahá’u’lláh tutti i giorni.

Fu un buon compagno per tutti gli amici, una consolazione

per i loro cuori; portò felicità a tutti, presenti e assenti. Più e

più volte, fu udito Bahá’u’lláh esprimere la Propria approvazione

di quest'uomo. Egli manteneva sempre la stessa condizione

interiore; era costante, non era mai soggetto a cambiamenti.

Aveva sempre un aspetto felice. Non conosceva il

significato della fatica. Non era mai depresso. Chiunque gli

chiedesse un servizio, lo faceva subito. Era incrollabile e

fermo nella fede, un albero che cresceva nel profumato

giardino della tenerezza di Dio.

143

Dopo aver servito alla Santa Soglia per lunghi anni, da

questa vita che rapidamente svanisce se ne andò, tranquillo,

sereno, rallegrandosi delle novelle del Regno, nel mondo che

non perisce. Tutti gli amici piansero il suo trapasso, ma la

Bellezza Benedetta consolò i loro cuori, perché profuse grazia

e lode su colui che se n'era andato.

Misericordie su 'Azím dal Regno della compassione

divina; a lui la gloria di Dio, al cadere della notte e al levar del

sole.

MÍRZÁ JA’FAR-I-YAZDÍ

Questo cavaliere del campo di battaglia fu uno dei più dotti

align=left>ricercatori della verità, profondamente versato in molti rami

del sapere. Frequentò per lungo tempo le scuole, specializzandosi

nelle fondamenta della religione e della giurisprudenza

religiosa e facendo ricerche in filosofia e metafisica, logica e

storia, scienze contemplative e narrate.89 Ma incominciò a

notare che i suoi compagni erano arroganti e compiaciuti di sé

e questo lo disgustò. Fu allora che sentì il grido delle Schiere

Supreme e senza un attimo di esitazione levò la voce e gridò:

"Sì, in verità!" e ripeté le parole: "O Signore! Abbiamo

udito la voce di Uno che chiamava alla Fede gridando

'Credete nel vostro Signore!' e abbiamo creduto”.90

89 Manqúl va ma’qúl: sapere “desunto” ed “escogitato”.

90 Corano III, 193.

144

Quando vide il grande tumulto e le sommosse di Yazd,

lasciò la patria e si recò a Najaf, la nobile città; lì per la

propria salvezza si mescolò con gli studiosi di religione,

diventando rinomato fra loro per il vasto sapere. Poi, dando

ascolto alla voce da Baghdád, accorse colà e cambiò modo di

align=left>vestire. Cioè si mise in testa il copricapo dei laici e andò a

fare il carpentiere per guadagnarsi da vivere. Si recò una volta

a Tihrán, ritornò e protetto dalla grazia di Bahá’u’lláh fu

paziente e contento, rallegrandosi del suo abito di povertà.

Malgrado il grande sapere era umile, modesto, semplice.

Stava sempre in silenzio ed era un buon compagno per ogni

sorta di uomo.

Nel viaggio dall'Iráq a Costantinopoli, Mírzá Ja'far fece

parte del seguito di Bahá’u’lláh e fu compagno di questo servitore

nel provvedere ai bisogni degli amici. Quando

facevamo tappa, i credenti esausti per le lunghe ore di viaggio

riposavano o dormivano. Mírzá Ja'far ed io andavamo in giro

per i villaggi attorno a cercare avena, paglia e altre provviste

per la carovana.91 Essendoci carestia nella zona, accadeva

talvolta che girassimo di villaggio in villaggio da dopo

mezzogiorno finché non era trascorsa metà della notte. Meglio

che potevamo, ci procuravamo qualunque cosa fosse

disponibile e poi ritornavamo al convoglio.

Mirzá Ja'far era paziente e longanime, fedele attendente

della Santa Soglia. Serviva tutti gli amici e lavorava giorno e

notte. Uomo tranquillo, parco di parole, si affidava in tutto

interamente a Dio. Continuò a servire ad Adrianopoli fino al

bando ad 'Akká e anche lui fu fatto prigioniero. Ne fu grato,

offrendo continui ringraziamenti e dicendo: "Sia lodato Iddio!

Sono nell'Arca ricolma!".92

91 Bahá’u’lláh fu accompagnato da membri della famiglia e da ventisei

discepoli . Il convoglio comprendeva una scorta a cavallo di dieci

soldati e un ufficiale, una fila di cinquanta muli e sette paia di howdah,

ogni paio sormontato da quattro parasole. Il viaggio a Costantinopoli

durò dal 3 maggio al 16 agosto 1863. Cfr. Dio passa nel mondo, p. 160.

92 Corano XXVI, 119; XXXVI, 41.

145

La Prigione era per lui giardino di rose e la sua angusta

cella un luogo spazioso e fragrante. Nel periodo in cui eravamo

nella caserma cadde gravemente ammalato e fu costretto a

letto. Ebbe molte complicazioni, finché alla fine il dottore lo

dette per spacciato e non andò più a visitarlo. Allora l'ammalato

esalò l'ultimo respiro. Mírzá Áqá Ján corse da

Bahá’u’lláh, con la notizia della sua morte. Non solo il

paziente aveva cessato di respirare, ma il suo corpo stava già

diventando molle. La famiglia gli era riunita attorno, lo

piangeva, versava lacrime amare. La Bellezza Benedetta

disse: "Andate; cantate la preghiera Yá Sháfí, Tu il Sanatore,

e Mírzá Ja'far ritornerà in vita. Molto rapidamente, starà bene

come prima". Andai al suo capezzale. Il corpo era freddo ed

erano presenti tutti i segni della morte. Lentamente

incominciò a muoversi; ben presto mosse le membra e prima

che fosse passata un'ora sollevò la testa, si sedette e

incominciò a ridere e a scherzare.

Dopo questo visse a lungo, occupato come sempre a

servire gli amici. Questo di servire fu per lui un punto

d'orgoglio: era un servitore per tutti. Fu sempre modesto e

umile, memore di Dio e oltre misura pieno di speranza e fede.

Infine, mentre si trovava nella Più Grande Prigione,

abbandonò questa vita terrena e s'involò verso l'altra vita.

Saluti e lode a lui; su di lui la gloria del Gloriosissimo e gli

sguardi di favore del Signore. La sua tomba luminosa è ad

'Akká.

146

HUSAYN-ÁQÁY-I-TABRÍZÍ

Quest'uomo che era vicino alla Soglia Divina era il

rispettato figlio di 'Alí-'Askar-i-Tabrízí. Pieno di bramoso

amore, venne col padre da Tabríz ad Adrianopoli e di sua

volontà andò con gioia e speranza nella Più Grande Prigione.

Dal giorno del suo arrivo nella fortezza di 'Akká assunse il

servizio del caffè e servì gli amici. Quest'uomo ben educato

era così paziente, così docile, che per oltre quarant'anni,

malgrado estreme difficoltà (giorno e notte, amici e

sconosciuti affollavano le porte), servì tutti coloro che

venivano, aiutandoli tutti fedelmente. Durante tutto quel

tempo Husayn-Áqá non offese anima viva e nessuno, per quel

che lo riguardava, si lamentò mai. Ciò fu un vero miracolo e

nessun altro avrebbe potuto stabilire un tale primato di

servizio. Fu sempre sorridente, attento ai compiti affidati alle

sue cure, conosciuto come uomo di fiducia. Nella Causa di

Dio fu incrollabile, fiero e sincero; in tempi di calamità fu

paziente e longanime.

Dopo l'ascensione di Bahá’u’lláh guizzarono i fuochi delle

prove e un turbine di violazione abbatté l'edificio. Questo credente,

malgrado uno stretto legame di parentela rimase leale,

mostrando tale forza e fermezza che manifestò le parole:

"Nella Causa di Dio, biasimo di biasimatori egli non

temerà".93

93 Cfr. Corano V, 54.

147

Non esitò neppure per un attimo, non vacillò nella fede, ma

restò saldo come una montagna, fiero come cittadella inespugnabile

e profondamente attaccato.

I violatori del Patto portarono via sua madre nei loro luoghi,

dove viveva sua figlia. Fecero tutto ciò che poterono

immaginare per turbare la sua fede. In misura oltre il

credibile, si profusero in favori e la assillarono di gentilezze,

nascondendo il fatto che avevano violato il Patto. Ma alla fine

quella rispettata ancella di Bahá’u’lláh scoprì l'odore della

violazione, al che abbandonò immediatamente la Magione di

Bahjí e ritornò subito ad 'Akká. "Sono ancella della Bellezza

Benedetta" disse "e leale al Suo Patto e Testamento. Se mio

genero fosse un principe del regno, a che mi gioverebbe? Non

sono persona che si lasci conquistare da parentele e ostentazioni

di affetto. Non mi interessano i segni esteriori d'amicizia

di coloro che sono l'incarnazione del desiderio egoistico. Mi

attengo al Patto e mi aggrappo al Testamento". Non acconsentì

a incontrare ancora i violatori del Patto; se ne liberò del

tutto e rivolse il viso verso Dio.

Quanto a Husayn-Áqá, non si separò mai da 'Abdu'l-Bahá

Ebbe verso di me la massima considerazione e mi fu costante

compagno e ne conseguì che il suo trapasso fu un duro colpo.

Anche ora, quando lo rammento mi addoloro e piango la sua

perdita. Ma sia lodato Iddio quest'uomo di Dio, nei giorni

della Bellezza Benedetta, rimase sempre nelle strette

vicinanze della Sua Casa e fu oggetto del Suo compiacimento.

Più volte si udì Bahá’u’lláh commentare che Husayn-Áqá era

stato creato per svolgere questo servizio.

Dopo quarant'anni di servizio, egli abbandonò questo

mondo che passa rapidamente e s'involò verso i regni di Dio.

Saluti e lode a lui e misericordia dal suo munifico Signore. La

sua tomba sia avvolta da luci che fluiscono dall'eccelso

Compagno. Essa si trova in 'Akká.

148

HÁJÍ ‘ALÍ-‘ASKAR-I-TABRÍZÍ

L’illustre 'Alí-’Askar era un mercante di Tabríz. Tutti

coloro che lo conoscevano in Ádhirbáyján lo rispettavano

align=left>molto e gli riconoscevano devozione e fidatezza, pietà e forte

fede. Tutti a Tabríz ne attestavano l'eccellenza e ne lodavano

il carattere e il modo di vivere, le qualità e i talenti. Fu uno dei

primissimi credenti e fra i più notevoli.

Quando la Tromba suonò per la prima volta, egli andò in

deliquio e al secondo squillo fu ridestato a nuova vita.94

Divenne una torcia ardente d'amor di Dio, un grande albero

nei giardini di Abhá. Portò alla Fede tutta la famiglia, i parenti

e gli amici e rese con successo molti servizi; ma la tirannide

dei malvagi lo mise in una dolorosa situazione e ogni giorno

fu colpito da nuove afflizioni. Eppure non cedette e non si

scoraggiò; al contrario, la sua fede, la sua certezza e

abnegazione crebbero. Infine non poté più sopportare la

propria patria. Accompagnato dalla famiglia, arrivò ad

Adrianopoli e lì, in ristrettezze economiche, ma contento,

trascorse i suoi giorni con dignità, pazienza, acquiescenza e

rendendo grazie.

Poi prese con sé da Adrianopoli un po' di mercanzia e partì

per la città di Jum'ih-Bázár, per guadagnarsi da vivere. Quello

che aveva con sé era irrilevante eppure i ladri lo derubarono.

94 Corano XXXIX, 68-9. “E sarà dato fiato alla Tromba e cadran fulminati

tutti gli abitatori dei cieli e gli abitatori della terra, eccetto chi Iddio

vorrà. E squillerà un altro squillo, ed eccoli tutti, ritti a guardare. E

scintillerà allora la terra della Luce del Signore…”.

149

Quando il Console persiano lo venne a sapere presentò al

Governo un documento, menzionando un'enorme somma

come valore della merce rubata. Accadde che i ladri fossero

catturati e si vide che erano in possesso di una considerevole

somma. Fu deciso di esaminare il caso. Il Console fece chiamare

Hájí 'Alí-'Askar e gli disse: "Questi ladri sono

ricchissimi. Nel mio rapporto al Governo, ho scritto che

l’entità del furto era notevole. Perciò devi partecipare al

processo e testimoniare in conformità con quello che ho

scritto".

Lo Hájí rispose: "Vostro Onore, Khán, la merce rubata

valeva ben poco. Come posso dire una cosa non vera? Quando

mi interrogheranno, esporrò i fatti esattamente come stanno.

Considero questo il mio dovere, solamente questo".

"Hájí" disse il Console "abbiamo un occasione d'oro; ne

possiamo approfittare entrambi, tu ed io. Non lasciarti sfuggire

dalle mani un'occasione che si presenterà una sola volta

nella vita".

Lo Hájí rispose: "Khán, come la metterei con Dio?

Lasciami stare. Dirò la verità, nient'altro che la verità".

Il Console era fuori di sé. Incominciò a minacciare e a

pressare 'Alí-'Askar. "Vuoi farmi passare per bugiardo?"

gridò "Vuoi far di me lo zimbello di tutti? Ti rinchiuderò in

prigione; ti farò cacciare via; non risparmierò alcun tormento.

Ti consegnerò all'istante alla polizia e dirò che sei nemico

dello stato, che ti ammanettino e ti portino al confine

persiano".

Lo Hájí si limitò a sorridere. "Jináb-i-Khán" disse “ho dato

la vita per la verità. Non ho altro. Mi stai dicendo di mentire e

di rendere falsa testimonianza. Fa' di me ciò che vuoi; non

girerò le spalle a ciò che è vero”.

Quando il Console vide che non c'era modo di convincere

'Alí-’Askar a testimoniare il falso, disse: "Allora è meglio che

te ne vada, si che io possa informare il Governatore che il proprietario

align=left>della mercanzia non c’è più e che è andato via.

Altrimenti, sarò disonorato".

150

Lo Hájí ritornò ad Adrianopoli e non fece parola della

merce rubata, ma la cosa divenne di pubblico dominio e produsse

notevole sorpresa.

Quel vecchio fine ed eccezionale fu portato prigioniero ad

Adrianopoli con gli altri e accompagnò la Bellezza Benedetta

nella fortezza di 'Akká, questa casa-prigione di dolori. Rimase

prigioniero sulla via di Dio per diversi anni con tutta la

famiglia; e rese sempre grazie, perché per lui la prigione era

una reggia e la prigionia motivo di gioia. In tutti quegli anni

non si seppe mai che egli si fosse espresso altrimenti che con

gratitudine e lodi. Maggiore la tirannide degli oppressori,

maggiore la sua felicità. Bahá’u’lláh fu udito più volte parlare

di lui con tenerezza; diceva: "Sono contento di lui".

align=left>Quest'uomo, che era spirito personificato, rimase costante,

sincero e gioioso fino alla fine. Trascorsi alcuni anni, cambiò

questo mondo di polvere per il Regno che è incontaminato e si

lasciò alle spalle forti influssi.

Di regola, era l'intimo compagno di 'Abdu'l-Bahá. Un giorno

all'inizio del nostro periodo nella Prigione, corsi nell'angolo

della caserma dove viveva, la cella che era il suo

squallido nido. Era coricato là, con la febbre alta, fuori di

testa. Alla sua destra giaceva la moglie, tremante e scossa da

brividi di freddo. Alla sinistra c'era la figlia, Fátimih, rovente

di tifo. Dietro di loro il figlio Husayn-Áqá colpito dalla

scarlattina; aveva dimenticato il persiano e gridava in turco:

"Ho le viscere in fiamme!". Ai piedi del padre giaceva l'altra

figlia, sprofondata nella malattia, e accanto al muro si trovava

il fratello, Mashhadí Fattáh, vaneggiante e delirante. In questo

stato, 'Alí 'Askar muoveva le labbra: rendeva grazie a Dio ed

esprimeva gioia.

Sia lodato Iddio! Morì nella Più Grande Prigione, ancora

paziente e grato, ancor dignitoso e saldo nella fede. Assurse ai

recessi del compassionevole Signore. Su di lui la gloria del

Gloriosissimo; a lui saluti e lode; su di lui misericordia e perdono

per l’eternità.

151

align=left>ÁQÁ ‘ALÍY-I-QAZVÍNÍ

Quest'uomo illustre aveva alti proposti e intendimenti. Era

oltremodo costante, leale e solidamente radicato nella sua fede

e fu tra i primissimi e massimi credenti. Al primo albeggiare

del nuovo giorno della Guida Divina s'innamorò del Báb e

incominciò a insegnare. Dalla mattina fino a buio lavorava al

suo mestiere e quasi tutte le notti intratteneva gli amici a cena.

Così, anfitrione degli amici nello spirito, condusse alla Fede

molti ricercatori, attraendoli con la melodia dell'amor di Dio.

Era straordinariamente costante, energico e perseverante.

Poi dai giardini del Gloriosissimo incominciò a spirare

aura fragrante e dalla fiamma or ora accesa egli s'infiammò.

align=left>Incenerite illusioni e chimere, si levò a proclamare la Causa di

Bahá’u’lláh. Ogni notte v'era un convegno, un cenacolo che

emulava i fiori nelle aiuole. Si leggevano versetti, si

cantavano preghiere, si partecipavano le liete novelle del

sommo degli Avventi. Dedicava la massima parte del suo

tempo a usare gentilezze a amici e forestieri, era magnanimo,

espansivo, generoso.

Venne il giorno in cui partì per la Più Grande Prigione e

arrivò con la famiglia nella cittadella di 'Akká. Durante il

viaggio era stato afflitto da molti stenti, ma tale era la sua

brama di vedere Bahá’u’lláh che trovò le calamità facili da

sopportare; e così percorse quel lungo cammino alla ricerca di

un focolare nell'asilo della grazia di Dio.

152

In un primo momento ebbe mezzi: la sua vita fu agiata e

piacevole. Ma poi divenne povero e subì terribili cimenti. Il

align=left>più delle volte si nutriva di pane, null'altro; invece di bere tè,

si dissetava a un rivo scorrente. Eppure rimase felice e contento.

Accedere alla presenza di Bahá’u’lláh era la sua grande

gioia; ricongiungersi al suo Amato dono sufficiente. Per lui

mirare la beltà della Manifestazione era cibo, e vino stare vicino

a Bahá’u’lláh. Era sempre sorridente e sempre silenzioso,

ma intanto il suo cuore gridava, balzava e danzava.

Stava spesso insieme con 'Abdu'l-Bahá. Fu un amico e un

compagno eccellente, felice, delizioso, favorito da

Bahá’u’lláh, rispettato dagli amici, schivo del mondo, fidente

in Dio. In lui non v'era volubilità; la sua disposizione d'animo

era sempre la stessa: stabile, costante, solidamente radicato

come le montagne.

Ogni qual volta lo rammento e ne ricordo la pazienza e la

serenità, la lealtà, l'appagamento, senz'accorgermene mi ritrovo

a chiedere a Dio di elargire le Sue grazie ad Áqá 'Alí. Per

quel degno uomo fu un susseguirsi di calamità e sventure:

sempre ammalato, perennemente soggetto a innumerevoli

infermità del corpo. E tutto perché mentre si trovava in patria

e serviva la Fede a Qazvín, era stato catturato dai malevoli e

così brutalmente percosso al capo che ne subì le conseguenze

fino all'ora della morte. Lo maltrattarono e tormentarono in

molti modi e ritennero lecito infliggergli crudeltà d'ogni sorta;

eppure il suo unico crimine era d'essere divenuto credente e il

suo solo peccato l'aver amato Dio. Come ha scritto il poeta in

questi versi che illustrano la triste sorte di Áqá 'Alí:

Il falco reale è assediato dai gufi.

Pur immune da peccato, gli strappano le ali.

"Perché" motteggiano "ricordi ancora

quel polso di sovrano quella reggia dove abitavi?".

È uccello regale: questo il crimine commesso.

E fuorché la bellezza, quale fu la colpa di Giuseppe?

153

In breve quel grande trascorse i suoi giorni nella prigione

di 'Akká, pregando e supplicando, il viso rivolto verso Dio.

Immenso dono lo avvolse: fu favorito da Bahá’u’lláh, più e

più volte ammesso al Suo cospetto e inondato di perenne

grazia. Ecco la sua gioia e la sua delizia, la sua grande

fortuna, il suo massimo voto.

Poi Sopravvenne l'ora fissata, aurora delle sue speranze, e

giunse per lui il momento d'involarsi nel regno invisibile.

Accolto sotto la protezione di Bahá’u’lláh, assurse anelante a

quella terra di mistero. A lui saluti e lode e misericordia dal

Signore di questo mondo e del mondo a venire. Iddio illumini

la sua tomba coi raggi delle Schiere celesti.

ÁQÁ MUHAMMAD-BÁQIR

E ÁQÁ MUHAMMAD-ISMÁ’ÍL, IL SARTO

Erano fratelli e sulla via di Dio furono rinchiusi prigionieri

nella fortezza di 'Akká assieme agli altri. Erano fratelli del

defunto Pahlaván Ridá. Lasciarono la Persia ed emigrarono ad

Adrianopoli, accorrendo verso l'amorevole bontà di

Bahá’u’lláh e, sotto la Sua protezione, vennero ad 'Akká.

Pahlaván Ridá - a lui la misericordia, le benedizioni e gli

splendori di Dio, a lui lode e saluti - era in apparenza un uomo

ignorante, privo di cultura. Faceva il commerciante e, come

tutti coloro che entrarono agli inizi, gettò via ogni cosa per

154

amor di Dio, raggiungendo d'un balzo le più eccelse vette del

sapere. Era uno dei primi tempi. Improvvisamente diventò

così eloquente che la gente di Káshán ne rimase stupefatta.

Per esempio quest'uomo, apparentemente illetterato, si recò a

Káshán da Hájí Muhammad-Karím Khán e gli pose questo

quesito:

"Signore, siete voi la Quarta Colonna? Ho sete di verità

spirituale e anelo di sapere della Quarta Colonna".95

Essendo presenti numerose personalità politiche e militari,

lo Hájí rispose: "Lungi da noi tale pensiero! Sto lontano da

tutti coloro che mi considerano la Quarta Colonna. Non ho

mai avanzato tale pretesa. Chiunque affermi ch'io l'abbia fatto,

dice il falso; Iddio lo maledica!".

Pochi giorni dopo Pahlaván Ridá si recò di nuovo a far

visita allo Hájí e gli disse: “Signore, ho appena terminato il

vostro libro, Irshádu'l-'Avám (La Guida degl'Ignoranti); l'ho

letto da cima a fondo. In esso affermate che è obbligatorio

conoscere la Quarta Colonna o Quarto Sostegno; in verità, lo

considerate pari al Signore dell’Era.96 Desidero pertanto

riconoscerlo e conoscerlo. Sono certo che voi ne siete

informato; indicatemelo, vi scongiuro”.

Lo Hájí furente, esclamò: "La Quarta Colonna non è un'invenzione.

È una persona che tutti possono vedere. Ha un turbante

in testa, indossa un 'abá e impugna un bastone, proprio

come me". Pahlaván Ridá gli sorrise. "Senza voler essere

scortese" disse "nell'insegnamento di Vostro Onore c'è una

contraddizione: prima dite una cosa, poi un'altra".

Furibondo, lo Hájí rispose: "Adesso ho da fare, discutiamone

un'altra volta. Per oggi mi devo scusare".

95 Nella terminologia shaykhí, il Quarto Supporto o Quarta Colonna era

l’uomo perfetto o canale della grazia, che si doveva sempre cercare.

Hájí Muhammad-Karím Khán si considerava tale. Cfr. Bahá’u’lláh,

Kitáb-i-Iqán ( Il Libro della Certezza ), p. 195 e ‘Abdu’l-Bahá, A

Traveller’s Narrative, p. 4.

96 Il promesso Dodicesimo Imám.

155

Il fatto è che Ridá, ritenuto incolto, riuscì in una discussione

a spuntarla con una così erudita "Quarta Colonna". Come

diceva 'Allámiy-i-Hillí, egli lo batté con il Quarto Sostegno.97

Quando incominciava a parlare, quel coraggioso campione

di sapere sbalordiva gli ascoltatori e fino all'ultimo respiro fu

sempre patrono e protettore di tutti i ricercatori della verità.

Alla fine divenne famoso dappertutto come bahá’í, fu trasformato

in vagabondo e ascese al Regno di Abhá.

Quanto ai suoi due fratelli: per grazia della Bellezza

Benedetta, dopo essere stati catturati dai tiranni, furono rinchiusi

align=left>nella Più Grande Prigione, dove condivisero la sorte di

questi pellegrini senza casa. Qui, nei primi giorni ad 'Akká,

assursero anelanti al più glorioso Regno, con completo distacco

e ardente amore. Infatti, appena arrivati, i nostri spietati

oppressori ci rinchiusero tutti dentro la fortezza nella caserma

dei soldati e bloccarono le uscite, sì che nessuno potesse andare

o venire. A quei tempi l'aria di 'Akká era venefica e tutti i

forestieri, appena giunti, si ammalavano. Muhammad-Báqir e

Muhammad-Ismá'íl caddero gravemente ammalati, ma non

c'erano né medici né medicine e quelle due luci personificate

morirono la stessa notte, stretti l'uno nelle braccia dell'altro.

Assursero al Regno imperituro, lasciando gli amici a rimpiangerli

per sempre. Non vi fu nessuno che non pianse quella

notte.

Giunto il mattino, volevamo trasportare le loro sante salme.

Gli oppressori ci dissero: "Avete il divieto di uscire dalla fortezza.

Dovete lasciare a noi queste due salme. Le laveremo, le

avvolgeremo in un sudario e le seppelliremo. Prima però

dovete pagarci". Ma non avevamo denaro. C'era un tappeto da

preghiera che era stato steso sotto i piedi di Bahá’u’lláh. Egli

lo prese e disse: "Vendetelo e date il denaro alle guardie". Il

97 ‘Allámiy-i-Hillí, l’ “Eruditissimo Dottore”, titolo del famoso teologo

sciita, Jamálu’d-Dín Hasan ibn-i-Yúsuf ibn-i-Alí di Hilla (1250-1325

A.D.)

156

tappeto fu venduto per 170 piastre98 e la somma fu

consegnata. Ma i due non furono mai lavati per la sepoltura né

avvolti in un sudario; le guardie si limitarono a scavare una

fossa nel terreno e ve li gettarono così com'erano, con i vestiti

che avevano indosso; perciò ancora oggi la loro tomba è una

sola e come le loro anime sono congiunte nel Regno di Abhá,

così le loro salme stanno assieme qui, sotto terra, strette l'una

nell'abbraccio dell'altra.

La Bellezza Benedetta profuse le Sue benedizioni su questi

due fratelli. In vita, furono circondati dalla Sua grazia e dal

Suo favore; nella morte, furono commemorati nelle Sue

Tavole. La loro tomba è ad 'Akká. A loro saluti e lode. A loro

la gloria del Gloriosissimo, e la misericordia di Dio e la Sua

benedizione.

ÁQÁ ABU’L-QÁSIM DI SULTÁN-ÁBÁD

Un altro prigioniero fu Áqá Abu'l-Qásim di Sultán-Ábád,

compagno di viaggio di Áqá Faraj. I due erano modesti, leali,

incrollabili. Ravvivate che furono le loro anime dagli aliti

dello Spirito Fedele, dalla Persia accorsero ad Adrianopoli,

perché tale era l'implacabile ferocia dei malevoli che non

potevano più restare nelle loro case. A piedi, sciolti da ogni

legame, valicarono pianure e colline, facendosi strada fra

98 Il gurúsh o piastra turca del tempo equivaleva a quaranta para e un para

equivaleva a un nono di centesimo. Queste cifre sono approssimative.

157

acque impraticabili e sabbie deserte. Quante notti non dormirono,

perché si trovavano all'aperto senza saper dove posare il

capo, senza nulla da mangiare o da bere, senza giaciglio se

non la nuda terra, senza cibo tranne le erbe del deserto. Bene o

male si trascinarono avanti e riuscirono a raggiungere

Adrianopoli. Ebbero la ventura di arrivare durante gli ultimi

giorni in quella città, furono fatti prigionieri assieme agli altri

e andarono nella Più Grande Prigione in compagnia di

Bahá’u’lláh.

Abu’l-Qásim s'ammalò gravemente di tifo e morì quasi

contemporaneamente ai due fratelli Muhammad-Báqir e

Muhammad-Ismá'íl e le sue pure spoglie furono sepolte alla

periferia di 'Akká. La Bellezza Benedetta esternò

approvazione per lui e tutti gli amici si dolsero per le sue

afflizioni e lo compiansero. A lui la Gloria del Gloriosissimo.

ÁQÁ FARAJ

In tutti questi stenti, Áqá Faraj fu compagno di Abu'l-

Qásim. La prima volta che nell'Iráq persiano udì il tumulto

causato dall'Avvento della Più Grande Luce, tremò e fremette,

batté le mani, gridò esultante e accorse in 'Iráq. Sopraffatto

dalla gioia, giunse alla presenza del suo santo Signore. Fu

align=left>accolto nell'amorevole sodalizio e beato ricevette l'onore di

servire Bahá’u’lláh. Poi fece ritorno, recando la novella a

Sultán-Ábád.

158

Qui i malevoli erano in agguato, scoppiarono tumulti, col

risultato che il santo Mullá-Báshí e altri credenti che non avevano

align=left>nessuno che li difendesse furono abbattuti e messi a

morte. Allora Áqá Faraj e Abu'l-Qásim, che si erano dati alla

macchia, accorsero ad Adrianopoli, per cadere alla fine assieme

agli altri e al loro Amato nella prigione di 'Akká.

Áqá Faraj ebbe poi l'onore di servire l'Antica Bellezza.

Servì sempre presso la Santa Soglia e fu una consolazione per

gli amici. Durante i giorni di Bahá’u’lláh, fu per Lui fedele

servitore e per i credenti amico intimo e così fu dopo la

dipartita di Bahá’u’lláh: rimase fedele al Patto e nel dominio

dell'asservimento si erse quale palma svettante; uomo nobile,

superiore, paziente nelle crudeli avversità, contento in ogni

circostanza.

Forte nella fede e nella devozione, abbandonò questa vita e

rivolse il viso verso il Regno di Dio, per divenire oggetto di

perpetua grazia. A lui la misericordia e il compiacimento di

Dio, nel Suo Paradiso. Saluti a lui e lodi nei pascoli del Cielo.

LA CONSORTE DEL RE DEI MARTIRI

Fra le donne che lasciarono la patria vi fu la dolente

Fátimih99 Begum, la vedova del Re dei martiri. Fu una santa

foglia dell'Albero di Dio. Fin dalla prima giovinezza fu

assediata da innumerevoli cimenti. Dapprima vi fu il disastro

che colpì il suo nobile padre nei dintorni di Badasht, quando,

dopo terribili sofferenze, egli morì in un caravanserraglio

99 L’accento cade sulla prima sillaba: Fà-te-me.

159

deserto, morì malamente, indifeso e lontano da casa.

La bambina rimase orfana e nell'indigenza, finché per grazia

di Dio, divenne moglie del Re dei martiri. Ma essendo egli

noto dappertutto come bahá’í, appassionato amante di

Bahá’u’lláh, uomo inebriato ed entusiasta, e poiché Násiri'd-

Dín Sháh era assetato di sangue - i nemici erano in agguato e

ogni giorno lo denunciavano e calunniavano, davano inizio a

un nuovo clamore e imbastivano una nuova cattiveria. Per

questa ragione la sua famiglia non fu mai per un solo giorno

certa della propria sicurezza, ma visse nell'angoscia momento

per momento, prevedendo e temendo l'ora del suo martirio.

Ecco una famiglia, nota dappertutto come bahá’í; i loro

nemici, tiranni dal cuore di pietra; il governo inesorabile,

sempre contro di loro; il Sovrano regnante avido di sangue.

È ovvio quale fosse la vita di questa famiglia. Ogni giorno

c'era un nuovo incidente, un ulteriore tumulto, un'altra rivolta,

e non potevano mai tirare un respiro di sollievo. Poi egli fu

align=left>martirizzato. Il Governo si mostrò così brutale e selvaggio che

la razza umana pianse e tremò. Tutti i suoi possedimenti

furono depredati e saccheggiati e alla sua famiglia mancò

anche il pane quotidiano.

Fátimih passò le notti a piangere; finché non spuntava l'alba,

le sue sole compagne erano le lacrime. Ogni volta che

guardava i figli, sospirava, consumandosi nello struggente

dolore come un cero. Ma poi ringraziava Dio e diceva: "Sia

lodato il Signore, queste agonie, queste sorti spezzate sono per

Bahá’u’lláh, per amor Suo". Ricordava la famiglia indifesa

del martirizzato Husayn e le calamità che essi ebbero il

privilegio di subire sulla via di Dio. E mentre rifletteva su

questi eventi, le batteva il cuore ed esclamava: "Sia lodato

Iddio! Anche noi siamo diventati compagni della Famiglia del

Profeta!”.100

100 Del martirio dell’Imam Husayn e della sorte della sua Famiglia Gibbon

scrive che “in ère e climi distanti la tragica scena … risveglia la

compassione del lettore più freddo”.

160

Trovandosi la famiglia in tali angustie, Bahá’u’lláh disse

loro di venire nella Più Grande Prigione sì che, protetti in questi

recinti di abbondante grazia, fossero ricompensati di tutto

quello che avevano passato. Qui per un po' di tempo, ella

visse felice, grata, lodando Iddio. E anche se il figlio del Re

dei martiri, Mírzá 'Abdu'l-Husayn morì in prigione, pure la

madre, Fátimih, accettò, si rassegnò alla volontà di Dio, non

align=left>sospirò né pianse e non si abbandonò al cordoglio. Non disse

parola per esprimere la sua pena.

Questa ancella di Dio fu infinitamente paziente, dignitosa e

riservata e sempre grata. Ma poi Bahá’u’lláh lasciò il mondo e

questa fu la suprema afflizione, l'estrema angoscia ed ella non

align=left>resistette più. Il colpo e il timore furono tali che langui sulla

terra come un pesce fuori dall'acqua, tremò e sussultò come se

tutto il suo essere fosse scosso, finché alla fine si accomiatò

dai figli e morì. Assurse nella misericordia protettrice di Dio e

fu immersa in un oceano di luce. A lei saluti e lode,

compassione e gloria. Iddio addolcisca la sua tomba con le

effusioni della Sua celeste misericordia; onori la sua dimora

all'ombra del divino Albero di Loto.101

101 Il Sadratu’l-Muntahá, tradotto anche Albero di Sidrah che segna il

confine e Albero di Loto dell’estremità. Cfr. Corano LIII, 14. Si dice

che si erga nel punto più alto del Paradiso e che segni il luogo oltre il

quale né uomini né angeli possono passare. Nella terminologia bahá’í si

riferisce alla Manifestazione di Dio.

161

SHAMS-I-DUHÁ

Khurshíd Begum, cui fu dato il titolo Shams-i-Duhá,102

Sole del Mattino, era la suocera del Re dei martiri. Questa eloquente,

appassionata ancella di Dio era cugina, da parte di

padre, del famoso Muhammad-Báqir di Isfáhán, onoratissimo

primate degli 'ulamá della città. Perse ancora bambina

entrambi i genitori, fu allevata dalla nonna in casa di quel

famoso e dotto mujtahid e ricevette un'ottima istruzione nelle

varie branche del sapere, in teologia, scienze e arti.

Cresciuta, fu data in sposa a Mírzá Hádíy-i-Nahrí. Essendo

lei e il marito, entrambi fortemente attratti dagli insegnamenti

mistici del grande luminare, l'eccellente e insigne Siyyid

align=left>Kázim-i-Rashtí,
103 partirono per Karbilá, accompagnati dal

fratello di Mírzá Hádí, Mírzá Muhammad-'Alíy-i-Nahrí.104

frequentarono le classi del Siyyid, assimilandone la dottrina,

così che quell'ancella divenne profonda conoscitrice dei temi

relativi alla Divinità, delle Scritture e dei loro reconditi

significati. La coppia ebbe due figli, una ragazza e un ragazzo;

al ragazzo fu dato nome Siyyid 'Alí e alla ragazza Fátimih

Begum, colei che, divenuta adolescente, fu maritata al Re dei

martiri.

102 Si pronuncia Sciam-se-Zohà.

103 Precursore del Báb e cofondatore della Scuola Shaykhí. Vedi glossario.

104 Sua figlia, divenne poi la consorte di ‘Abdu’l-Bahá. Cfr. Dio passa nel

mondo, p. 132 e Gli Araldi dell’Aurora, p. 433.

162

Shams-i-Duhá si trovava a Karbilá quando l'eccelso

Signore lanciò l'appello a Shiráz e rispose: "Sì, lo sei!".

Quanto al marito e al cognato, partirono immediatamente per

Shiráz, poiché, visitando il santuario dell'Imám Husayn,

avevano entrambi mirato la Beltà del Punto Primo, il Báb, ed

erano rimasti attoniti innanzi a ciò che avevano veduto in quel

volto sfolgorante, in quegli attributi e modi celestiali, ed erano

concordi nel convincimento che Uno così, certo, doveva

essere persona molto grande. Pertanto, come furono informati

del Suo appello divino, risposero: "Sì, lo sei!" e

s'infiammarono di bramoso amor di Dio. Inoltre erano stati

presenti tutti i giorni nel santo luogo dove il defunto Siyyid

insegnava e l'avevano chiaramente udito dire: "L'Avvento è

vicino, la cosa più delicata e inafferrabile. È doveroso che

ciascuno indaghi e cerchi, perché il Promesso potrebbe essere

presente fra gli uomini già ora, già ora visibile, mentre tutti

attorno a Lui ne sono ignari, immemori, con gli occhi bendati,

come le sacre tradizioni hanno predetto".

Giunti in Persia, i due fratelli seppero che il Báb era andato

alla Mecca in pellegrinaggio. Perciò Siyyid Muhammad-’Alí

partì per Isfáhán e Mírzá Hádí tornò a Karbilá. Shams-i-Duhá

era divenuta nel frattempo amica dell' "Usignolo del

Paradiso", la sorella di Mullá Husayn, il Bábu'l-Báb.105

Attraverso quella signora aveva incontrato Táhirih, Qurratu'l-

'Ayn,106 e in loro compagnia aveva incominciato a dedicare la

maggior parte del suo tempo all'insegnamento della Fede.

Essendo i primi giorni della Causa, la gente non ne aveva

ancora paura. Shams trasse immenso giovamento dal suo

sodalizio con Táhirih, infervorandosi nella Fede più che mai.

Trascorse tre anni a Karbilá in sua stretta compagnia. Notte e

giorno fu come un mare agitato dai nembi del

Misericordiosissimo e insegnò con eloquenza.

105 “Porta della Porta”, uno dei titoli di Mullá Husayn, il primo credente

nel Báb. Quanto alla sorella, Cfr. Gli araldi dell’aurora, p. 362, nota 12.

106 “Consolazione degli occhi”.

163

Divenuta Táhirih famosa in tutta Karbilá e sparsasi la

Causa dell'Eccelsa Santità il Báb per tutta la Persia, gli 'ulamá

dell'ultima ora insorsero a contrastarla, denigrarla e

distruggerla. Emisero un fatvá, un verdetto, che invocava un

massacro generale. Táhirih fu, con altri, considerata

miscredente dai malvagi ‘ulamá e si pensò erroneamente che

si trovasse in casa di Shams-i-Duhá. Fecero irruzione nella

casa di Shams, l'accerchiarono, la maltrattarono, la

ingiuriarono e la malmenarono brutalmente. La trascinarono

fuori di casa per le strade fino al bazar, la colpirono con

bastoni e pietre, la ingiuriarono con turpe linguaggio,

aggredendola ripetutamente. Mentre ciò accadeva, giunse sul

posto Hájí Siyyid Mihdí, padre del suo illustre consorte.

"Questa donna non è Táhirih!" gridò loro. Ma non aveva

testimoni per dimostrarlo107 e i farrash la polizia e la folla non

volevano desistere. Poi, tra gli schiamazzi, si senti strillare:

"Hanno arrestato Qurratu'l-'Ayn!". Allora, la gente lasciò

Shams-i-Duhá.

Mentre le autorità aspettavano istruzioni da Baghdád e

Costantinopoli, le sentinelle piazzate davanti alla porta dell'abitazione

di Táhirih non permettevano ad alcuno di uscire o di

entrare. Prolungandosi l'attesa, Táhirih chiese licenza di

partire per Baghdád. "Lasciateci andare di persona" disse.

"Siamo rassegnate a tutto. Qualunque cosa ci accada sarà la

migliore e la più gradita". Con un salvacondotto del governo,

Táhirih, l'Usignolo del Paradiso, la madre di lei e Shams-i-

Duhá partirono da Karbilá alla volta di Baghdád. Per un lungo

tratto una sinuosa fiumana di persone le seguì, bersagliandole

dappresso con una fitta sassaiola.

Giunte a Baghdád, andarono a vivere nella casa di Shaykh

Muhammad-i-Shibl, padre di Muhammad-Mustafá; e poiché

molti ne affollavano le porte, vi fu gran tumulto in tutto il

quartiere, così che Táhirih si trasferì altrove, in un proprio

107 Le donne persiane del tempo andavano in pubblico coperte da un

pesante velo.

164

alloggio, dove insegnò la Fede e proclamò la Parola di Dio

incessantemente. Là vennero ad ascoltarla 'ulamá, shaykh e

altri, facendole domande e ricevendo le sue risposte e giacché

align=left>spiegava i temi teologici più oscuri e più sottili, divenne ben

presto famosissima in tutta la città.

Avutone sentore, le autorità governative trasferirono Táhirih,

Shams-i-Duhá e l'Usignolo nella casa del Muftí e li

rimasero tre mesi, finché non arrivarono da Costantinopoli

istruzioni sul loro caso. Durante la permanenza nella casa del

Muftí, Táhirih dedicò la maggior parte del suo tempo a

conversare con lui, a produrre prove convincenti sugli

Insegnamenti, ad analizzare e spiegare domande relative al

Signore Iddio, a dissertare sul Giorno della Resurrezione,

sulla Bilancia e sul Rendiconto,108 a dipanare i complicati

intrecci delle verità nascoste.

Un giorno si presentò il padre del Muftí e le maltrattò a

lungo e con violenza. Il Muftí, alquanto contrariato, incominciò

scusandosi per lui. Poi disse: "È arrivata la risposta per voi

da Costantinopoli. Il Sovrano vi ha lasciate libere, ma a patto

che usciate dai suoi reami". L'indomani mattina, esse lasciarono

la casa del Muftí e andarono ai bagni pubblici. Nel frattempo

Shaykh Muhammad-i-Shibl e Shaykh Sultán-i-'Arab

fecero i preparativi necessari per il viaggio; trascorsi tre

giorni, partirono da Baghdád; cioè Táhirih, Shams-i-Duhá,

l'Usignolo del Paradiso, la madre di Mírzá Hádí e alcuni

Siyyid di Yazd partirono per la Persia. Shaykh Muhammad si

accollò tutte le spese del viaggio.

Giunsero a Kirmánsháh, dove le donne alloggiarono in una

casa e gli uomini in un’altra. Il lavoro d'insegnamento proseguiva

sempre e, come se ne resero conto, gli 'ulamá ordinarono

che il gruppo fosse espulso. Al che il capo distretto penetrò

nella casa con un'orda di persone e saccheggiò le loro cose;

align=left>poi i viaggiatori furono caricati su howdah scoperte e scacciati

dalla città. Nel bel mezzo della campagna, i mulattieri li depo-

108 Corano VII, 8; XIV, 41; XXI, 47; LVII, 25 eccetera.

165

sitarono sulla nuda terra e se ne andarono, portando via gli

animali e le howdah e abbandonandoli senza cibo né bagagli,

senza un tetto sopra il capo.

Allora Táhirih spedì una lettera al Governatore di

Kirmánsháh. "Eravamo viaggiatori" scrisse "ospiti della

vostra città. 'Onora l'ospite, fosse pure un miscredente' dice il

Profeta. Ora, è giusto che un ospite debba essere così beffato e

derubato?". Il Governatore ordinò che la refurtiva fosse recuperata

e restituita tutta ai proprietari. Perciò anche i mulattieri

ritornarono, risistemarono i viaggiatori sulle howdah, che

align=left>proseguirono per Hamadán. Le dame di Hamadán, perfino le

principesse, andarono ogni giorno a far visita a Táhirih, che

rimase nella città per due mesi.109 Là ella congedò alcuni dei

compagni di viaggio, perché potessero far ritorno a Baghdád;

ma gli altri l'accompagnarono fino a Qazvín.

Durante il viaggio si avvicinarono alcuni cavalieri, parenti

di Táhirih, cioè i suoi fratelli. Dissero: "Siamo venuti per

ordine di nostro padre per portarla via, da sola." Ma Táhirih si

rifiutò di seguirli e perciò il gruppo rimase tutto unito, fino

all'arrivo a Qazvín. Qui Táhirih andò nella casa paterna e gli

amici, quelli che erano venuti a cavallo e quelli che erano

venuti a piedi, si sistemarono in un caravanserraglio. Mírzá

Hádí, il marito di Shams-i-Duhá, era andato a Máh-Kú, per far

visita al Báb. Al ritorno, attese l'arrivo di Shams a Qazvín; poi

la coppia partì per Isfáhán e, quando furono arrivati, Mírzá

Hádí proseguì per Badasht. In quel borgo e nelle sue

vicinanze egli fu aggredito, tormentato, preso a sassate e

sottoposto a tali maltrattamenti che alla fine in un

caravanserraglio diroccato morì. Suo fratello, Mírzá

Muhammad-’Alí, lo seppellì là, sul ciglio della strada.

Shams-i-Duhá rimase a Isfáhán. Trascorse i suoi giorni e le

sue notti nel ricordo di Dio e insegnando la Sua Causa alle

donne della città. Aveva il dono dell'eloquenza, i suoi discorsi

erano meravigliosi. Fu molto onorata dal fior fiore delle

109 Cfr. Nabil, Gli Araldi dell’Aurora, capitolo XV.

166

donne di Isfáhán, celebrata per la devozione, la religiosità, la

purezza di vita. Incarnazione di castità, trascorreva tutte le sue

ore recitando le Sacre Scritture, o spiegando i Testi, o

delucidando i più complessi temi spirituali, o spargendo i

dolci aromi di Dio.

Fu per queste ragioni che il Re dei martiri sposò la sua

onorata figlia e divenne suo genero. E quando Shams andò ad

abitare nella sua casa principesca, giorno e notte la gente fece

ressa alle sue porte, e fu un continuo andirivieni delle più

nobili dame della città, conosciute o sconosciute, vicine e lontane.

Tanto ardeva d'amore di Dio e con tale trasporto ed

entusiasmo Ne proclamava la Parola, che divenne nota tra i

non credenti come Fátimih, la Luminosa Signora dei

bahá’í.110

E così passò il tempo, e venne il giorno in cui la "Serpe" e

il "Lupo" cospirarono assieme ed emanarono un decreto, un

align=left>fatvá, che condannava a morte il Re dei martiri. Presero anche

segreti accordi con il Governatore della città, per poter insieme

saccheggiare, depredare e carpire l'immenso tesoro ch'egli

possedeva. Poi anche lo Sciá si alleò con quelle due belve e

ordinò che il sangue dei due fratelli, il Re dei martiri e

l'Amato dei martiri, fosse versato. Senza una parola

d'avvertimento, quegli spietati, la Serpe, il Lupo e i loro

brutali farrásh e sbirri, attaccarono; incatenarono i due fratelli,

li trascinarono in prigione, ne saccheggiarono le dimore

sontuosamente arredate, ne razziarono tutti i beni e non

risparmiarono nessuno, neppure i lattanti. Torturarono,

imprecarono, insultarono, beffeggiarono, malmenarono i

parenti e gli altri della casa delle vittime, senza mai fermarsi.

A Parigi, lo zillu's-Sultán,111 giurando sul suo onore

110 È un riferimento a Fátimih, la figlia di Muhammad, “la Luminosa

align=left>Signora, fulgida e bella di volto”.

111 Figlio maggiore dello Scià e governatore di oltre due quinti del regno.

Ratificò la sentenza di morte. Poco dopo questi eventi, cadde in

disgrazia. Cfr. Dio passa nel mondo, pp. 206-9.

167

che stava dicendo la verità, raccontò: "Più volte ammonii quei

due grandi figli della Casa del Profeta, ma invano. Alla fine

una notte li convocai e con estrema urgenza dissi loro con

tante parole: 'Signori, lo Sciá vi ha condannati a morte tre

volte. I suoi farmán continuano ad arrivare. Il decreto è

perentorio e non vi resta aperta che una strada: discolparvi e

maledire la vostra Fede in presenza degli 'ulamá'. La loro

risposta fu: 'Yá Bahá'u'l-Abhá! O Gloria del Gloriosissimo!

Siano sacrificate le nostre vite!' Infine acconsentii a che non

maledicessero la loro Fede. Dissi che tutto ciò che si

richiedeva loro era di dichiarare: 'Non siamo bahá’í'. 'Queste

poche parole' spiegai ‘saranno sufficienti, perché possa

scrivere un rapporto allo Sciá; e sarete salvi’ ‘È impossibile’

risposero ‘perché noi siamo bahá’í. O Gloria del

Gloriosissimo, i nostri cuori anelano al martirio! Yá Bahá'u'l-

Abhá!’. Allora m'infuriai e cercai con le maniere forti di

costringerli ad abiurare, ma non ci fu verso. Il decreto della

Serpe e del Lupo, quei rapaci, e gli ordini dello Sciá furono

eseguiti".

Dopo che i due furono martirizzati Shams-i-Duhá inseguita

dovette rifugiarsi in casa del fratello. Benché non fosse credente,

egli aveva in Isfáhán reputazione di persona retta, pia e

religiosa, un erudito, un asceta che viveva appartato come un

eremita; per questo tutti lo stimavano e si fidavano di lui. Ella

si sistemò presso di Lui, ma il Governatore non abbandonò le

ricerche, ne scoprì il rifugio e la convocò; anche i malvagi

'ulamá ci misero mano, facendo lega con le autorità civili. Il

fratello fu quindi costretto ad accompagnare Shams-i-Duhá in

casa del Governatore. Mentre ella veniva condotta nel gineceo,

egli rimase fuori. Il Governatore si presentò alla porta e

la percosse e la calpestò così selvaggiamente ch'ella svenne.

Poi sbraitò alla moglie; "Principessa! Principessa! Vieni qui!

Dà uno sguardo a questa Luminosa Signora dei bahá’í!".

Le donne la sollevarono e la trasportarono in una delle

stanze. Intanto il fratello, sbigottito, aspettava fuori della residenza.

Alla fine cercò di ammansire il Governatore, dicendo:

168

"Questa mia sorella è stata così rudemente malmenata, che è

in punto di morte. A che pro trattenerla qui? Non ha più speranze

ormai. Col vostro permesso la riporto a casa mia:

meglio lasciarla morire là, piuttosto che qui, perché dopo tutto

è una discendente del Profeta, del nobile lignaggio di

Muhammad, e non ha fatto alcun male. Nulla è contro di lei,

se non la parentela con il genero". Il Governatore rispose: "È

una delle grandi maestre ed eroine dei bahá’í. Susciterà altri

disordini". Il fratello ribatté: 'Vi prometto che non dirà

nemmeno una parola. Indubbiamente in pochi giorni sarà già

morta. Il suo corpo è fragile e debole, quasi senza vita e ha

subito gravissimi danni".

Poiché nobili e popolani avevano per lui grande fiducia e

rispetto, il Governatore affidò Shams-i-Duhá alla sua custodia

e la lasciò andare. Per breve tempo ella visse in quella casa, in

gemiti, doglianze e lacrime e nel cordoglio dei suoi morti. Ma

il fratello non si sentiva tranquillo e i nemici non le davano

pace: ogni giorno c'erano nuovi schiamazzi e tafferugli. Da

ultimo il fratello stimò più saggio portare Shams lontano, in

pellegrinaggio a Mashhad nella speranza che il fuoco della

sedizione si spegnesse.

Andarono a Mashhad e si sistemarono in una casa libera

nei pressi del Mausoleo dell'Imám Ridá.112

Da uomo pio qual era, il fratello usciva tutte le mattine per

visitare il Santuario e lì si tratteneva, immerso in preghiera,

fin quasi a mezzogiorno. Anche dopo pranzo correva al Santo

Luogo e pregava fino a sera. Essendo la casa vuota Shams-i-

Duhá si mise in contatto con diverse credenti e incominciò a

frequentarle; e giacché l'amore di Dio ardeva veemente nel

suo cuore, non riuscì a tacere, sì che nelle ore di assenza del

112 L’ottavo Imám, avvelenato per ordine del califfo Ma’múm, nel 203

A.H., dopo che era stato ufficialmente designato erede del Califfo. Il

suo mausoleo, dalla cupola dorata, è stato chiamato gloria del mondo

sciita. Secondo la tradizione il Profeta disse: “Una parte del mio corpo

dev’essere sepolta nel Khurásán”.

169

fratello quel luogo si animava. Vi affluivano le donne bahá’í,

che assimilavano i suoi discorsi lucidi ed eloquenti.

In quei giorni la vita a Mashhad era dura per i credenti, con

i malevoli sempre all'erta, che uccidevano al minimo sospetto.

Non v'era né sicurezza né pace. Ma Shams-i-Duhá non poté

trattenersi: malgrado tutte le terribili prove subite, ignorò il

pericolo, pronta a gettarsi tra le fiamme o in mare. Il fratello,

che non frequentava nessuno, non sapeva nulla di quello che

stava succedendo. Giorno e notte non faceva altro che uscire

di casa per recarsi al Santuario e poi dal Santuario ritornava a

casa; era isolato, non aveva amici e non parlava con nessuno.

Nondimeno arrivò il giorno in cui vide la città in tumulto e

capì che sarebbe finita molto male. Uomo pacato e taciturno

qual era, non redarguì la sorella; si limitò a portarla via da

Mashhad senza far motto e ritornarono a Isfáhán. Qui, non

volendo più ospitarla sotto il suo tetto, la mandò dalla figlia,

la vedova del Re dei martiri.

E così Shams-i-Duhá era rientrata a Isfáhán, dove

coraggiosamente insegnò la Fede e sparse i dolci aromi di

Dio. L'impetuoso amore divampava tanto nel suo cuore da

costringerla a parlare ogni qual volta trovava orecchie

disposte ad ascoltare. E allorché fu chiaro che ancora una

volta la famiglia del Re dei martiri stava per essere colta da

calamità e che si trovavano in grandi afflizioni in Isfáhán,

Bahá'u'lláh desiderò ch'essi venissero nella Più Grande

Prigione. Shams-i-Duhá giunse in Terra Santa con la vedova e

i figli del Re dei martiri. Stavano qui trascorrendo giorni

felici, quando il figlio del Re dei martiri, Mírzá 'Abdu'l-

Husayn, in seguito ai gravi patimenti cui era stato sottoposto a

align=left>Isfáhán, s'ammalò di tubercolosi e ne morì ad 'Akká.

Nel cuore di Shams-i-Duhá c'era un gran peso: pianse la

sua mancanza, si consunse di nostalgia per lui e tutto fu assai

più difficile perché proprio allora sopravvenne la Suprema

Afflizione, il massimo tormento. Le fondamenta della sua vita

ne furono scosse; come un cero fu consumata dal dolore.

S’indebolì tanto che, non potendosi più muovere, fu costretta

170

a letto. Eppure non riposava mai, non taceva mai. Parlava

di giorni ormai trascorsi, di cose accadute nella Causa, o

declamava le Sacre Scritture, o innalzava suppliche, o cantava

preghiere, finché dalla Più Grande Prigione spiccò il volo

verso il mondo di Dio. Abbandonò questo polveroso abisso di

align=left>perdizione per una terra immacolata; riposte le sue cose, si

recò nella terra delle luci. A lei saluti e lode e, nell'asilo della

compassione del suo Signore onnipotente, infinita

misericordia.

Egli è Dio!

align=left>Tu vedi, o mio Signore, l'assemblea dei Tuoi amati, la

compagnia dei Tuoi amici, riunita presso i recinti della Tua

Tomba che a tutto basta e nelle vicinanze del Tuo eccelso

giardino, in un giorno fra i giorni della Tua Festa di Ridván -

il tempo benedetto in cui albeggiasti sul mondo, riversandovi

le luci della Tua santità e spargendo i fulgidi raggi della Tua

unicità e uscisti da Baghdád, con una maestà e una possanza

che avvolse l'intera umanità, con una gloria che fece cadere

tutti prosternati davanti a Te, che fece sì che tutte le teste si

chinassero, tutti i colli si piegassero e tutti gli sguardi si

abbassassero. Essi Ti rammentano e Ti menzionano, i petti

rallegrati dalle luci delle Tue elargizioni, le anime ristorate

align=left>dalle prove dei Tuoi doni, innalzando la Tua lode, volgendo il

viso verso il Tuo Regno, supplicando umilmente i Tuoi

eccelsi Reami.

Sono qui riuniti per commemorare la Tua fulgida e santa

ancella, foglia del Tuo verde Albero del Cielo, luminosa

realtà, essenza spirituale, che sempre implora la Tua tenera

compassione. Ella nacque fra le braccia della saggezza divina

e fu allattata al petto della certezza; fiorì nella culla della fede

e gioì nel seno del Tuo amore, o misericordioso, o

compassionevole Signore! E crebbe fino a maturità in una

casa da cui esalavano i dolci aromi dell’unità. Ma ancor

fanciulla, il dolore la colse sulla Tua via e la sfortuna la assalì,

171

o Elargitore, e nella sua gioventù indifesa bevve dalla coppa

del cordoglio e del dolore, per amore della Tua bellezza, o

Perdonatore!

Tu conosci, o mio Dio, le calamità che sopportò gioiosamente

nella Tua via, le prove che affrontò nel Tuo amore, il

volto radiante di gioia. Quante notti, mentre altri giacevano a

letto in dolce riposo, ella vegliò, supplicando umilmente il

Tuo celeste Reame. Quanti giorni trascorse la Tua gente al

sicuro nella cittadella della Tua protettiva sollecitudine,

mentre il suo cuore era tormentato da ciò che era accaduto ai

Tuoi santi.

O mio Signore, i giorni e gli anni passarono, e ogni qual

volta vedeva la luce del mattino piangeva sui dolori dei Tuoi

servi, e al cadere delle ombre della notte gemeva e invocava e

bruciava in dolorosa angoscia per quel che era accaduto ai

Tuoi servitori. E si levò con tutta la sua forza per servirTi, per

implorare il Cielo della Tua misericordia, per supplicarTi in

umiltà e per posare il suo cuore in Te. Ed uscì velata in

santità, le vesti immacolate dalla natura della Tua gente, e si

unì in matrimonio con il Tuo servo al quale conferisti i Tuoi

più ricchi doni, nel quale rivelasti le insegne della Tua

sconfinata misericordia, il cui volto facesti rifulgere di luce

imperitura nel Tuo gloriosissimo Reame. Sposò colui che Tu

alloggiasti nell'assemblea del ricongiungimento, unito alla

Schiera eccelsa, colui cui facesti mangiare ogni cibo

celestiale, colui sul quale riversasti le Tue benedizioni, al

quale conferisti il titolo di Re dei Martiri.

E abitò per alcuni anni sotto la protezione della Luce manifesta,

e con tutta l'anima servi alla Tua santa e luminosa

Soglia, preparando cibi e un luogo di riposo e giacigli per tutti

i Tuoi amati che arrivavano, e non ebbe altra gioia che questa.

Era modesta e umile davanti a ciascuna delle Tue ancelle,

deferente con tutte, servendole tutte col cuore, l'anima e tutto

il suo essere, per amore della Tua bellezza, e cercando di ottenere

il Tuo compiacimento. Finché la sua casa non fu conosciuta

col Tuo nome e la fama del marito non si sparse dap172

pertutto, come di uno che apparteneva a Te, e la Terra di Sád

(Isfáhán) tremò ed esultò di gioia, per le continue benedizioni

provenienti da questo Tuo possente paladino, e la profumata

verzura del Tuo sapere e le rose della Tua munificenza

incominciarono a sbocciare e una grande moltitudine fu condotta

alle acque della Tua misericordia. Poi Tue creature ignobili

e ignoranti insorsero contro di lui e con tirannia e malizia

sentenziarono la sua morte e con dura oppressione, ingiustamente

versarono il suo sangue immacolato. Sotto la spada

fiammeggiante quel nobile uomo Ti gridò: "Lode a Te, o mio

Dio, ché nel Giorno Promesso mi hai aiutato a ottenere questa

grazia manifesta; ché hai arrossato la polvere con il mio sangue,

sparso sulla Tua via, sì che produca fiori vermigli. Tuoi il

favore e la grazia di concedermi questo dono che desideravo

più di ogni cosa al mondo. Grazie a Te Che mi soccorresti e

mi confermasti e mi desti da bere da questa coppa il cui licore

fu miscelato di Canfora113 - il Giorno della Manifestazione,

per mano del coppiere del martirio, nell'assemblea delle

align=left>delizie. In verità Tu sei il Pieno di grazia, il Generoso,

l'Elargitore".

E dopo che l'ebbero ucciso, invasero la sua principesca

dimora. Attaccarono come lupi predatori, come leoni a caccia,

e saccheggiarono e depredarono e rubarono, impadronendosi

dei ricchi mobili, degli ornamenti e dei gioielli. Allora ella si

trovò in grave pericolo, lasciata coi frammenti del suo cuore

spezzato. Questo violento assalto ebbe luogo quando si

diffuse la notizia del suo martirio e i bambini gridarono

mentre il panico colpiva i loro cuori; essi gemettero ed ella

pianse e da quella splendida dimora si levarono lamenti di

cordoglio, ma non v'era nessuno a piangere per loro, nessuno

a compatirli. E invece attorno a loro si addensò la notte della

tirannia e il fiammeggiante Inferno dell'ingiustizia divampò

più rovente che mai; non vi fu tormento che i malfattori le

align=left>risparmiassero, né agonia che non le infliggessero. E questa

113 Corano LXXVI, 5.

173

santa foglia rimase, ella e i suoi figlioli, nelle grinfie degli

oppressori, affrontando la malvagità degli immemori, senza

nessuno che facesse loro da scudo.

E passarono giorni in cui sue uniche compagne furono le

lacrime e suoi amici i lamenti; in cui fu esposta all'angoscia e

non ebbe altro amico che il dolore. Eppure in queste sofferenze,

o mio Signore, non cessò di amarTi; non Ti abbandonò,

o mio Diletto, in queste prove infocate. Sebbene i disastri si

succedessero l'un l'altro, pur circondata da tribolazioni, sopportò

tutto pazientemente, per lei erano doni e favori Tuoi, e

in tutta quella pesante agonia, o Signore dei nomi più belli,

sulle sue labbra vi fu la Tua lode.

Poi abbandonò focolare, riposo, rifugio e asilo e presi i

suoi piccoli, come gli uccelli, volò fino a questa Terra fulgida

e santa, per fare qui il nido e cantare la Tua lode come fanno

gli uccelli, e dedicarsi al Tuo amore con tutte le sue forze, e

servirTi con tutto il suo essere, la sua anima, il suo cuore. Era

umile di fronte alle Tue ancelle, modesta davanti a ogni foglia

del giardino della Tua Causa, occupata nel Tuo ricordo,

align=left>distaccata da tutto fuorché Te.

E all'alba si levavano i suoi gemiti e nella notte e nel luminoso

mezzogiorno si udivano i dolci accenti del suo canto,

finché non ritornò a Te e non s'involò verso il Tuo Regno;

andò a cercare il riparo della Tua Soglia e si librò nel Tuo

cielo eterno. O mio Signore, ricompensala con la

contemplazione della Tua bellezza, alimentala alla mensa

della Tua eternità, dalle una casa vicino a Te, sostienila nei

giardini della Tua santità come vuoi e come ti piace; benedici

la sua dimora, tienila al sicuro nell'ombra del Tuo Albero

celeste; guidala, o Signore, nei padiglioni della Tua divinità,

fa' di lei uno dei Tuoi segni, una delle Tue luci.

In verità Tu sei il Generoso, l'Elargitore, il Perdonatore, il

Misericordiosissimo.

174

TÁHIRIH

Donna casta e santa, segno e pegno d'insuperata bellezza,

spada fiammeggiante d'amor di Dio, lampada della Sua

elargizione, fu Jináb-i-Táhirih.114 Si chiamava Umm-Salmá;

era figlia di Hájí Mullá Sálih, mujtahid di Qazvín, e suo zio

align=left>paterno era Mullá Taqí, l'Imám-Jum'ih o colui che guidava le

preghiere nella moschea cattedrale della città. Fu sposata a

Mullá Muhammad, figlio di Mullá Taqí e dette alla luce tre

figli, due maschi e una femmina; tutti e tre furono privi della

grazia che avvolse la loro madre e non riconobbero la verità

della Causa.

Quando era ancora bambina il padre le scelse un maestro

ed ella studiò vari rami del sapere e delle arti, conseguendo

notevole abilità nelle attività letterarie. Tali erano la sua cultura

e i suoi successi che spesso il padre si rammaricava,

align=left>dicendo:

"Se fosse stata un ragazzo, avrebbe dato lustro alla mia

casa e mi sarebbe succeduta!".115

Un giorno era ospite in casa di Mullá Javád, suo

cugino da parte di madre, e nella sua biblioteca trovò

alcuni scritti di Shaykh Ahmad-i-Ahsá'í.116 Deliziata da

quello che questi diceva, Táhirih li chiese a prestito

114 Si pronuncia Tà-he-re.

115 Cfr. Gli Araldi dell’Aurora, p. 76, nota 35 e p. 266, nota 20. Alcune

righe, là tradotte da Shoghi Effendi, sono state qui incorporate.

116 Precursore del Báb e primo dei due fondatori della scuola Shaykhí.

Vedi glossario.

175

per portarli a casa. Mullá Javád rifiutò seccamente dicendole:

align=left>"Tuo padre è nemico delle Due Luminose Luci, Shaykh

Ahmad e Siyyid Kázim. Se mai si sognasse che ti sei

imbattuta in una sola parola di quei due grandi, in una

fragranza del giardino di quelle realtà, attenterebbe alla mia

vita e anche tu diverresti bersaglio della sua collera". Táhirih

align=left>rispose: "È da lungo tempo che desideravo, bramavo queste

spiegazioni, queste verità interiori. Dammi tutti i libri che hai

di questo genere. Non importa se mio padre andrà in collera".

Perciò Mullá Javád le mandò gli scritti dello Shaykh e del

Siyyid.

Una notte Táhirih incontrò il padre nella biblioteca e incominciò

a parlargli degli insegnamenti di Shaykh Ahmad.

Appena capì che la figlia conosceva le dottrine shaykhí, Mullá

Sálih manifestò la sua disapprovazione e gridò: "Javád ha

fatto di te un'anima perduta!". Táhirih rispose: "Il defunto

Shaykh era un vero sapiente di Dio e dalla lettura dei suoi

libri ho imparato un’infinità di verità spirituali. Inoltre egli

basa tutto quello che afferma sulle tradizioni dei Santi Imám.

Tu dici di essere sapiente mistico e uomo di Dio, consideri

sapiente e uomo molto pio il tuo rispettato zio, eppure in

align=left>nessuno di voi trovo traccia di tali qualità!".

Per qualche tempo continuò a discutere animatamente con

il padre, dibattendo temi come la Resurrezione e il Giorno del

Giudizio, l'Ascesa Notturna di Muhammad al Cielo, la

Promessa e la Minaccia e l'Avvento del Promesso.117 A corto

di argomentazioni, il padre ricorse a imprecazioni e insulti.

Poi una notte, a sostegno del suo assunto, Táhirih citò una

santa tradizione dell'Imám Ja'far-i-Sádiq,118 e poiché la

tradizione confermava quello che ella diceva, il padre scoppiò

a ridere, facendosene beffa. Táhirih disse: "Padre mio, queste

sono le parole del Santo Imám. Come puoi deriderle e

negarle?".

117 Corano XVII, 1; XXX, 56; L, 20 eccetera.

118 Il sesto Imám.

176

Da quel momento, cessò di discutere e disputare con il

padre. Nel frattempo ebbe con Siyyid Kázim una corrispondenza

segreta sulla soluzione di complessi problemi teologici

e così avvenne che il Siyyid le conferì il titolo "Consolazione

degli Occhi" (Qurratu'l-'Ayn); quanto al titolo Táhirih ("la

Pura"), le fu assegnato per la prima volta a Badasht e fu poi

approvato dal Báb e registrato nelle Tavole.

Táhirih si era infiammata. Partì per Karbilá, sperando di

incontrare Siyyid Kázim, ma arrivò troppo tardi: egli era trapassato

dieci giorni prima del suo arrivo in città. Non molto

tempo prima di morire il Siyyid aveva annunciato ai suoi

discepoli la lieta novella che l'Avvento promesso era

imminente. "Andate" aveva detto loro ripetutamente "e

cercate il vostro Signore". Così i suoi seguaci più illustri si

riunirono in ritiro e in preghiera, per digiunare e vegliare,

nella Masjid-i-Kúfih, mentre alcuni attesero l'Avvento a

Karbilá. Fra questi Táhirih, la quale digiunò di giorno, fece

align=left>esercizi spirituali e trascorse le notti a vegliare e cantare

preghiere. Una notte mentre l'alba si avvicinava, posò la testa

sul cuscino, perse coscienza di questa vita terrena e fece un

sogno; nella sua visione le apparve nei cieli un giovane, un

Siyyid, che indossava un manto nero e un turbante verde; si

librava nell'aria, recitava versetti e pregava con le mani alzate.

Ella subito memorizzò uno di quei versetti e quando si svegliò

lo trascrisse su un taccuino. Dopo che il Báb ebbe dichiarato

la Sua missione e che il Suo primo libro, "La Migliore delle

Storie",119 aveva incominciato a circolare, Táhirih un giorno

stava leggendo una parte del testo quando trovò lo stesso

align=left>versetto che aveva annotato dal sogno. Immediatamente cadde

in ginocchio e chinò la fronte a terra, rendendo grazie,

convinta che il messaggio del Báb era la verità.

119 L’ “Ahsanu’l-Qisas”, il commento del Báb sulla sura di Giuseppe, fu

detto il Corano dei bábí e tradotto in persiano da Táhirih. Cfr. Dio passa

nel mondo, pp. 22-3.

177

Questa buona notizia la raggiunse a Karbilá ed ella incominciò

subito a insegnare. Tradusse e spiegò "La Migliore

delle Storie", scrisse inoltre in persiano e in arabo, compose

odi e liriche, recitando umilmente le preghiere, anche quelle

facoltative e soprannumerarie. Quando i malvagi 'ulamá di

Karbilá ebbero sentore di tutto questo, e seppero che una

donna invitava la gente a una nuova religione, e ne aveva già

align=left>influenzato un numero considerevole, andarono dal

Governatore e sporsero una protesta ufficiale. In breve, le loro

accuse provocarono violenti attacchi contro Táhirih e sofferenze,

ch'ella accettò e per le quali rese lode e grazie. Quando

le autorità vennero a cercarla, prima aggredirono Shams-i-

Duhá, scambiandola per Táhirih. Ma non appena seppero che

Táhirih era stata arrestata, lasciarono andare Shams, perché

Táhirih aveva inviato al Governatore un messaggio che

diceva: Sono a tua disposizione. Non far male a nessun altro".

Il Governatore mise le guardie alla sua casa, e ve la

rinchiuse, e scrisse a Baghdád chiedendo istruzioni su come

comportarsi. Per tre mesi, ella visse in stato di assedio,

completamente isolata, la casa circondata dalle guardie. Non

avendo le autorità locali ancora ricevuto alcuna risposta da

Baghdád, Táhirih sottopose il proprio caso al Governatore

dicendo: "Non è giunta parola né da Baghdád né da

Costantinopoli. Di conseguenza ci recheremo di persona a

Baghdád ad aspettare la risposta". Il Governatore le dette il

permesso di partire, accompagnata da Shams-i-Duhá,

dall'Usignolo del Paradiso (la sorella di Mullá Husayn) e dalla

madre di lei. A Baghdád prima soggiornò nella casa di

Shaykh Muhammad, l'illustre padre di Áqá Muhammad-

Mustafá. Ma tale era la folla che le faceva ressa attorno che si

trasferì in un'altra residenza, impegnata giorno e notte a

divulgare la Fede e ad associarsi liberamente con gli abitanti

di Baghdád. Divenne pertanto celebre in tutta la città e vi fu

gran tumulto.

Táhirih ebbe anche una corrispondenza con gli 'ulamá di

Kázimayn; presentò loro prove inoppugnabili e quando l'uno

178

o l'altro le venivano davanti offriva argomenti convincenti.

Infine inviò un messaggio ai teologi sciiti, dicendo: "Se non

siete soddisfatti di queste prove definitive, vi sfido a un giudizio

per ordalia".120 Allora vi fu gran clamore fra i teologi e il

Governatore fu costretto a mandare Táhirih e le sue compagne

nella casa di Ibn-i-Álúsí, il muftí di Baghdád. Qui rimase

circa tre mesi, in attesa di notizie e istruzioni da

align=left>Costantinopoli. Ibn-i-Álúsí la impegnava in dotte

conversazioni, venivano fatte domande e date risposte ed egli

non negava quello che lei aveva da dire.

Un giorno il muftí le raccontò un sogno e le chiese di spiegargliene

il significato. Disse: "In sogno ho visto gli 'ulamá

sciiti che arrivavano nella santa tomba dell'Imám Husayn, il

Principe dei Martiri. Toglievano la barriera che la chiude e

aprivano la bara risplendente, sì che il corpo immacolato si

trovò esposto agli sguardi. Cercavano di esumare le sante spoglie,

ma io mi gettai sulla salma e li cacciai via". Táhirih

rispose: "Ecco il significato del tuo sogno: sei sul punto di

liberarmi dalle mani dei teologi sciiti". "Anch'io l'ho

interpretato così disse Ibn-i-Álúsí.

Avendo egli scoperto che era versata nei temi della dottrina,

nei sacri commentari e nei Testi, i due discutevano spesso;

lei parlava di temi come il Giorno della Resurrezione, la

Bilancia e il Sirát,121 e lui non cambiava discorso.

Poi una notte il padre di Ibn-i-Álúsí si recò in casa del

figlio. Ebbe un incontro con Táhirih e bruscamente, senza

porre neppure una domanda, incominciò a imprecare,

schernirla e insultarla. Imbarazzato dal comportamento del

padre, Ibn-i-Álúsí si scusò. Poi disse: "E arrivata la risposta da

Costantinopoli. Il Re ha dato ordine di liberarti, ma solo a

120 Corano III, 61. “…e invochiamo insieme la maledizione di Dio sui

mendaci!” L’ordalia era per imprecazione.

align=left>121 Corano XXI, 47; XIX, 39 eccetera. Nell’Islam il Ponte verso Sirát,

affilato come una spada e più sottile di un capello, va verso il Paradiso

attraverso l’inferno.

179

condizione che tu lasci i suoi reami. Va' dunque, domattina,

fa' i preparativi per il viaggio e fuggi da questa terra".

Pertanto Táhirih lasciò la casa del muftí con le sue compagne,

provvide a procurarsi il necessario per il viaggio e partì

da Baghdád. Quando lasciarono la città, alcuni credenti arabi,

armati, si affiancarono al convoglio. Nella scorta c'erano

Shaykh Sultán, Shaykh Muhammad e il suo illustre figlio

Muhammad-Mustafá e Shaykh Sálih e questi tre erano a

cavallo. Shaykh Muhammad si accollò le spese del viaggio.

Giunte a Kirmánsháh, le donne si fermarono in una casa,

gli uomini in un'altra, e gli abitanti arrivarono come un fiume

ininterrotto a chiedere informazioni sulla nuova Fede. Qui

come altrove gli 'ulamá entrarono ben presto in uno stato di

agitazione e comandarono che le nuove arrivate fossero espulse.

Di conseguenza il kad-khudá o primo ufficiale del quartiere,

assediò con una banda di persone la casa dove era Táhirih

e la saccheggiò. Poi caricarono Táhirih e le sue compagne su

una howdah scoperta e dalla città le portarono in aperta campagna,

dove le fecero scendere. I conducenti si presero gli animali

e tornarono in città. Le vittime furono lasciate sulla nuda

align=left>terra, senza cibo, senza tetto e senza mezzi per proseguire il

viaggio.

Táhirih scrisse immediatamente una lettera al principe del

territorio, nella quale diceva: "O Governatore giusto!

Eravamo ospiti della tua città. È questo il modo in cui trattate

gli ospiti?". Quando la lettera fu portata al Governatore di

Kirmánsháh egli disse: "Non sapevo nulla di questa

ingiustizia. Questa malvagità è stata provocata dai teologi".

Comandò immediatamente al kad-khudá di restituire ai

viaggiatori tutte le loro proprietà. L'ufficiale riconsegnò

debitamente le merci rubate, i conducenti ritornarono fuori

dalla città con gli animali, i viaggiatori presero posto e si

rimisero in viaggio.

Arrivarono a Hamadán e qui la loro permanenza fu felice.

Le più illustri dame della città, anche le principesse, vennero

in visita, cercando il beneficio dell'insegnamento di Táhirih. A

180

Hamadán ella licenziò parte della scorta e la rimandò a

Baghdád, portando con sé a Qazvín alcuni di loro, fra cui

Shams-i-Duhá e Shaykh Sálih.

Mentre erano in viaggio, si fecero loro incontro alcuni

cavalieri di Qazvín, parenti di Táhirih, che volevano portar via

lei sola, senza gli altri, nella casa del padre. Táhirih si rifiutò

dicendo: "Sono in mia compagnia". In questo modo entrarono

a Qazvín. Táhirih andò a casa del padre, mentre gli Arabi

della scorta si fermarono in un caravanserraglio. Ben presto

Táhirih lasciò il padre e si trasferì dal fratello e lì le gran dame

della città vennero a farle visita; tutto questo fino

all'assassinio di Mullá Taqí122 quando tutti i bábí di Qazvín

furono messi in prigione. Alcuni furono mandati a Tihrán e

poi ricondotti a Qazvín e martirizzati.

Mullá Taqí fu assassinato in questo modo: un giorno quell'abbrutito

tiranno, salito sul pulpito, incominciò a schernire e

ingiuriare il grande Shaykh Ahmad-i-Ahsá'í. Spudoratamente,

grossolanamente, urlando oscenità, gridò: "Lo Shaykh è colui

che ha acceso questo fuoco di malvagità e sottoposto tutto il

mondo a questo grande cimento!". Fra gli ascoltatori c'era un

ricercatore, nativo di Shiráz. Egli trovò i sarcasmi, i lazzi e le

oscenità più di quanto potesse sopportare. Protetto

dall’oscurità, si recò nella moschea, affondò una punta di

lancia fra le labbra di Mullá Taqí e fuggì. La mattina dopo i

credenti inermi furono arrestati e, sebbene fossero tutti

innocenti e non sapessero nulla di quello che era accaduto,

furono sottoposti a strazianti torture. Nessuno chiese mai di

indagare sul caso; i credenti proclamarono ripetutamente di

essere innocenti ma nessuno dette loro ascolto. Trascorsi

alcuni giorni, l'uccisore si costituì: confessò alle autorità,

informandole di aver commesso l'omicidio perché Mullá Taqí

aveva vilipeso Shaykh Ahmad. "Mi consegno nelle vostre

mani" disse loro "perché liberiate questi innocenti". Fu

122 Cfr. Gli Araldi dell’Aurora, p. 259. L’assassino non fu un bábí, ma un

fervido ammiratore dei capi shaykhí, le Due Luminose Luci Gemelle.

181

arrestato anche lui, messo ai ceppi, incatenato e in catene

mandato a Tihrán assieme agli altri.

Quando fu là egli vide che malgrado la sua confessione gli

altri non venivano rilasciati. Nottetempo, fuggì di prigione e si

recò nella casa di Ridá Khán, quell'uomo raro e prezioso,

quella stella di sacrificio fra gli amanti di Dio, il figlio di

Muhammad Khán, Maestro di Stalla di Muhammad Sháh. Vi

si trattenne per qualche tempo, dopo di che egli e Ridá Khán

andarono segretamente a cavallo fino al forte di Shaykh

Tabarsí nel Mázindarán.123 face=TimesNewRomanPSMT>Muhammad Khán li fece inseguire

da uomini a cavallo per riportarli indietro, ma per quanto

cercassero nessuno riuscì a trovarli. I due cavalieri andarono

al Forte di Tabarsí, dove conquistarono entrambi la corona del

martirio. Quanto agli altri amici che erano nella prigione di

Tihrán, alcuni di loro furono ricondotti a Qazvín e anch'essi

furono martirizzati.

Un giorno l'amministratore delle finanze, Mírzá Sháfi'

chiamò l'assassino e si rivolse a lui dicendo: "Jináb, appartieni

a un ordine di dervisci o segui la legge? Se sei un seguace

della Legge, perché hai inferto al dotto mujtahid un colpo

crudele, fatale, nella bocca? Se sei un derviscio e segui la Via,

una delle sue regole é di non far male a nessuno. Come hai

dunque potuto uccidere quello zelante teologo?". "Signore"

egli rispose "oltre alla Legge, oltre alla Via, abbiamo anche la

Verità. È stato a servizio della Verità che l'ho ripagato per le

sue azioni".124

Queste cose avvennero prima che la realtà di questa Causa

fosse rivelata e tutto fosse chiarito. Perché in quei giorni nessuno

sapeva che la Manifestazione del Báb sarebbe culminata

nella Manifestazione della Bellezza Benedetta, e che la legge

123 Cfr. Gli Araldi dell’Aurora, p. 260.

124 Queste parole si riferiscono alla dottrina secondo la quale la vie verso

Dio sono tre: la Legge (sharí’at), la Via (taríqat) e la Verità (haqíqat),

cioè, la legge degli ortodossi, la via dei dervisci e la verità. Cfr. R.A.

Nicholson, Commentary on the Mathnavi of Rumi, s.v.

182

del taglione sarebbe stata abrogata, e che il principio fondamentale

della Legge di Dio sarebbe stato questo, che "È

meglio essere uccisi che uccidere", che la discordia e le liti

sarebbero cessate, e che la regola della guerra e della carneficina

sarebbe decaduta. In quei giorni accadeva questo genere

di cose. Ma sia lodato Iddio, con l'avvento della Bellezza

Benedetta brillò tale splendore di armonia e di pace, tale spirito

di mansuetudine e di tolleranza, che - quando a Yazd

uomini, donne e bambini furono fatti bersaglio del fuoco dei

nemici o furono passati per la spada, quando i capi e i malvagi

'ulamá e i loro seguaci si allearono e congiuntamente assalirono

quelle vittime indifese e sparsero il loro sangue, dilaniando

e sbranando i corpi di caste donne, tagliando con la

spada gole di fanciulli cui avevano ucciso i genitori, bruciandone

poi le membra dilaniate e sbranate - nessuno degli amici

di Dio alzò un dito contro di loro. In verità, fra quei martiri,

quei veri compagni di coloro che, molto tempo prima, morirono

a Karbilá, vi fu un uomo che, quando vide la spada

sguainata balenare su di lui, gettò zucchero candito nella

bocca del suo assassino e gridò: "Mettimi a morte con un

dolce sapore sulle labbra, perché mi rechi il martirio, il mio

più caro desiderio!".

Ritorniamo al nostro tema. Dopo l'assassinio del suo empio

zio, Mullá Taqí, a Qazvín, Táhirih si trovò in grande

difficoltà. Era prigioniera e aveva il cuore pesante, si

rammaricava per i dolorosi eventi che si erano verificati. Era

sorvegliata da ogni parte, da attendenti, guardie, farrásh e

nemici. Mentre così languiva, Bahá'u'lláh mandò dalla

capitale Hadíy-i-Qazvíní, il marito della celebrata Khátún-Ján,

ed essi riuscirono con uno stratagemma a liberarla da quel

tumulto e la condussero a Tihrán durante la notte. Ella si

fermò nella residenza di Bahá'u'lláh e fu alloggiata in un

appartamento del piano superiore.

Quando a Tihrán se ne sparse la voce, il Governo le dette la

caccia in lungo e in largo; nondimeno gli amici continuarono

183

ad arrivare per vederla, in un fiume costante, e Táhirih conversava

con loro, seduta dietro una tenda. Un giorno c'era il

align=left>grande Siyyid Yahyá, soprannominato Vahíd. Egli sedeva

all’esterno e Táhirih lo ascoltava da dietro il velo. Ero allora

un bambino e le stavo seduto in grembo. Vahíd discorreva con

eloquenza e fervore sui segni e sui versetti che testimoniano

l'avvento della nuova Manifestazione. Ella lo interruppe bruscamente

e alzando la voce dichiarò con veemenza: "O

Yahyá! Fatti e non parole attestino la tua fede, se sei uomo di

vera dottrina. Smetti di ripetere vanamente le tradizioni del

passato, perché è arrivato il giorno del servizio, di una risoluta

azione. Ora è tempo di mostrare i veri segni di Dio, di

squarciare i veli dell'oziosa fantasia, di promuovere la Parola

di Dio e di sacrificarsi sulla Sua via. Fatti e non parole siano il

nostro ornamento!".

La Bellezza Benedetta fece minuziosi preparativi per il

viaggio di Táhirih a Badasht e la mandò via con

align=left>equipaggiamento e seguito. Il Suo gruppo partì per quella

regione qualche giorno dopo.

A Badasht, c'era un grande campo aperto. Nel mezzo scorreva

un ruscello, a destra e sinistra e dietro c'erano tre giardini,

che facevano invidia al Paradiso. Uno di questi giardini fu

assegnato a Quddús,125 ma la cosa fu tenuta segreta. Un altro

fu riservato a Táhirih e nel terzo fu alzato il padiglione di

Bahá'u'lláh. I credenti piantarono le tende nel campo in mezzo

ai tre giardini. La sera Bahá'u'lláh, Quddús e Táhirih si

incontravano. In quei giorni non era ancora stato proclamato

che il Báb era il Qá'im; fu la Bellezza Benedetta che

organizzò con Quddús la proclamazione di un Avvento

universale e l'abrogazione e il ripudio delle antiche leggi.

Poi un giorno, e c'era in questo una saggezza, Bahá'u'lláh

125 La diciottesima Lettera del Vivente, martirizzato con indicibili crudeltà

nella piazza del mercato di Bárfurúsh, a ventisette anni di età.

Bahá’u’lláh gli conferì uno stadio inferiore solo a quello del Báb.

Cfr. Gli Araldi dell’Aurora, pp. 384-91.

184

si ammalò; cioè quell'indisposizione sarebbe servita a uno

scopo importantissimo. D'improvviso, sotto gli occhi di tutti,

Quddús uscì dal suo giardino ed entrò nel padiglione di

Bahá'u'lláh. Ma Táhirih gli mandò un messaggio, per dire che

essendo il loro Ospite ammalato, egli avrebbe dovuto visitare

invece il suo giardino. Quddús rispose: "Questo è preferibile.

Vieni qui tu". Táhirih uscì dal suo a volto scoperto, dirigendosi

verso il padiglione di Bahá'u'lláh; e mentre procedeva, gridò

a gran voce queste parole: "Suona la Tromba! Squilla la grande

Tromba! L'Avvento universale è ora proclamato! ".126I credenti

riuniti nella tenda furono colti dal panico e si chiesero

tra sé e sé: "Com'è possibile che la Legge sia abrogata? Com'è

possibile che questa donna stia qui senza velo?".

"Leggi la sura dell'Inevitabile"127 disse Bahá'u'lláh; e il lettore

incominciò: "Quando il Giorno che deve venire verrà

d'improvviso ... Giorno che abbatterà! Giorno che esalterà!…”

e così fu annunciata la nuova Dispensazione e manifestata la

grande Resurrezione. All'inizio, i presenti fuggirono e alcuni

abbandonarono la Fede, mentre altri caddero in preda a

sospetti e dubbi e altri, dopo aver esitato, ritornarono alla presenza

di Bahá'u'lláh. La Conferenza di Badasht si sciolse, ma

l'Avvento universale era stato proclamato.

In seguito, Quddús accorse al Forte di Tabarsí128 e la

Bellezza Benedetta Si recò a Níyálá con provviste ed equipaggiamenti,

intenzionato a proseguire nella notte, attraversare

126 Cfr. Corano LXXIV, 8 e VI, 73; inoltre Isaia XXVII, 13 e Zaccaria

IX, 14.

127 Corano LVI.

128 Le autorità civili ed ecclesiastiche avevano congiuntamente lanciato

una campagna sistematica contro la nuova Fede in Persia. I credenti,

stroncati dovunque fossero isolati, si riunirono in bande ogni qual volta

lo potevano, per proteggersi dal Governo, dal clero e dalla gente.

Traditi e circondati mentre attraversavano la foresta del Mázindarán,

circa trecento credenti, per lo più studenti e anacoreti, costruirono il

Forte di Shaykh Tabarsí e tennero testa agli eserciti di Persia per undici

mesi. Cfr. Gli Araldi dell’Aurora, capitoli XIX e XX; Dio passa nel

mondo, p. 37 e segg.

185

l'accampamento nemico ed entrare nel Forte. Ma Mírzá Taqí,

il Governatore di Ámul, ne ebbe sentore e arrivò a Níyálá con

settecento fucilieri. Circondato il villaggio nella notte,

rimandò Bahá'u'lláh ad Ámul con undici cavalieri e si

verificarono quelle calamità e tribolazioni, di cui si disse

prima.

Quanto a Táhirih, dopo la pausa di Badasht fu catturata e

gli oppressori la rimandarono a Tihrán sotto scorta. Lì fu

imprigionata nella casa di Mahmúd Khán, il Kalántar. Ma era

infiammata, innamorata, irrequieta e non poteva tacere. Le

dame di Tihrán, con un pretesto o l'altro, si affollavano per

vederla e ascoltarla. Accadde che nella casa del Sindaco vi

fosse una celebrazione per le nozze di suo figlio; era stato preparato

un banchetto nuziale e la casa era stata addobbata. Era

stato invitato il fior fiore delle dame di Tihrán, le principesse,

le mogli dei visir e degli altri grandi. Fu uno splendido matrimonio,

con musica strumentale e melodie vocali, giorno e

notte liuti, campanelle e canti. Poi Táhirih incominciò a parlare;

e le gran dame furono così affascinate che dimenticarono

liuti e tamburi e tutti i piaceri della festa nuziale per affollarsi

attorno a Táhirih e ascoltare le dolci parole della sua bocca.

Così ella rimase, prigioniera indifesa. Poi vi fu l'attentato

alla vita dello Sciá;129 fu emesso un farmán e fu condannata a

morte. Dicendo che era stata convocata dal Primo Ministro,

arrivarono per portarla via dalla casa del Kalántar. Si lavò il

volto e le mani, indossò una veste costosa, si profumò con

essenza di rose e uscì di casa.

La condussero in un giardino, dove i carnefici aspettavano;

ma esitarono e poi si rifiutarono di por fine alla sua vita. Si

trovò uno schiavo, immerso nell'ubriachezza, inebetito, vizio-

129 Il 15 agosto 1852, un giovane bábí squilibrato ferì lo Scià con un colpo

di pistola. L’aggressore fu immediatamente ucciso e le autorità fecero

un vero massacro dei credenti, il cui acme fu descritto da Renan come

“un giorno forse senza uguali nella storia del mondo”. Cfr. Lord

Curzon, Persia and the Persian Question, pp. 501-2 e Dio passa nel

mondo, p. 61 e segg.

186

so, nero di cuore. E costui soffocò Táhirih. Le introdusse a

forza una sciarpa fra le labbra e gliela spinse in gola. Poi

align=left>sollevarono il suo corpo immacolato e lo gettarono in un

pozzo, nel giardino, e vi rovesciarono sopra terra e pietre. Ma

Táhirih gioì; aveva udito con cuore sereno la notizia del suo

martirio; volse gli occhi verso il Regno superno e offrì la vita.

Saluti a lei e lode. La sua polvere sia santa, mentre cortine

di luce discendono su di essa dal Cielo.

187

GUIDA ALLA PRONUNCIA PERSIANA

a come in casa

á fra a e o

aw ou

ch c di cibo

d z di zebra

dh z di zebra

g g di gatto

gh simile a una r francese

h leggera aspirazione

(N.B. La h va sempre pronunziata, per esempio Te-he-rán>

i e

í i

j g di giovane

kh forte aspirazione

q simile a una r francese

s s

t t

th s

u o

ú u

z z di zebra

(N.B. Ogni sillaba è ugualmente accentata: Tá-he-re.

L'apostrofo indica una pausa: Bahá'... í)

188

Nell'alfabeto arabo-persiano vi sono lettere il cui suono

non trova corrispondenza nell'alfabeto latino; contiene inoltre

quattro diverse z, tre s, eccetera. Ciò comporta la necessità di

usare segni arbitrari, lettere e combinazioni di lettere per traslitterare

parole arabe e persiane nelle lingue occidentali. La

pronuncia varia nelle diverse zone del Medio Oriente e fino ad

ora la traslitterazione occidentale è stata diversa a seconda

della nazionalità degli orientalisti. Per esempio gli inglesi scrivono

shah, i francesi chah, i tedeschi schah e ogni nazione

pronuncia le parole secondo il proprio accento. Il sistema

sopra riportato è stato proposto da alcuni orientalisti per

mettere un po' d'ordine. Il Custode della Fede Bahá'í lo ha

adottato per uso interno. Si ottiene così una traslitterazione

occidentale uniforme e lo studioso può subito capire come la

parola è scritta nell'originale. Le lettere non indicate sono

pronunciate come in italiano.

189

GLOSSARIO

'Abá: manto, mantello

Abhá: superlativo di Bahá; Più Glorioso, Gloriosissimo

Abjad: valore numerico delle lettere nell'alfabeto arabopersiano

Afnán: parente del Báb. Gfr. Dio passa nel mondo, pp.245,

338

Antica Bellezza: titolo di Bahá'u'lláh

Bellezza Benedetta: titolo di Bahá'u'lláh

Dawlih: stato, governo

Farmán: ordine, comando, decreto reale

Farrásh: attendente, lacchè

Farsakh: come parsang; unitá di misura, che varia fra tre

e quattro miglia, secondo il terreno

Fatvá: giudizio pronunziato da un muftí

Hájí: titolo di un musulmano che è andato in pellegrinaggio

alla Mecca

Hazíratu'l-Quds: Sacro Ovile; centro amministrativo

bahá'í

Imám: titolo dei dodici successori sciiti di Muhammad.

Diversamente dal Califfo dei Musulmani sunniti,

capo eletto, esteriore e visibile, vicegerente del

Profeta, è per gli Sciiti un attributo puramente

spirituale, conferito da Muhammad e da ciascuno

dei Suoi successori fino al dodicesimo. L’Imám è

i1 "successore del Profeta ordinato da Dio, dotato

di ogni perfezione e dono spirituale, al quale tutti i

fedeli devono obbedire, la cui decisione è assoluta e

finale, la cui saggezza è sovrumana e le cui parole

sono autorevoli".

Imám: colui che guida la preghiera

Imám-Jum'ih: colui che guida la preghiera nella moschea

del venerdì o cattedrale

190

Jináb: titolo di cortesia, di diverso peso; pressappoco

equivalente a Vostro Onore, Suo Onore

Kad-Khudá: borgomastro, capo di un villaggio

Kalántar: sindaco

Albero di Loto: riferimento alla Manifestazione di Dio

Mashriqu'l-Adhkár: oriente della lode di Dio; tempio

bahá'i

Muftí: esponente della legge islamica

Mujtahid: dottore della legge; prelato autorizzato dal

proprio rango a praticare la giurisprudenza

religiosa. La maggior parte dei mujtahid

persiani hanno ottenuto il diploma da un

grande giurista di Karbilá e Najaf

Mullá: prete musulmano

Nabíl: dotto, nobile. Il Báb e Bahá'u'lláh talvolta si

riferivano a una persona con un titolo le cui lettere,

nel conto abjad, avevano lo stesso valore numerico

del suo nome. Per esempio il valore numerico delle

lettere del nome Muhammad è 92 e anche quello

delle lettere del nome Nabíl è 92

Qá'im: Colui Che sorge. Titolo del Báb

Scuola Shaykhí: setta dell'Islam sciita. Gli Sciiti erano

divisi in due rami principali, la "Setta dei

Sette" e la "Setta dei Dodici". Sorta nel

secondo ramo, la Scuola Shaykhí fu

fondata da Shaykh Ahmad e Siyyid

Kázim, precursori del Báb. Il Custode in

Dio passa nel mondo, la sua storia del

primo secolo della Fede Bábí-Bahá'í, a

p. xvi, scrive: "Cercherò di descrivere e

correlare ... gli importanti eventi che

hanno impercettibilmente e inesorabilmente

trasformato sotto gli occhi di

successive generazioni, perverse, indifferenti

od ostili, un'eterodossa e apparentemente

trascurabile derivazione della

191

scuola shaykhí ... in una religione

mondiale ...".

Sirát: ponte o via; indica la religione di Dio

Siyyid: titolo dei discendenti del Profeta Muhammad

'Ulamá: teologi, sapienti

Autor: ‘Abdu’l-Bahá - Kategorie: Scritture Bahá’í - Strany: 0 - Kapitoly: 0
© Erfán.cz & phpRS